
Oristano 29 Agosto 2012








<< ..AMICO E' COLUI A CUI PIACE E CHE DESIDERA FARE DEL BENE AD UN ALTRO E CHE RITIENE CHE I SUOI SENTIMENTI SIANO RICAMBIATI..>> David Riesman










Cari amici,

credo che in tutto il circondario di Oristano ci sia poca gente che non è devota alla Madonna del Rimedio: la Sua fama, ormai, copre non solo il circondario ma tutta l’Isola. Il Suo Santuario si trova uscendo da Oristano e dirigendosi verso Torregrande, nei pressi dello svincolo che porta a questa nota località turistica. La Chiesa-Basilica del Rimedio, questo venerato santuario di cui poco rimane dell'originaria ed antica struttura medioevale, è meta ininterrotta di pellegrini da tutta l’Isola. Per la festa, l’8 Settembre, una folla immensa copre il grande sagrato circostante, ricreando quell’antico sapore di “sagra”, tanto in uso nel passato. Ecco la storia di questo luogo, dedicato da tempo immemorabile alla Madonna, e che mantiene intatto tutto il suo fascino.

L’attuale Basilica del Rimedio (l’edificio fu consacrato il 13 maggio 1956), sorge sopra un antico insediamento molto probabilmente di età nuragica. Il territorio intorno ad Oristano, infatti, era già popolato in epoca prenuragica e contava molti piccoli villaggi sparsi intorno agli ampi stagni costieri. Gli insediamenti, in gran parte oggi solo “toponimi”, erano chiamati Fenugheda, Nuragraba, Gutturu Mannu, Cannedu, Tzuarbara, Donigalla e, un po’ più a Nord verso Nuraxinieddu, Gippi. La zona intorno all’attuale Basilica era parte del villaggio di Nuracraba, sorto in epoca precedente anche alla civiltà fenicio-punica (testimoniata da ritrovamenti di vasellame, terrecotte figurate e monete), consolidatosi in epoca romana e successivamente ampliato in periodo medioevale; finì decimato, poi, a causa della peste del 1700.
Dove oggi sorge la Basilica era ubica la Chiesetta del villaggio di Nuracraba, mai cresciuto a sufficienza anche a causa delle frequenti inondazioni del Tirso, e che finì praticamente spopolato a seguito soprattutto della morbosa pestilenza che colpì il territorio ai primi del ‘700. Dati statistici storici del 1653, evidenziano che Nuracraba in quell’anno era ridotta a 16 famiglie, la vicina Donnigala ne contava 15, tutte superstiti della peste, mentre Fenugheda, risultava interamente spopolata; i suoi ultimi abitanti erano emigrati a Nuracraba affidando a questo paese la statua lignea del suo Santo patrono S. Marco, collocandolo proprio nella chiesa del Rimedio. Nel 1688 il Parlamento, con lo scopo di condurre nuovi abitanti a Nuracraba e a Silì, paesi ridotti ormai a sole quattro unità, stabilì una “franchigia” della durata di dieci anni ma l’egoismo dei feudatari, che lasciarono cadere i progetti, affossò la proposta e Nuracraba fini per spopolarsi del tutto.


La festa della Madonna del Rimedio cade l'8 Settembre ed è preceduta dalla novena (29 agosto – 6 settembre).
Le forme attuali della chiesa, a croce latina, con un tamburo a cupola all' incrocio dei bracci, rimandano al secolo XIX. All' interno, sull' altare Maggiore, possiamo ammirare il simulacro ligneo della Madonna del Rimedio, di bottega sardo -campana della prima metà del Seicento. Nella cappella di sinistra tanti gli ex voto che i numerosi miracolati a Lei rivoltisi Le hanno dedicato.

Quest’anno è un anno di grande festa, di grande giubilo: è il 60° dell’incoronazione della Vergine, avvenuta il 7 Settembre del 1952. Credo che si ripeterà, ampliata, quella grande partecipazione di folla, proveniente da tutta l’Isola, che 60 anni fa assistette, commossa, alla solenne incoronazione della Beata Vergine da parte del Cardinale Tedeschini, chiamato ad Oristano dall’Arcivescovo Fraghì. Non mancheranno le Autorità religiose, che l’Arcivescovo Sanna certamente chiamerà a partecipare, ne l’omaggio delle Autorità, il Sindaco Tendas, in primis, come fece nel 1952 l’allora Sindaco Carloni.
Io sono tanto devoto alla Madonna del Rimedio che mi ha sempre dato protezione e tutti gli anni, in silenzio, lontano dai momenti di folla mi reco al Suo santuario a pregarLa per me ed i miei cari. Farò così anche quest’anno. Non amo i “bagni di folla”, preferisco la pace e la tranquillità della Chiesa silenziosa: mi facilita il raccoglimento. Le dirò poche parole: Grazie mamma, Regina del Cielo, perché continui a volerci sempre tanto bene!
Vi abbraccio tutti.
Mario


Oristano 13 Agosto 2012
Cari amici,

come molti di Voi sanno passo le vacanze nella mia casa al mare in territorio di Cabras, non lontano dal suo omonimo stagno. Quest’estate, mentre chiacchieravo con un pescatore de “ sa Pischera de Mar’e pontis” , abbiamo parlato di cucina e casualmente anche delle antiche ricette del passato, necessarie per conservare a lungo il prezioso pescato della ricca laguna: il muggine. Due le più importanti: Sa Merca e su Mugheddu, diverse tra loro ma molto interessanti e capaci, in un’epoca dove il frigorifero era ancora da inventare, di conservare a lungo un prodotto molto deperibile come il pesce. Ecco, per Voi, la storia di queste ancora oggi rinomate ricette.

Grazie alla sua collocazione geografica Cabras è stato sempre un paese di pescatori, e la cucina cabrarese ha ruotato e ancora oggi ruota intorno al pesce, in particolare al muggine. Uno dei piatti più famosi ed antichi, la cui origine si fa risalire alla notte dei tempi, è "sa merca": Si tratta di un piatto freddo a base di muggine lesso, salato e messo ad asciugare sulla "ziba"; un'erba palustre nota col nome volgare italiano di Obione (Halimione portulacoides); al termine del processo di preparazione i pesci vengono avvolti con quest'erba, creando un caratteristico “pacchetto”, legato con dei giunchi, che consentiva non solo la conservazione ma anche un facile trasporto. L’altra ricetta, nata anch’essa per favorire la conservazione del muggine e quella denominata “Su Mugheddu”. Su mugheddu (o su pisci affumau), è il cefalo sventrato e sottoposto ad un bagno di salamoia. Solo gli addetti al lavoro conoscono la densità della salamoia e i tempi dell’immersione. Successivamente si procede all’affumicazione che avviene in una stanza dove il fumo di un fuoco di elicrisi secchi avvolge, per un tempo noto a pochi, i cefali sospesi ai giunchi che lentamente acquistano uno stupendo color oro. “Su mugheddu” si consuma dopo una rapidissima cottura alla brace.

Il nome “merca” si ritiene che sia stato dato a questa pietanza perché il metodo di conservazione è a base di sale: il significato etimologico, infatti, di merca è proprio quello di “cibo salato”. Questo procedimento di conservazione risale alla notte dei tempi, essendo stato scoperto e praticato dall’uomo preistorico. La ricetta della merca è stata attribuita ai fenici, stante la lunga dominanza nel territorio da parte di questo popolo, ma non pochi studiosi sono convinti, invece, che essa è sicuramente molto più antica e che possa essere datata tra il Paleolitico Superiore ed il Neolitico. I Fenici erano certamente un popolo che praticava la pesca e conservava il pescato sotto sale, ma non per questo sono da considerare gli inventori de “sa merca”.
Questa pietanza dalla storia millenaria è ancora oggi una caratteristica di Cabras, che grazie alla qualità dei cefali della sua laguna è ancora oggi la patria della migliore bottarga di muggine. I cefali (Mugil cephalus), sono particolarmente adatti per realizzare questa particolare ricetta. La preparazione deve essere fatta con competenza, se si vuole realizzare un prodotto saporito e durevole. Ecco la ricetta.

Merca di Cabras
ingredienti: 800 g di muggini, erba palustre ziba (salicornia) in quantità, sale abbondante.
Sa merca di muggine è un piatto che, dopo anni di oblio, è stato riscoperto e viene ora preparato nei ristoranti e negli agriturismi tipici, nei comuni di Cabras, Riola, Nurachi e Baratili San Pietro. E anche piatto caratteristico durante la sagra, per la festa di San Salvatore. Il suo gusto particolare parla di un tempo in cui i cibi andavano conservati con cura, in vista di giornate di lavoro lontani da casa, a bordo delle barche o nei lavori di campagna. Ecco ora l’altra ricetta.

Su Mugheddu o su Pisci affumau era, sino a pochi decenni fa, il piatto tipico del periodo quaresimale sia a Cabras che nei centri a ridosso del suo stagno. Come la merca, per la preparazione di questo piatto, l’ingrediente principe è il muggine della laguna di Cabras. Nel periodo aureo della Peschiera di Mar’e Pontis la preparazione del pesce avveniva in un apposito locale della peschiera , dove il pesce veniva leggermente sbollentato in acqua salata, o anche in una miscela di acqua dolce e di mare, quindi scolato e appeso ad affumicare su un graticcio posto all’interno di un camino comunicante con una camera di combustione dove venivano fatte bruciare delle erbe particolari, come l’Elicriso o Tignamica. Il muggine, prima di essere appeso, veniva bucato tra le branchie con un robusto giunco, in modo da formare dei veri e propri grappoli. Dopo l’affumicatura veniva consumato facendolo scottare sulla griglia calda e riducendolo a filetti dopo averlo liberato dalla pelle squamosa. Era anche un ottimo antipasto, tagliato a cubetti e mischiato ad una buona insalata di lattuga fresca.

Antiche ricette, antichi sapori che ancora oggi ci danno la dimensione di quanto straordinarie siano le nostre coste, le nostre lagune, il nostro golfo di Oristano! Una cosa, però, non abbiamo ancora imparato, dopo secoli di dominazioni fenicie, romane, spagnole e chi più ne ha più ne metta: a valorizzare quanto madre natura ci ha dato! L’antico e ricco stagno di Cabras è oggi praticamente una laguna dove anziché abbondare di pesci abbondano i conflitti, le ruberie, le lotte e le incomprensioni. Cosi non può essere utile a nessuno, non darà ne redditi ne ricchezze. E’ tempo che riflettiamo seriamente!
Grazie della Vostra attenzione.
Mario


Oristano, 9 Agosto 2012
Cari amici,
Il campione olimpico dei 50 km di marcia, Alex Schwazer, non correrà ai Giochi olimpici di Londra 2012 perché risultato positivo all'Epo, durante i controlli dell'Agenzia Mondiale (Wada). Avrebbe dovuto gareggiare dopodomani, sabato mattina. Il CONI lo ha rimandato a casa.

In questa mia riflessione, però, non voglio annoiarvi con tutti i dettagli di questa tristissima storia ma riflettere sulle cause, sulle motivazioni, che l’hanno scatenata.
Intanto, cosa rara di questi tempi, è da apprezzare l’immediata confessione: “Volevo essere più forte per questa olimpiade. Ho sbagliato, la mia carriera è finita”; con queste parole il campione olimpico in carica dei 50 chilometri di marcia, il bolzanino Alex Schwazer, ha ‘confermato’ all’Ansa la sua positività al doping. “Ho fatto tutto da solo e di testa mia – ha proseguito l’ex azzurro – e dunque mi assumo tutte le responsabilità per quello che è successo”. Poi, la conclusione, amara: “La mia vita nell’atletica è finita oggi”.

Ho seguito in TV le riprese in diretta di questa amara confessione e mi è venuto da pensare “perché” un campione come Lui, sicuramente benestante, amato dai suoi tifosi e sostenitori, fidanzato con un’altra stella sportiva, si sia lasciato andare a compiere un’azione cosi vile, cosi sporca. Il punto focale che fa scattare dentro di noi molle anche perverse è l’accettare (o non accettare) i propri limiti. Accettarsi per quello che si è o non accettarsi, questo è il problema! Ogni giorno è in gioco, tra noi e le nostre forze, il nostro potenziale, la nostra “Autostima”. Il difficile è riuscire a convivere conoscendo ed accettando i propri limiti, solo cosi si può avere una reale e concreta autostima di se stessi! Ognuno di noi ha i propri limiti "invalicabili".
La parola “limite”, parlando delle nostre capacità, fa pensare ad un punto di arrivo che impedisce di andare oltre, blocca un percorso, una meta da raggiungere. E’ una sensazione non bella sentirsi frenati, sentire ad un certo punto di non “riuscire a”; in poche parole rendersi conto, che non si riesce ad andare più in là di dove si è arrivati fino a quel momento. E’ difficile accettarlo questo limite, se lo dobbiamo mettere in relazione a quello degli altri. Perché si fa fatica ad accettare i nostri limiti? Diverse e complesse le motivazioni. La più importante è che non riusciamo ad accettare la supremazia di un altro, di uno che ha capacità maggiori delle nostre. E’ questo il momento terribile della nostra “fragilità”, che ci rende disponibili ad accettare i compromessi, che ci mette in condizioni di tentare di “barare”, di trovare soluzioni alle nostre debolezze, anziché accettarci per quello che realmente siamo.

E’ necessario Imparare ad accettarsi. Accettarsi per molte persone è una difficile conquista che richiede sforzi e un lungo lavoro su se stessi. Si tratta di conoscersi profondamente, di avere verso se stessi una reale e convinta “autostima ed accettazione”; un volersi bene veramente, riuscire a perdonarsi le fragilità ed anche gli errori, gioire dei successi possibili, accettando sempre i propri limiti. Non dobbiamo mai dimenticare che la perfezione non esiste! Oggi, vivendo in una società dove conta più l’apparire che l’essere, il bombardamento dei media costringe le persone alla perenne ricerca della perfezione. E’ una società quella attuale che non accetta sbagli o errori: essere superati significa cadere nell’oblio, precipitare nell’oscurità degli inferi, perdere fama, denaro e onori. Il terrore di sbagliare un obiettivo, di non arrivare primi alla meta, significa caricare i concorrenti di eccessive aspettative, costringendo i soggetti deboli a cercare soluzioni impossibili, quindi a cercare di barare.

Oggi l’essere vincenti in ogni campo è diventato quasi un comandamento ineludibile, e le conseguenze sono davvero deleterie: ci si sente sempre sotto pressione e non all’altezza dei compiti che ci sono stati affidati. Nel caso di Alex, tra l’altro, era difficile accettare di non essere l’atleta forte e vincitore, come nel recente passato, primo a Pechino 2008!
Ho letto con attenzione le notizie che nel mondo del Web circolano in queste ore, e che riversano su un Ragazzo, uno sportivo un ex campione, una variegata immensità di fango. Alex Schwazer, atleta dalle capacità indiscusse in una disciplina difficile come la Marcia, ha deluso un po’ tutti: sportivi, amici e familiari. Ora lo si accusa di aver gettato una nazione intera nel disonore, e viene additato come un appestato, diventato oggetto mediatico di scherno e di ironie.

Io da questa pagina virtuale non voglio ne difenderlo ne parteggiare per Lui: la mia è solo una riflessione. Voglio chiarire subito: Alex Schwarzer ha commesso un errore gravissimo, subito riconosciuto però, e questo è già un fatto molto positivo che non ha molti precedenti. Ora, questo ex-campione, anzi ex-atleta (stante le sue dichiarazioni in merito all'eventuale proseguio della sua carriera) è solo un ragazzo distrutto che merita, comunque, rispetto. Chi sbaglia deve pagare. Chi paga e mentre lo fa si pente e chiede scusa, non merita di essere linciato, vilipeso, offeso e ingiuriato. Pur non assolvendolo dalla sua colpa lasciamolo meditare in pace; fuori dai riflettori saprà meglio comprendere i suoi errori, frutto probabilmente della schiacciante pressione imposta dai ritmi frenetici dei nostri tempi.
Anche nei delitti più efferati la pena, pure quella più grave, deve servire a redimere il condannato non a vilipenderlo. Alex ha sbagliato ma sono certo che ha da subito compreso il grave errore, confessandolo immediatamente. Questo dovrebbe dargli, senza ombra di dubbio, il diritto ad avere una prova d'appello, una seconda chance. Ad altri, meno pentiti di Lui, si è concesso ben altro! Lo sport da Lui praticato, però, non è il calcio...
Grazie, cari amici della Vostra sempre gradita attenzione.
Mario
Oristano 26 Luglio 2012
Cari amici,


La conseguente rete globale di contatti e transazioni, in particolar modo quelle di natura economica, che consentono trasferimenti senza limiti di capitali in tempo reale in tutte le parti del mondo, ha aperto le porte a quei “grandi possessori di capitali” che, forti di una potenza finanziaria spesso più grande di quella di uno Stato grande come gli USA, sono in grado di costruire o distruggere a piacimento l’economia anche di un intero Continente.
Questo immenso “oligopolio finanziario privato”, frutto di fortune accumulate non sempre in modo pulito e lecito, è capace di incutere paura e terrore in quella grande schiera di tradizionali investitori privati che, saggiamente, cercano di mettere a frutto i risparmi di una vita. Le borse di tutto il mondo sono state, così, aggredite e dominate dai” grandi falchi internazionali”, facendo crescere di giorno in giorno la paura in quel parco di buoi/colombe, che per tanti anni diede linfa vitale alle Borse. Cari amici, è la “FIDUCIA” quella che è venuta a mancare, causando, come conseguenza, una serie di danni non facili da quantificare totalmente. La crisi che avvolge oggi il mondo, ed in particolare l’Europa è proprio una crisi di fiducia!

Anthony Giddens, uno dei maggiori sociologi del nostro tempo, nel suo libro "Consequence of Modernity" (1990) afferma che una delle più importanti novità della modernità, portate dalla “globalizzazione”, è il cosi detto "disembedding", termine inglese che teoricamente significa distaccarsi, svincolarsi, ovvero quello del problema del “distacco”, dello scollamento degli avvenimenti sia dal tempo che dallo spazio. Lo spazio socio-economico, infatti, non è più definito dai confini spaziali e temporali entro i quali uno si muove. Ad aver prodotto questa possibilità sono i sistemi esperti (ossia l'insieme di tecnologie che permettono le nostre azioni) che via via si sono svincolate dal tempo, dallo spazio e dal controllo del singolo, al quale non resta che fidarsi di essi. Proprio la necessità di fidarsi, derivante dalla mancanza di un reale controllo, genera insicurezza, contro la quale Giddens propone la riscoperta di una fiducia ontologica e di una modernità riflessiva. Giddens è convinto che l'economia stia diventando sempre più mondiale e dipendente dalle interconnessioni dei diversi mercati nazionali e regionali: gli scambi commerciali a livello mondiale sono maggiori rispetto al passato e includono sempre più prodotti, servizi e soprattutto capitale finanziario. Secondo il sociologo inglese, la caratteristica principale dell'economia attuale è proprio il trasferimento elettronico dei capitali che ha generato quel nuovo tipo di denaro definito da Giddens come “new global electronic money”. Oggi i nuovi luoghi degli scambi economici sono virtuali, online. Mancando gli spazi fisici di scambio, amplificando enormemente quelli virtuali, come ritrovare la capacità di darsi l’un l’altro quella fiducia senza la quale l’uomo difficilmente può sopravvivere? Non è facile.

Crisi di fiducia, quindi, sempre più presente che ha finanziariamente come prima conseguenza un anomalo rialzo dello spread, cioè quel differenziale tra il tasso migliore pagato per finanziare lo Stato ritenuto più sicuro e quello per finanziare il proprio. Correlazione reale quella tra crisi di fiducia e spread, ma “avere paura” in realtà non serve. La paura, lo sappiamo, cambia volto alla realtà: avere paura significa sopravalutare il male e sottovalutare il bene, falsare il dato reale. Di conseguenza chi si è spaventato delle previsioni vende i propri titoli in borsa, temendo il peggio, facendo cosi aumentare i rendimenti. Quando c’è una corsa alla vendita il prezzo continua a scendere e conseguentemente i rendimenti, per chi compra, continuano ad aumentare. Chi acquista in genere è un individuo più coraggioso e lungimirante: ha pagato un prezzo più basso e spera che in futuro, rivendendo, ci guadagnerà. Il mercato, però, non è composto solo da singoli investitori che possiamo definire alcuni “furbi” ed altri “pavidi”, ci sono altri numerosissimi operatori (aziende e rappresentanti di Istituzioni collettive), anche se non tutti dispongono delle stesse informazioni, né della stessa spregiudicatezza. Il risultato è che basta un minimo segnale di sfiducia per provocare facilmente movimenti consistenti di vendita di titoli considerati rischiosi per acquistarne altri ritenuti più sicuri.
Le richiamate crisi di sfiducia, inoltre, alimentano fortemente l’accennata speculazione internazionale, che ha una capacità finanziaria di enorme peso. Basta diffondere “ad hoc” informazioni allarmistiche per scatenare il panico: si può cosi acquistare quando tutti vendono lucrando forti e drogati guadagni. E’ possibile fermare il fenomeno? E’ possibile fare realisticamente qualcosa? Non molto. Innanzi tutto sarebbe necessario dare segnali di fiducia e autorevolezza, mai di paura.

Per fermare lo spread sarebbe necessario dotarsi di strumenti diversi da quelli oggi possibili. L’economia europea, basata sull’Euro, “moneta zoppa” perché non rappresenta una reale Europa Unita, non è in grado di gestire con autorità (non uso volutamente il termine autorevolezza) i debiti sovrani dei singoli Stati, nettamente diversi per consistenza e costi. Solo una Autorità europea superiore, gestendo in modo centralizzato questa massa enorme di debiti sarebbe in grado di alleviarne i costi, spezzando quell’infernale girone dei tassi che, costantemente lievitando, ne mettono in serio pericolo la restituzione. L’Europa oggi, l’ho sostenuto non poche altre volte, è un processo incompiuto, non è uno stato federale ne un’unione di Stati, ma qualcosa che, restando a metà percorso, può solo abortire. Si abortire. Perchè in una fase indefinita, come quella che stiamo attraversando, l’egoismo dei singoli stati (Germania in primis) sovrasta il bene comune, “l’interesse collettivo” di un’Europa unita che tutti vogliono a parole ma non con i fatti. Che la normalizzazione dei rendimenti dei debiti pubblici sovrani avvenga con l’emissione di Eurobond o di altri marchingegni finanziari poco importa, quella che manca è un’Europa che parli con un’unica voce, che dica al resto del mondo che è una realtà unica, forte e coesa, capace di dire la sua senza usare mille linguaggi, incomprensibili e contrastanti, come nella costruzione della torre di Babele. Un’Europa operativa vera sarebbe, davvero, capace di far abbassare la cresta alla speculazione internazionale, causa prima di quello spread altalenante che sta portando alla rovina Stati e famiglie.

L’Europa di oggi è malata ma il medico, come anticamente sostenuto, può essere solo Lei. Essa deve curarsi da sola, con la forza degli Stati che la compongono, perché altrimenti è meglio tornare al passato: ogni Stato per conto suo, archiviando l’Euro e tornando alle autonomie ed alle monete nazionali. Oggi le continue e proclamate rassicurazioni, per quanto dotte, dei rappresentanti dei singoli Stati sono solo l’aspirina che momentaneamente fa abbassare la febbre ma non cura il male. Per “guarire” servono antibiotici forti: ripetute iniezioni di fiducia, date quotidianamente, e senza interruzioni. Solo dopo, a guarigione avvenuta, potrà rinascere una nuova Europa-Nazione, unita e Stato federale, capace di competere ad armi pari con il resto del mondo.
Grazie della Vostra attenzione.
Mario


Oristano 23 Luglio 2012
Cari amici,
sicuramente la gran parte di Voi è mollemente sdraiata a riposare: chi in spiaggia…chi, invece, nella comoda sdraio della veranda a ricaricare le energie prima di riprendere il quotidiano lavoro. Anch’io, padrone ormai del mio tempo, assaporo un periodo di riposo nella mia casa al mare. Questo, però, non mi impedisce il mio quotidiano rapporto/incontro col computer che mi consente, grande strumento dei nostri tempi, di dialogare senza limiti di tempo con la platea degli amici.

Qualche giorno fa mettendo ordine nella mia biblioteca mi è capitata tra le mani una delle commedie di Antonio Garau (trattasi di “Basciura”, editrice Fossataro, ediz. 1976), l’indimenticato oristanese che ha dato non poco lustro alla nostra città e del quale, io dico purtroppo, poco si fa per farlo conoscere meglio anche ai giovani. Antonio Garau, con la sua superba e sottile ironia potrebbe essere anche oggi un grande esempio per le nuove generazioni. I suoi personaggi, non solo ironici e capaci di farci sorridere, trasportati nella realtà attuale, potrebbero essere ancora non solo molto attuali ma utili e non poco!

E’ proprio per questo che ho deciso, d’impulso come è mio solito, di parlare di Lui su queste “pagine virtuali”, sicuro che l’argomento riscuoterà l’interesse di qualcuno, anche in questo periodo di riposo e di calura estiva. Credo anche che, sotto certi aspetti, questa mia chiacchierata su Garau, cultore senza confronti della nostra lingua sarda, completi la mia precedente riflessione sull’ultima violenza fatta alla lingua dei Sardi dagli “Ermellini”, rei di aver ulteriormente svilito, tolto dignità, ad una lingua ben più blasonata di quella nostra ufficiale, l’italiano, se pensiamo che la Carta De Logu, codice di sommo valore, è scritta in sardo . Ecco, per la curiosità di chi poco la conosce, l’interessante storia della vita e delle opere dell’oristanese Antonio Garau.

Antonio Garau nasce il 3 giugno del 1907 ad Oristano. Figlio di Efisio, titolare di una merceria in Corso Umberto, meglio nota come Via Dritta, e di Anna Maria Albano. La famiglia, abbastanza numerosa come era d’uso all’epoca, abita in Via Severino 6 (oggi Vico Garau). La scarsa esistenza di scuole fa si che Antonio studi nel collegio dei Salesiani a Santu Lussurgiu. I suoi studi, però, si interrompono improvvisamente all’età di 14 anni dopo l’ennesimo lutto che colpisce la famiglia. Infatti dopo la morte di due fratelli (Raimondo, caduto al fronte e Michelino) e di due sorelle (Maria e Teresa) il padre lo richiama ad Oristano per aiutarlo nella gestione del negozio. La brusca interruzione degli studi, nonostante il lavoro nella merceria, non lo allontana dai libri. Continua a studiare da autodidatta e scopre una passione che, latente, serpeggiava dentro di Lui: quella per il teatro. Antonio è di natura ironico, pungente, capace di vedere in un attimo pregi e difetti delle persone; non solo dotato di spirito sognatore ma anche tagliente di lingua e con una mimica penetrante, capace da sola di esprimersi e scatenare ilarità. Insomma Antonio è naturalmente dotato di quella “frusta satirica” capace di colpire ed allo stesso tempo divertire chi lo ascolta.

Uno dei suoi più fedeli seguaci, oggi forse il massimo conoscitore di Antonio Garau, il colto burattinaio Antonio Marchi, racconta, ad esempio, che durante uno dei frequenti incontri a pranzo con amici in trattoria, riuscì con un curiosissimo gioco di sguardi, recitando senza profferire parola, a mettere in soggezione ed in seria difficoltà e confusione il cameriere, suscitando grande ilarità tra i commensali e soprattutto tra i suoi amici a tavola, che unitamente agli altri si scatenarono in grandi e fragorose risate.
Il piacere della commedia lo accompagnava fin da piccolo. Aveva solo otto anni quando al Teatro San Martino assistette alla commedia “Il Marchese del Grillo”. Il suo entusiasmo fu grande e da allora il piacere, il gusto della commedia, entrarono prepotentemente dentro di Lui, e non lo abbandonarono più.

Avrebbe voluto anche andare fuori a perfezionare questa sua aspirazione per il teatro (desiderava andare a Roma e frequentare l’accademia delle Belle Arti) ma non fu possibile: c’era bisogno di Lui nel negozio. Ciò nonostante utilizzò tutti gli spazi liberi per cimentarsi nell’arte del far divertire: nel 1930 durante il carnevale oristanese si paludò da auriga romano, su un cocchio trainato da quattro asini, si cimentò come regista e come attore, dando anche, infine, pubblica prova delle sue doti di prestigiatore. Utilizzando la sua grande capacità di osservazione utilizzò il negozio, affacciato sulla via più frequentata dagli oristanesi, come luogo privilegiato per monitorare, vedere e sentire quanto succedeva nel piccolo mondo di Oristano.
Nel 1934, a 27 anni, scrive la sua prima commedia: Is campanas de Santu Sadurru. La commedia, in tre atti, è ambientata in un piccolo paese del Campidano di Oristano. Protagonista il barbiere-tabaccaio di Triagus che organizza una rappresentazione teatrale per raccogliere i fondi necessari al riacquisto delle campane della chiesa parrocchiale. Scritta in sardo-campidanese è subito apprezzata e si divulga rapidamente. Per completezza d’informazione si evidenzia che il ricavato di quest’opera fu finalizzato a salvare i locali della Società Operaia di Mutuo Soccorso, denari destinati all’Opera Nazionale Balilla. I proventi della commedia, spediti al PNF di Cagliari, fecero sì che i locali di Via Solferino, nei quali, con i tanti cimeli, ancora si sente il ricordo di Antonio Garau, restassero il libero centro ricreativo dei lavoratori oristanesi.

A questa prima ne seguirono altre 12: Peppantiogu s'Arriccu ,commedia in tre atti del 1934, Pibiri Sardu , commedia in tre atti del 1943, Sonnu Trumbullau, commedia in tre atti del 1945, Basciura, commedia in tre atti del 1950, Sa Professoressa, commedia in tre atti del 1956, Giuseppi e Maria, commedia in tre atti del 1972, S'Urtima Xena, commedia in un atto e tre tempi del 1972, Sa Corona de Zia Belledda ,commedia in due atti del 1975, Cicciu Fruschedda, commedia in un atto del 1977, Su Mundu de Ziu Bachis , commedia in un atto del 1979, Maria Concepita, commedia in tre atti del 1980 e Su Segrestaneddu, commedia in un prologo e quattro atti del 1983. Quest’ultima vero “canto del cigno” del commediografo oristanese che muore, all’età di 81 anni, il 22 febbraio 1988.

Tredici commedie in tutto che abbracciano un arco temporale di circa 50 anni. Alcune di esse vincitrici di premi importanti, come “Basciura” che nel 1950 vinse il premio letterario Grazia Deledda e “Giuseppi e Maria” che nel 1975 vinse il premio Città di Ozieri. Tredici è un numero fortemente scaramantico, ma come nella migliore tradizione del “Nemo profeta in Patria” non ha portato al nostro grande commediografo fortuna, onori e la giusta notorietà. L’Oristanese, lo sappiamo, non è molto disponibile ad osannare i propri concittadini. Una sorta di quieta calma assonnata, che sembra provenire quasi da un contagio malarico, permea gran parte della popolazione. A questa si aggiunge anche la grande facilità degli oristanesi a “dimenticare”, facilmente, soprattutto i meriti degli altri.

L’unica nota positiva ufficiale, da parte del Comune, è quella di avergli intitolato il teatro civico, sorto sulle ceneri del Cine-Teatro Moderno in Via Parpaglia. Nell’attuale mondo globalizzato di Internet, dove trovano spazio e notorietà anche personaggi di levatura ben più modesta, Antonio Garau è praticamente uno sconosciuto. Eppure il grande commediografo oristanese meriterebbe ben altro rilievo! Nei tre siti internet “ufficiali” che si occupano di letteratura sarda, Sardegna Digital Library, Filologia Sarda, e la sezione cultura del sito della Regione, è praticamente un illustre sconosciuto. Garau, da parte non solo del comune ma anche della provincia di Oristano, avrebbe dovuto avere ben altri riconoscimenti: a me sembra assolutamente insufficiente la sola dedica del teatro cittadino. Nel centenario della sua nascita, nel 2007, modesto fu il battage pubblicitario: solo alcune rappresentazioni nel teatro a Lui intitolato.

Oppure c’è traccia di Antonio Garau, poco più avanti, sempre nella “Via Dritta”, davanti all’ingresso dello studio-laboratorio di Antonio Marchi (sempre disponibile a parlare di Lui ed a ricordarlo con amore), dove oltre i suoi burattini (tanti ispirati alle sue commedie), campeggia la scritta “Centro Documentale Commediografo ANTONIO GARAU (in allestimento)”.
Credo che quel “Centro Documentale” rimarrà da completare, in “eterno allestimento”, considerata la proverbiale inerzia di cui parlavo prima. E poi, dicono, che il 13 porta fortuna…..
Grazie a tutti e… A presto!
Mario
