mercoledì, novembre 27, 2013

IL RITROVAMENTO DEI GIGANTI DI “MONT’E PRAMA”, UNA SCOPERTA STRAORDINARIA CHE CAMBIA LA STORIA DELLA SARDEGNA E DEL MEDITERRANEO.



Oristano 27 Novembre 2013
Cari amici,
non pochi lettori di questo Blog sanno che mi occupo anche di un altro sito internet, per conto del Rotary Club di Oristano (www.rotary-club-oristano.blogspot.com). Questi giorni scorsi, a seguito anche della conferenza che il Rotary ha offerto alla città sui Giganti di Mont’e Prama Venerdì 22 Novembre (che ha avuto seguito Domenica 24 con la visita a Sassari - Centro di Restauro della Soprintendenza di Li Punti - dove i giganti sono stati restaurati), ho affrontato nel blog del Rotary proprio l’argomento dei “giganti”, queste “meravigliose sculture” che appartengono alla nostra civiltà sarda più antica e che precedono di secoli la mitica civiltà greca.
Queste splendide statue che ormai il mondo conosce come i “Giganti di Mont’e Prama” sono non solo una rarità, per secoli rimasta sconosciuta, ma una scoperta che si trascina con se un grande mistero, ancora tutto da svelare. La storia di questi splendidi uomini di arenaria ha provato a farcela il Dottor Alessandro Usai, funzionario Archeologo della Soprintendenza di Cagliari e Oristano. L’esperto studioso ha, con grande capacità, riepilogato il lungo percorso che i giganti hanno fatto prima di approdare a “Li Punti” a Sassari, nel laboratorio di restauro dove si trovano ora. Li, validi giovani studiosi hanno cercato di ricomporli: di rimettere insieme i mille pezzi in cui erano stati ridotti, per chissà quale causa, nel lontano passato. Abbiamo da Lui riascoltato la storia del ritrovamento nel nostro Sinis di Cabras, del “lungo sonno” trascorso nei magazzini della Soprintendenza a Cagliari, delle polemiche che negli anni hanno accompagnato la loro storia, fino ad arrivare, finalmente, al restauro, ormai completato, per quello che era possibile. 
L’archeologo ha anche parlato degli scavi effettuati nel luogo del ritrovamento, delle perplessità e del mistero che il ritrovamento in quel luogo, apparentemente poco significativo, ha creato e che ancora non si è riusciti a svelare. Le ipotesi sono tante: cosa lega i “veri giganti”, costruttori dei nuraghi, a queste statue, che si differenziano nettamente dalla civiltà precedente? I giganti erano parte di un tempio (magari come colonne antropomorfe) o erano un corredo funebre, un grande onore concesso ai nuragici illustri? Alle mille domande senza risposta si cercherà di dare qualche ipotesi più credibile con la ripresa degli scavi che, a Suo dire, non tarderanno. Scavi che potranno collegare meglio la civiltà precedente, quella dei costruttori dei nuraghi e delle tombe cosi dette “dei giganti”, come luogo di sepolture collettive, a quella degli uomini di Mont’e Prama, che praticavano invece la sepoltura in tombe “individuali”, a pozzetto, sia tonde che quadrate. Due epoche, quelle citate, non proprio vicine l’una dall’altra, ed il cui legame appare ancora misterioso e poco chiaro.
Chi ha avuto la possibilità di osservare queste statue da vicino si rende conto della grande abilità degli scultori di quella lontana epoca: i Giganti di Monte Prama sono delle sculture a tutto tondo, con una lavorazione accurata che mette in risalto l’abbigliamento, le armi,  le protezioni che i guerrieri nuragici portavano nella lotta o in battaglia. Essi rappresentano la scoperta archeologia più interessante degli ultimi decenni dell'isola, svelando, anche se solo in parte, la nostra storia millenaria: una parte ancora così poco conosciuta della storia delle popolazioni del Mediterraneo occidentale del I millennio a.C. Il casuale ritrovamento delle statue, avvenuto nei primi anni '70, ha dato il via ad una lunga serie di indagini archeologiche. Venne riportato alla luce un “Heroon”, dal greco un santuario monumentale eretto per il culto eroico, costruito lungo una importante via di transito. Gli archeologi si trovarono di fronte una vasta necropoli dove alcune sepolture erano associate a numerosi frammenti di statue. Queste ultime ricomposte con grande perizia dal Laboratorio di Li Punti della Soprintendenza di Sassari, possono essere raggruppate in tre modelli principali: Pugilatori, Arcieri e Guerrieri, come dalle figure che potete osservare.
Oltre al nutrito gruppo di statue, ognuna collocata sopra una lastra tombale, forse rappresentazione di antichi antenati, o eroi appartenenti ad un'aristocrazia nuragica tramandata oralmente, sono stati trovati resti scultorei di nuraghe e betili. Fino ad oggi, come sostiene l'architetto/illustratore Panaiotis Kruklidis (autore anche delle ricostruzioni figurate dei guerrieri), soltanto pochi studiosi del settore erano a conoscenza di questa importante scoperta. L'argomento fortemente dibattuto, celato da una fitta rete di ipotesi, finalmente viene in parte dipanato da una pubblicazione di Fabula Editore. Gli studiosi che hanno preso parte agli scavi archeologici (A. Bedini, C. Tronchetti, G. Ugas, R. Zucca) forniscono per la prima volta, nel libro "Giganti di Pietra, Monte Prama, L'Heroon che cambia la storia della Sardegna e del Mediterraneo", un quadro completo del sito di Monte Prama. Con rigore scientifico il volume integra una proposta attendibile per la ricostruzione dell'Heroon e una restituzione della statuaria degli eroi sulla base dei reperti archeologici recuperati e analizzati (ricostruzione effettuata dall'architetto/illustratore Panaiotis Kruklidis).
Come ha sostenuto l’architetto Dottor Alessandro Usai, una verità più chiara, un collegamento storico più a fuoco con le civiltà nuragiche precedenti, potrà esserci svelata con la ripresa degli scavi, previsti in tempi brevi.
Cari amici, la nostra storia millenaria è ancora tutta da scoprire…ci basti pensare, quando visitiamo un nuraghe, una tomba di giganti, un pozzo sacro o una necropoli di domus de Janas, quanto erano tecnologicamente avanti i nostri antenati, capaci di lavorare la dura pietra con una precisione ed una capacità da far invidia agli uomini di oggi. Grande Sardegna, costituita ieri da grandi uomini, meglio definiti giganti, non certamente solo per la loro statura! Forse l’oblio della nostra Isola è cominciato quando da giganti, lentamente ma inesorabilmente, siamo diventati piccoli e litigiosi, in una parola...ominidi!

Grazie dell’attenzione.


Mario


martedì, novembre 26, 2013

“CARNE DA DEMOLIZIONE”, PIU’ CHE UN ROMANZO UN LIBRO-RIFLESSIONE: UN’ANALISI INTROSPETTIVA CHE METTE A FUOCO L’ANSIA DI UNA GIOVENTU’ ALLA QUALE, FORSE, ABBIAMO RUBATO IL FUTURO.



Oristano 26 Novembre 2013
Cari amici,
L’autore del libro “Carne da Demolizione” non era, fino a pochi giorni fa, una delle mie amicizie: solo il padre mi era noto ed amico, in virtù della comune appartenenza al Rotary. E’ stato proprio il padre, pochi giorni fa, a presentarmelo ad Oristano, dicendomi di Lui – dopo i comuni convenevoli tra amici rotariani -  che Fabio a metà Dicembre (la data è quella del 20) avrebbe presentato, proprio ad Oristano, un suo libro: la sua prima fatica letteraria, dopo la parentesi milanese all’Università,  dove ha studiato Comunicazione alla IULM.
Tra amici rotariani è comune scambiarsi amichevolmente notizie ed impressioni sia lavorative che familiari, e in quest’ultima occasione Fabio mi fece dono di una copia del suo libro, dicendomi che lo aveva già presentato con successo in altre città e che, alla presentazione ad Oristano, avrebbe avuto piacere ad avermi suo ospite. Gli assicurai di si e ricambiai il dono dandogli una copia della mia ultima fatica, il mio libro “Tracce”, orme fragili nel cammino della vita”. Salutandolo gli assicurai anche che, del suo libro, avrei parlato anche in questo blog, che Voi ben conoscete, e dove quasi quotidianamente esterno le mie riflessioni.
Voi tutti sapete che amo leggere e posso garantirvi che, rientrato a casa, presi subito in mano il libro, prima sfogliandolo e successivamente decidendo, senza perdere tempo, di leggerlo. “Carne da Demolizione” non è solo un romanzo, ma un libro che affronta un argomento di grande interesse e, sotto certi aspetti anche drammatico: il futuro dei giovani. Quel futuro che, per colpe anche della nostra generazione, è stato messo in pericolo, “rubato” alle generazioni future. Una delle frasi celebri del grande Groucho Marx, “…mi interessa il futuro: è li che voglio vivere il resto della mia vita”, mette in luce la grande ansia dei giovani di oggi che, a differenza della nostra generazione, non trovano quella occasioni di “realizzazione materiale” per cui si sono preparati.
L’ansia di Fabio l’ho colta subito, è presente in tutte le pagine del libro: dall’abbandono della Milano che non aveva mai amato (il distacco dai suoi inizialmente era solo una fuga verso la libertà, un taglio del cordone ombelicale) al rientro nell’azienda di famiglia (una grande azienda di trasformazione di carni) dove, pur avendo imparato a “comunicare”, con le mani tuttalpiù sporche d’inchiostro, non aveva mai avuto occasione di “sporcarsi le mani” materialmente.
Questo suo viaggio introspettivo, vissuto svolgendo quel suo primo “lavoro sporco” all’interno dell’azienda, lo mette a contatto con le tante realtà che ne fanno parte: giovani e anziani, colletti bianchi e lavoratori inondati costantemente dal fetore e dal sangue delle bestie; qui lui – in mezzo a tutte queste anime, da figlio del padrone -  cerca di trovare il giusto equilibrio: senza passare da fannullone e cercando di dimostrare le sue capacità operative e direzionali. Un equilibrio che stenta a trovare ma che, caparbiamente, cercherà fino in fondo.
L’ansia di Fabio è quella dei tanti giovani sardi che non vogliono continuare il retaggio del passato: quello di replicare l’attività dei loro padri e dei loro nonni: continuare a fare il pastore, il falegname, il fabbro, il contadino. Per Fabio il futuro è diverso da quello di continuare a vivere in mezzo al sangue delle bestie da macello, di governare quella immensa montagna di “Carne da Demolizione” che quotidianamente inonda lo stabilimento di famiglia. La sua voglia di autonomia, uguale a quella di tanti giovani, è fatta di conflitti con il padre, di voglia di dimostrare le sue capacità, di fare un lavoro consono alle sue aspirazioni! Non è un rinnegare il passato, a cui è certamente anche devoto, ma è la ricerca di un “futuro” diverso: non un futuro di costrizione  di ripetizione della catena esistente, ma un futuro di costruzione, della costruzione un percorso nuovo, dove poter dimostrare le sue abilità: far vedere a tutti di saper volare!
Fabio, uomo sardo, già forte della sua identità prova anche a cimentarsi nell’azienda di famiglia: ci prova con tutte le sue forze, ma vede ogni giorno tramontare i suoi sogni: non basta la palestra a fine giornata a dargli qualche piccola soddisfazione; fino alla sua profonda riflessione finale, che lo porterà nuovamente lontano dalla sicurezza della casa paterna, per cercare la sua strada. Ecco come viene descritta da Fabio nel libro questa dolorosa decisione:
“…(Fabio) ha già sperimentato la vita lontano da casa, ma come studente mantenuto. Ora il lavoro vero, quello manuale, l’ha provato nell’azienda di famiglia, quella che il padre Costantino ha pensato di accudire per lui e prima di lui. E la cosa in sé non gli piace. Per dimostrare il proprio valore in battaglia bisogna partire come gli altri, con l’attrezzatura degli altri. Non vuole essere ricordato come un figlio di papà, uno che ha trovato la pappa pronta…”. 
Presa la decisione “si prepara a fare un grande passo (quello di comunicarlo al padre) molto più sofferto di quanto avesse mai potuto immaginare”, scrive Fabio nell’ultima parte del libro.
Cari amici, questo “Romanzo/Verità” di Fabio Forma debbo confessarvi che mi è piaciuto molto. E’, a mio avviso, un vero e proprio libro verità, dove appare in tutta la sua cruda realtà l’ansia di un giovane che serio, forte e capace, cerca di realizzarsi con le proprie mani, anche se avrebbe potuto evitarlo, considerato il paracadute di cui la sorte lo aveva dotato. E’ questa l’ansia di tanti, giovani come lui, che cercano ugualmente di volare da soli. Vorrei concludere questa mia riflessione riportando le ultime parole del suo romanzo, eccole:
“…(Fabio) così, ora si prepara a parlare col padre: gli racconterà finalmente tutto ciò che aveva detto a se stesso, tutto ciò che non era mai riuscito a dirgli. E’ eccitato, soprattutto vuole dirsi  che questa fase è conclusa, per partire con un peso in meno. Domani sarà un lunedì, ma non lo passerà a sospingere vitelli e timbrare maiali. Non lo passerà a litigare con Santino, né a scambiare due chiacchiere con Sandro. Domani preparerà una valigia, con la speranza di portare anche se stesso – per buttare via la maschera vuota che indossava da troppo tempo…”.
Anche per noi, figli di un’altra generazione, è tempo di buttare via “la maschera”! Smettiamola di fregarcene del futuro dei giovani, che se oggi manca è anche colpa nostra, perché, per il nostro egoismo abbiamo intaccato il loro futuro.
Grazie dell’attenzione!
Mario

lunedì, novembre 25, 2013

OGGI 25 NOVEMBRE E’ LA GIORNATA INTERNAZIONALE PER L’ELIMINAZIONE DELLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE. LA CULTURA DEL RISPETTO DEVE PREVALERE SULL’ARCAICA CULTURA DELLA SOPRAFFAZIONE!



Oristano 25 Novembre 2013
Cari amici,
oggi è un giorno importante: Il 25 novembre si celebra in tutto il mondo la “Giornata contro la violenza sulle donne”, nata per ricordare le tre sorelle Miraball, torturate, stuprate e uccise dai militari del dittatore Trujillo, nel 1960 a Santo Domingo. Con la risoluzione 54/134 del 17 Dicembre dell’anno 1999 l'Assemblea Generale dell'ONU ha fissato per il 25 novembre la Giornata Internazionale per l'Eliminazione della Violenza contro le Donne.
L’ONU, presentando nell’apposita conferenza stampa, convocata a New York, questa “giornata”, ha evidenziato il ruolo fondamentale che tutti i maggiori attori della Società Civile, in particolare nel settore privato, debbono assumere, per raggiungere questo ricercato e primario scopo: dare finalmente alla donna la sua giusta dignità, costruendo intorno ad essa quel complesso di regole, di protezione e di rispetto da sempre dovuto alla donna. Un nuovo modo, quindi, di intendere il suo ruolo, autonomo e mai dipendente o suddito a quello dell’uomo: via nuova, che consenta alla donna di avere spazi sicuri in cui esercitare la sua vita domestica, di relazione e di società,  spazi in cui tutte le donne possano sentirsi libere, serene e protagoniste, alla pari dell’uomo. E’ l’auspicio, quello espresso dall’ONU, della nascita di una cultura nuova, di una “cultura del rispetto” delle donne, capace di porre fine alla violenza che continua ad essere perpetrata nei Loro confronti, sia all’interno che all’esterno delle teoriche e protettive pareti familiari.
Michelle Bachelet, Vice Segretario Generale e Direttore Esecutivo di UN Women, l’agenzia che l’ONU ha istituito di recente, ha affermato che, sebbene ci siano stati  notevoli progressi nelle politiche nazionali volte a ridurre la violenza sulle donne, molto rimane ancora da fare. Più di cento paesi sono privi di una legislazione specifica contro la violenza domestica e più del 70 % delle donne nel mondo sono state vittime nel corso della loro vita di violenza fisica o sessuale da parte di uomini. La violenza, ha aggiunto il Direttore esecutivo, influendo negativamente sui risultati scolastici delle donne, sulle loro capacità di successo lavorativo e sulla loro vita pubblica, allontana progressivamente le società dal conseguimento dell’obiettivo dell’uguaglianza di genere. Nel mondo “occorrono cambiamenti culturali per smettere di guardare alle donne come ‘cittadine di seconda classe’. Dobbiamo creare una cultura del rispetto”, ha concluso Michelle Bachelet.
In questa situazione mondiale, non certamente rosea, come si colloca l’Italia, rispetto agli altri Paesi?
La violenza contro le donne anche in Italia ha molte facce: le uccisioni e gli stupri sono gli aspetti più drammatici delle violenze dentro e fuori le mura domestiche, nei luoghi di lavoro o per le strade. I dati riguardanti le violenze subite dalle donne sono agghiaccianti, soprattutto se riferiti alla società civile. La violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica continuano a farla da padrone, stante anche, talvolta, l’assenza di leggi adeguate ed il silenzio complice che cittadini ed istituzioni continuano a mantenere. I dati, anche recenti, danno una risultati che non abbisognano di grandi commenti: centoventotto donne uccise nel 2013; quasi 17 miliardi di euro spesi ogni anno a causa della violenza di genere. La violenza, questa vile azione commessa ai danni delle donne, non è solo sofferenza e umiliazione: è la prima causa di morte tra le donne nel mondo!

Tutti, dico tutti, ci dobbiamo sentire in dovere di muoverci per eliminare quella tremenda disparità di genere, triste retaggio arcaico della cultura del possesso dell’uomo sulla donna: Istituzioni, servizi, strutture educative, forze dell’ordine, parti sociali, partiti politici, mass-media, donne e uomini, tutti si devono sentire coinvolti in un’unica “forza di cambiamento”, capace di fare terra bruciata a certi concetti antidiluviani che ancora resistono. Andiamo nelle piazze, riempiamole e facciamo si che il 25 Novembre sia una giornata di mobilitazione locale, nazionale e mondiale, per affermare che senza il giusto riconoscimento della libertà e della dignità delle donne, nessuna convivenza è possibile.
Tutto questo deve partire dal basso, dalla primaria “Educazione dei ragazzi”. Credo che la creazione di una materia obbligatoria, da studiare a partire dalle scuole medie, “Educazione per l’uguaglianza e contro la violenza di genere”, possa essere un primo passo per far crescere i ragazzi nel culto della parità di genere e del rispetto per l’altro sesso Altri passi sono senz’altro possibili: dall’Osservatorio Nazionale per le parità di genere o di pari opportunità all’obbligo di avere la giusta rappresentanza anche femminile in qualsiasi assise democratica, pubblica o privata.

Parità è un termine apparentemente semplice ma allo stesso tempo complesso. Significa uguaglianza, non solo apparente ma sostanziale: significa pari retribuzione, pari importanza, pari dignità, pari rispetto, pari partecipazione e compartecipazione. L’egoismo umano, soprattutto quello maschile, non è facile che si arrenda a considerare la donna un suo pari, in tutto! Eppure dobbiamo arrivarci a tutto questo, e personalmente sono certo che ci arriveremo!
Cari amici, la giornata di oggi 25 Novembre deve farci riflettere concretamente: centoventotto donne uccise nel 2013 sono un dato triste e preoccupante. Quest’anno, tra l’altro, i dati  hanno registrato una rapida escalation: ad agosto risultavano un'ottantina di casi e le richieste di aiuto di donne vittime di stalking al numero attivato da Telefono Rosa sono aumentate nei primi sei mesi del 2013 di circa il 10 per cento. 
Sono numeri, questi, che ci devono far riflettere seriamente! Nessuno si può più nascondere: l’eliminazione di questa piaga dipende dall’impegno di tutti noi. 
Dipende anche da Te, caro lettore, fai anche Tu la Tua parte!

Grazie dell’attenzione.

Mario

domenica, novembre 24, 2013

LE SARDISSIME “SEADAS”: UNA RICETTA “DOLCE NON DOLCE” CHE AFFASCINA ‘SARDOS E ISTRANZOS’, SARDI E FORESTIERI.



Oristano 24 Novembre 2013
Cari amici,
oggi parliamo di Seadas, dolce sardo di origini antichissime, la cui consumazione non è più riservata alle zone interne dell’Isola, ma cosi diffusa che la sua fama  ha da tempo varcato il Tirreno e affascina schiere sempre più numerose di visitatori provenienti da tante località fuori dall’Isola.
Le seadas (in sardo logudorese) o sebadas (in sardo campidanese) (chiamate anche, secondo la zona, seattas, sevadas - singolare è "seada" o "sebada"), sono un piatto tipico della tradizione sarda, a base di semola, formaggio e miele. L’origine pare essere di marca spagnola: il nome di questa pietanza, “Seada”, in lingua spagnola significa, infatti, “separata”, e la derivazione da questa lingua sembra congrua in quanto si confeziona proprio con due dischi “separati” di pasta ripieni.
Le seadas appartengono a quell’economia agro-pastorale della Sardegna, tipica delle zone interne dell’Isola. Essendo, infatti, un prodotto a base di formaggio, la loro origine è da ricercare proprio nelle zone ad economia tradizionalmente legata alla pastorizia, quindi a quell'area definita ai quattro angoli da Barbagia, Ogliastra, Logudoro e Gallura.
Le seadas sono oggi considerate praticamente un dolce, ma un tempo erano una pietanza vera e propria, più esattamente un secondo piatto, e venivano preparate in occasione della Pasqua o del Natale, periodo in cui anche i pastori facevano rientro a casa dagli ovili, dopo il lungo tempo trascorso fuori dalle mura domestiche.
La scorta di latte portata a casa serviva per preparare il formaggio pecorino fresco, che veniva destinato, appena raggiunto il giusto grado di acidità (circa due giorni dopo), al confezionamento questo piatto. La tradizione attribuisce questo piatto all’inventiva tutta femminile delle matriarche di Sardegna: si narra che il piatto sia nato da un gesto d’amore delle mogli dei pastori verso i loro mariti che, dopo mesi di lunga e difficile transumanza, rientravano a casa. Era per dimostrare Loro affetto e riconoscenza, per accoglierli con un dolce pensiero: per questo sono nate le seadas: un modo dolce e gratificante, frutto dell’unione del formaggio, della pasta e del miele. Il nome di questo prodotto, a parte l’ipotesi di derivazione spagnola prima accennata, secondo altre fonti potrebbe derivare da “seu” parola che in dialetto sardo significa lucido, brillante (ozzu seu, per esempio è il grasso degli ovini, usato anche per ingrassare e lucidare gli scarponi e gli stivali, prodotto grasso e oleoso che in effetti “luccica”).
Origini antichissime, dunque, per questo dolce tradizionale sardo, che, nella sua ricetta originale deve utilizzare rigorosamente questi ingredienti: Pasta ricavata da farina di semola di grano duro  uova fresche, formaggio pecorino sardo fresco e acido (in gallurese, "Pischedda"), con quattro o cinque giorni di stagionatura, strutto, miele sardo di castagno o corbezzolo e una manciata di buccia di arancia o limone, grattugiata.
Oggi, la diffusione che le seadas hanno avuto anche fuori dal contesto originario, hanno fatto si che la ricetta originale venisse adattata e modificata, a volte anche in modo significativo, sostituendo sia il tipo di formaggio che gli altri componenti. Circa il formaggio utilizzato esistono oggi varie interpretazioni della ricetta base originale, ma le tipologie sono sostanzialmente queste: con formaggio pecorino o vaccino, cotto o crudo (quest'ultima variante detta "a sa mandrona", ossia "alla maniera della poltrona", nel senso di "pigra"). Se il formaggio utilizzato è quello vaccino, questo va fatto inacidire, senza farlo passare per la salamoia, lasciandolo a temperatura ambiente. In questo modo diventa acido al punto giusto quando, riscaldato, inizia a filare. Per la variante con formaggio cotto, il formaggio va tagliato a scaglie e squagliato in un tegamino, con aggiunta di un pochino di latte perché non si attacchi, e va utilizzato quando è squagliato.
La preparazione delle seadas, apparentemente abbastanza semplice, è la seguente:
Iniziare a preparare la sfoglia (con semola sarda, acqua, uova e strutto) rendendola ben fine e lasciarla quindi riposare. Nel frattempo grattugiare il formaggio (o se si utilizza quello cotto, dopo averlo fatto squagliare) e impastarlo poi con la scorza grattugiata di arancia o di limone. A questo punto riprendere la pasta e cominciare a tirarla, così da ottenere una sfoglia sottile: ritagliarla dunque in tanti dischi ( questi dischi saranno di circa 12-15 cm di diametro e 8 mm di altezza), usando l'apposita rotella o semplicemente la forma di una tazza. Distribuire su un disco una buona quantità dell'impasto precedentemente preparato e sovrapporre un altro disco di pasta, saldandone bene i bordi. Per facilitare quest'operazione, si consiglia di inumidire leggermente gli orli da congiungere con albume d'uovo. Procedere al riempimento ed alla chiusura di tutti i dischi, eliminando per bene l’aria dall’interno: le seadas ora sono pronte.
Una volta preparate, le seadas sono praticamente pronte per essere messe a friggere in abbondante olio d’oliva, dopo aver aggiunto, però, alcune cucchiaiate di strutto. Prima di metterle a friggere l’olio deve essere ben caldo e si deve usare molta attenzione nel maneggiarle: girandole a metà cottura (anche se sarebbe preferibile cuocere la parte superiore versando l'olio caldo sopra con un cucchiaio), e facendo anche attenzione a non bucare la sfoglia facendovi entrare dentro dell'olio o facendone fuoruscire il formaggio fuso. Estratte dall'olio vanno, infine, immerse nel miele (preferibilmente sardo, di castagno o corbezzolo), scaldato precedentemente in un pentolino sino a diventare fluido, e servite calde su un piatto, prima che il ripieno si raffreddi e solidifichi. A piacere si possono aggiungere nel piatto uno o più cucchiaini di miele caldo. Le moderne varianti, che saccheggiano la ricetta originale, prevedono, al posto del miele, anche l’utilizzo dello zucchero, ma non c'è dubbio che non vi è paragone con la ricetta originale che prevede il prezioso miele sardo.
Le seadas si accompagnano egregiamente a vini dolci bianchi ed aromatici quali la Malvasia di Bosa, la Vernaccia di Oristano, il Vermentino di Gallura DOCG, il Vermentino di Sardegna, il Moscato di Sardegna e l'Anghelu Ruju. Molti sardi non disdegnano accompagnarle anche con vini rosati, freschi di cantina. Difficile non farsi venire l’acquolina in bocca…vero?
Cari amici, anche oggi abbiamo parlato di Sardegna e dei suoi meravigliosi prodotti: se sapessimo, davvero, esportare con intelligenza  il frutto della nostra sapienza culinaria, noi, e soprattutto i nostri giovani, avremo certamente qualche problema in meno!


Ciao a tutti.
Mario