martedì, gennaio 17, 2012

ROSSELLA URRU: UN ESEMPIO DI ALTRUISMO E SERVIZIO ALL’UMANITA’ ! I FONDAMENTALISMI NON UCCIDANO CHI FA DEL BENE CON DISINTERESSE! LIBERATE ROSSELLA!

Oristano 17 Gennaio 2012

Cari amici,

Rossella Urru, rapita il 23 Ottobre dello scorso anno in Algeria, nonostante tutti gli sforzi, è ancora nelle mani dei suoi rapitori. E’ un rapimento inspiegabile, crudele, che non trova giustificazioni di alcun tipo.

Rossella è un grande e fulgido esempio di vera “Donna Sarda”. Giovane, di Samugheo, appena ventisettenne, lavorava da oltre un anno nei campi profughi, dei rifugiati del "Saharawi". Si era laureata a Ravenna alla facoltà di Conservazione dei Beni Culturali (indirizzo Cooperazione Internazionale) proprio con una tesi sul Saharawi, una poverissima zona del sud dell’Algeria. La scelta della laurea in Cooperazione Internazionale non era stata casuale: il suo scopo era proprio quello di lavorare in queste zone povere e disagiate per portare il suo disinteressato contributo. Dopo la laurea era entrata a far parte della ONG CISP(Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli) con l’incarico di coordinatrice nei campi dei Rifugiati Saharawi. Il CISP operava già in questi campi dal 1985, in coordinamento con organizzazioni internazionali - tra le quali la Comunità Europea, il Programma Alimentare, l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite -, la cooperazione italiana, enti locali italiani, in particolare la Regione Emilia Romagna ed i Comuni in essa presenti.

Rossella prestava la sua collaborazione già da qualche anno e il suo lavoro riguardava soprattutto la realizzazione di un progetto, avviato dal Comune di Ravenna, per la salute e la tutela delle donne ospitate nei campi profughi. Lei, vera donna sarda, lavorava con grande entusiasmo, perché comprendeva bene il dolore ed il sacrificio che una donna affronta in un posto dove manca tutto, anche l’indispensabile.

L’incredibile rapimento di Rossella Urru e di altri due cooperanti spagnoli è avvenuto il 23 ottobre dello scorso anno nel campo di Rabouni, nel sud dell’Algeria vicino a Tinduf, nel cuore del deserto della Mauritania, zona controllata dal Fronte Polisario. Al Quaeda, immediatamente sospettata del rapimento, ha da subito smentito la partecipazione al sequestro, anche se i dubbi permangono. Immediata la mobilitazione non solo del Governo italiano ma di tutta la Comunità Europea. Questa forte e grande mobilitazione per Rossella unita alla forte pressione mediatica internazionale ha già ottenuto di sollecitare le autorità africane a seguire con maggiore attenzione la vicenda di questa intrepida ragazza di Samugheo e dei due cooperanti spagnoli rapiti con Lei.

Subito dopo il rapimento sono stati effettuati, da parte delle autorità locali, alcuni arresti (una quindicina) e, successivamente, prima il sospetto e poi la scoperta che una cellula jihadista si era infiltrata tra i miliziani del Fronte Polisario; infine la conferma che la banda che stava tenendo in ostaggio i tre cooperanti aveva trovato rifugi sicuri nel deserto del Mali, al confine con la Mauritania. Successivamente l'invio di un filmato in cui si intravvedono Rossella e i due spagnoli insieme ai predoni armati, ha dato conferma che gli ostaggi sono vivi. Sicuramente i tre cooperanti sono ostaggi di lotte tra fondamentalisti: la tesi più accreditata è che la Mauritania voglia combattere con decisione lo strapotere degli estremisti islamici che stanno imperversando nel deserto, soprattutto dopo la fine delle sommosse nell'Africa settentrionale e, in particolare, dopo la guerra civile in Libia. Sarebbe stato proprio grazie alle armi di recente produzione e ai fuoristrada portati via dalla Libia dopo la morte di Gheddafi che molti ex mercenari che hanno combattuto in Libia hanno accolto immediatamente la proposta dei terroristi di Al Qaeda. Il terrorismo applicato ai sequestri di occidentali significa anche denaro, un fiume di denaro che alimenta l'asfittica economia di quell'area poverissima dell'Africa. Dal Mali, di recente, sono trapelate indiscrezioni sul rapimento di Rossella Urru e dei due spagnoli. «I tre sono finiti nelle mani dei rapitori grazie alla complicità di una cellula jihadista saharawi», hanno rivelato funzionari del governo maliano, citati dal giornale arabo «al Hayat». A Bamako sono convinti che ci siano questi traditori-infiltrati dietro i recenti sequestri e per questo hanno sferrato un'offensiva mediatica contro il Fronte Polisario, l'esercito del popolo Saharawi che da oltre 30 anni combatte per l'indipendenza del Sahara Occidentale.

In questa bolgia infernale africana, dove Rossella è andata a prestare la sua opera solo per fare del bene, purtroppo è difficile districarsi. Il suo sequestro diventa sempre più complicato e, da lontano, il nostro Governo non ha che armi spuntate per trovare soluzioni. L’accavallarsi delle notizie di agenzia crea una situazione confusionaria ed è difficile percepire quale sia la fonte più attendibile.

Le ultime notizie-novità sul rapimento riportano che il ministro degli Esteri del Burkina Faso, Djibril Bassolet, avrebbe dichiarato che il suo Paese si è messo in contatto con il gruppo armato responsabile del sequestro di Rossella Urru e dei due cooperanti spagnoli. “Come si sa, questi tipi di negoziati sono molto delicati, perciò non darò altri dettagli”, avrebbe detto Bassolet. Le affermazioni potrebbero essere veritiere in quanto c’è da sottolineare che il governo del Burkina Faso, in precedenza, aveva collaborato per la liberazione di tre cooperanti spagnoli sequestrati nel Maghreb nel novembre del 2009: uno fu rilasciato nel marzo del 2010, gli altri due nell’agosto successivo.

La Sardegna attende con ansia la liberazione di una sua grande figlia: Rossella. Non si contano le iniziative, gli appelli, le manifestazioni di affetto e solidarietà! Nessuno è rimasto estraneo a questa grande prova che il Buon Dio ha chiesto a Rossella che, ne siamo convinti, è viva e presto tornerà libera! Siamo anche certi che con il suo immenso coraggio e la sua forza non odierà i suoi rapitori ma li perdonerà, come ha fatto nostro Signore sulla Croce, per il bene di tutta l’Umanità.

GRAZIE ROSSELLA DELLA TUA BONTA’ E DEL TUO GRANDE CORAGGIO! TI ASPETTIAMO CON GRANDE ANSIA!


LIBERATE ROSSELLA”!

MARIO

domenica, gennaio 15, 2012

LA MAGIA DEI FALO'. DAGLI ANTICHI RITI PAGANI ALLA FESTA CRISTIANA DE “SANT’ANTONI DE SU FOGHU”, L'EREMITA CHE RUBO’ DALL’INFERNO IL FUOCO A SATANA.


Oristano15 Gennaio 2011

Cari amici,

tra domani e dopodomani in tanti Paesi della Sardegna si accenderanno una miriade di “Fuochi Rituali”, in onore di “Sant’Antoni de su Fogu”, ovvero S. Antonio Abate, festeggiato in tante altre parti d’Italia, soprattutto nel meridione. Secondo i dati forniti dalla Regione Autonoma della Sardegna sono poco meno di cento i centri dove tra il 16 e il 17 gennaio, festa del Santo, verranno accesi i caratteristici fuochi rituali per rendere omaggio e festeggiare il Santo taumaturgo.

Considerato che la ricorrenza risulta alle soglie del Carnevale, evento molto caratteristico ed importante per la nostra isola, i fuochi in onore del santo sono da considerarsi un vero e proprio anticipo del carnevale imminente, anzi la vera e propria giornata di inizio. Per creare nuove correnti turistiche quest’evento, uno dei più suggestivi del patrimonio culturale dell’isola, è stato incluso nel progetto “L’isola che danza”, finalizzato proprio a creare flussi turistici “fuori stagione”. Per i riti legati ai fuochi di Sant’Antonio Abate si è scelto il claim “Scintille dal cuore”, Ischintziddas dae su coro, in Lingua Sarda.


Fuochi e falò che non sono uguali, per composizione, forma e dimensione, e che a seconda delle zone della Sardegna vengono chiamati in modo differente: Is fogus, is fogaronis o fogadonis, sos focos, sos o’os, foghilloni, fogoni e s’ogulone. Is frascas e sas frascas, is sèlemas e sas sèlemas, soprattutto in Ogliastra e in Baronia, perché costituiti da cataste di legna e frasche di cespugli della macchia mediterranea. A Dorgali è chiamato su romasinu, perché prevalgono i cespugli e l’odore del rosmarino. A Bitti è chiamato sa ochina, mentre a Torpé su fogulone. Is tuvas e sas tuvas (tronchi di alberi che i fulmini e lo scorrere del tempo hanno reso cavi), a Sedilo, Aidomaggiore, Ghilarza, Abbasanta, Norbello ed altri centri dell’alto oristanese. Nomi e composizioni differenti, però, tutti realizzati con cataste di legna di buona qualità, che brucia a lungo, regalando ai numerosi spettatori uno spettacolo di alta suggestione.

Ma da dove trae origine questa radicata cultura del fuoco, risalente certamente agli albori dell’umanità, e che, nonostante le nuove tecnologie non ha mai abbandonato l’uomo? Cerchiamo insieme di comprenderne il perché.

La crescita culturale dell’uomo, lo sappiamo, è fatta di una sequenza ininterrotta di tappe, dove la cultura e la conoscenza precedente si modificano e si aggiornano in continuazione, amalgamando vecchio e nuovo, senza soluzione di continuità. A somiglianza del mondo vegetale, dove sui vecchi legni coriacei e inspessiti dalla corteccia si formano, sbocciano e crescono le nuove gemme ed i nuovi rami che, rinnovandosi, danno vita a nuovi virgulti ed a nuovi frutti.

Con il passaggio dalla cultura pagana a quella cristiana anche il Cristianesimo nella sua lenta e costante crescita non ha ripudiato la precedente cultura ed i precedenti riti pagani, ma li ha inglobati, metabolizzati. Ha operato amalgamando e trasformando le antiche credenze e tradizioni in rinnovati riti cristiani, evitando pericolosi cambiamenti e sicuri traumi ai popoli convertiti al cristianesimo. Intelligente operazione di ‘transizione’ che, trasportando le precedenti pratiche pagane in un contesto religioso, consentì, stante la forte connotazione contadina dell’epoca, un trapasso indolore dal paganesimo al cristianesimo.

Gli antichi riti pagani delle “feste del fuoco” trassero certamente origine da due elementi essenziali che regolavano lo svolgersi della vita sulla nostra terra: il sole, la cui venerazione per la forza ed il suo calore era assoluta, ed il fuoco, la cui grande forza, capace di riscaldare, illuminare, purificare ,ma anche di distruggere, era seconda solo a quella del sole. Sole e fuoco dunque le grandi forze della natura a cui erano dovute adorazione e rispetto. La loro importanza era tale da alimentare le più strabilianti rappresentazioni. Una relativa al sole era quella di costruire e far ruzzolare una ruota infuocata giù per una collina, riproducendo cosi l’arco ed il movimento del sole; Un’altra, relativa all’ansia creata dal buio, era quella della costruzione ed accensione di grandi torce, capaci di illuminare le tenebre della notte, fugando la paura del buio. Sole e fuoco complementari ed alleati, capaci di riscaldare la terra e di esorcizzare le tenebre, riportando “luce e calore” sulla terra. All’idea del fuoco, surrogato del sole e del suo calore, si aggiungeva quella del fuoco come elemento purificatore: capace di distruggere il morbo dannoso, di liberare spazi all’agricoltura, di ridare vita nuova e fertilità al terreno, per una rinnovata annata agraria.


Dalla cultura pagana alla cultura cristiana il passaggio è stato indolore. La radicata cultura della venerazione del fuoco come “Dio pagano” il cristianesimo l’ha metabolizzata e rinnovata, trasformando le antiche e radicate tradizioni popolari, in omaggio e devozione verso il Santo cristiano, capace di padroneggiare il fuoco, Sant’Antonio Abate appunto, che, nell’interesse dell’umanità, riuscì a procurarsi il sacro fuoco, rubandolo con grande astuzia al diavolo nell’inferno. Nella comune raffigurazione iconografica S. Antonio Abate (per noi sardi Sant’Antoni de su fogu) viene rappresentato con la fiamma viva che arde nel palmo della mano. Santo ancora più importante del Dio pagano, a cui ci si poteva rivolgere non solo per le necessità del fuoco che riscalda e da calore ma anche per mitigare e far guarire “il fuoco della malattia”, invocato da quelli colpiti dal doloroso ’Herpes zoster’. Nella tradizione popolare, infatti, un’altra caratteristica importante attribuita al Santo taumaturgo, fu quella di guaritore degli ammalati di ‘ignis sacre’, detto più comunemente “fuoco di Sant’Antonio”.

Ma chi era questo santo a cui venne tributata tanta devozione e che ha assorbito nella cultura popolare il Dio pagano del fuoco, cui erano tributati solenni sacri riti? Eccone una breve e sintetica storia.

S. Antonio abate fu uno dei più illustri eremiti della storia della Chiesa. Nato a Coma, nel cuore dell'Egitto, intorno al 250, a vent'anni abbandonò ogni cosa per vivere da eremita nel deserto e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse vita da anacoreta per più di 80 anni: morì, infatti, ultracentenario nel 356. Già in vita accorrevano da lui, attratti dalla fama di santità, pellegrini e bisognosi da tutto l'Oriente. Anche Costantino e i suoi figli ne cercarono il consiglio. La sua vicenda è raccontata da un discepolo, sant'Atanasio, che contribuì a farne conoscere l'esempio in tutta la Chiesa. Per due volte lasciò il suo romitaggio. La prima per confortare i cristiani di Alessandria perseguitati da Massimino. La seconda, su invito di Atanasio, per esortarli alla fedeltà verso il Concilio di Nicea. Nell'iconografia è raffigurato circondato da donne procaci (simbolo delle tentazioni) o animali domestici (come il maiale), di cui è popolare protettore.

Anche in Sardegna, come in altre culture, soprattutto del meridione d’Italia, si ripropongono in chiave fantastica episodi biografici riguardanti il santo. In una di queste leggende, ancora oggi tramandata ad Orgosolo ed Aidomaggiore, si racconta come un monaco eremita, verosimilmente S. Antonio abate fosse riuscito ad ottenere per gli uomini il fuoco, dopo averlo rubato al diavolo. Diavolo scaltro, racconta la leggenda, che lo offriva agli uomini barattandolo in cambio dell’anima. Naturalmente nessuno intendeva accettare tali scambio. Però, una soluzione bisognava trovarla per avere il fuoco, strumento ritenuto di primario interesse. Era necessario trovare uno stratagemma per rapire al diavolo almeno una favilla. Un vecchio allora propose ai suoi compaesani di chiedere consiglio ad un eremita che abitava in una grotta lontano dal paese e che era da tutti considerato un sant’uomo. Racconta la leggenda che fosse ritenuto talmente capace ed astuto che neppure il diavolo sarebbe stato in grado di farlo cadere in tentazione e quindi in peccato. L’eremita acconsentì a recarsi all’inferno per recuperare il fuoco. Operando con grande abilità ed astuzia riuscì ad imbrogliare il diavolo, che gli voleva impedire di avanzare all’interno dell’inferno, e recuperò una favilla di fuoco. Fu per questo motivo, conclude il racconto, che quel santo eremita venne chiamato S. Antonio del fuoco.

Un’altra leggenda su S. Antonio, che potrebbe essere interpretata come una sorta di mito di Prometeo, quello che rubò il fuoco agli dei, cosi racconta. Essendosi un giorno il Santo accorto della grande sofferenza degli uomini che pativano il freddo, che causava inoltre mille altri malanni, animato da un nobile senso di compassione paterna, abbandonò il suo eremitaggio nel deserto per recarsi all’inferno. Preso un bastone di ferula si avviò lentamente verso il grande portone che ne delimitava l’ingresso e bussò alla porta. All’inferno, dove certo il fuoco non mancava, gli si parò davanti l’arguta faccia di un diavoletto che, pensando alle richieste di un dannato, spazientito gli chiude con rabbia la porta in faccia, bestemmiando Dio ed i suoi santi. Il Santo, paziente, non si scompose, ritentò e riprovò tre o quattro volte, finché i demoni guardiani, per toglierselo di mezzo, gli consentirono di entrare per riscaldarsi. Sant’Antonio si avvicinò all’immenso e inestinguibile fuoco e allungò le mani verso le fiamme per riscaldarsi; senza dare nell’occhio immerse nel fuoco la punta del suo bastone di ferula che, avendo un midollo spugnoso, aveva la capacità di custodire viva per parecchio tempo, nascosta dalla cenere, la forza del fuoco. Quando il Santo si accorse che il suo stratagemma era riuscito, con maniere garbate si congedò dai suoi ospiti, portando cosi in salvo il sacro fuoco e donandolo, trionfante, agli increduli uomini.

Questa antica festa del fuoco e del suo Santo protettore, che continua ad essere oggetto di grande venerazione, verrà anche quest’anno “calorosamente” festeggiata in tanti centri dell’Isola. Sono tanti i comuni sardi dove anche quest'anno si ripeterà l'antica tradizione dell'accensione del fuoco in onore di Sant'Antonio. Ricordiamo i più importanti. Partendo dalle porte di Cagliari (Ballao) e Sassari ( Florinas), troveremo la massima concentrazione tra le province di Oristano (Abbasanta, Aidomaggiore, Ardauli, Assolo, Arborea, Bosa, Boroneddu, Busachi, Fordongianus, Ghilarza, Laconi, Montresta, Morgongiori, Norbello, Nughedu S. Vittoria, Ollastra, Paulilatino, Samugheo, Scano Montiferro, Sedilo, Tresnuraghes, Ula Tirso), Nuoro (Aritzo, Dorgali, Lodé, Macomer, Nuoro, Oliena, Orosei, Ottana, Silanus, Torpé) e Ogliastra (Gairo).

L’antico rito del fuoco richiede una lunga preparazione, certamente non uniforme nella forma, nei vari centri citati, ma identico nella sostanza. Le persone di ogni centro, soprattutto i giovani, provvedono nei giorni precedenti il rito alla raccolta della legna necessaria. Al centro viene posto un grosso tronco cavo di quercia o di olivo, “ Sa Tuva”, attorno al quale si collocano diversi tipi di legna di varia dimensione, fino alla più fine, che dovrà innescare le prime fiamme. Terminata la preparazione il giorno della festa attorno a questo ‘sacro fuoco’ si svolgono dei particolari rituali preparatori. E’ una cerimonia collettiva, propedeutica ad un momento di incontro dalle funzioni apotropaiche, in funzione di allontanamento dei mali, anche tramite la preghiera, che recitata con tre giri in senso orario ed altri tre in senso opposto intorno alle fiamme, diventa elemento purificatore per i credenti, proiettandoli allo stesso tempo in una dimensione di rinnovata fiducia nel futuro. Intorno al fuoco purificatore, benedetto dal parroco, si riunisce tutta la collettività, religiosa o meno, e si contemplano con gioia e fiducia le fiamme incantatrici, capaci di allontanare sia i mali fisici che quelli dell’anima.

E’, questo del fuoco, un rito di grande gioia, vissuto e trasformato in festa. I partecipanti, incantati dal rituale, dal calore e dal crepitio delle fiamme, mangiano e bevono in compagnia, inebriati dal vino novello che circola in abbondanza. Si commentano e condividono i sapori dei piatti tipici, dei vini e dei numerosi dolci locali, si consumano piatti fumanti di fave e lardo, carni variamente cucinate di maiale, pecora o selvaggina, accompagnate da patate, cipolle e cavoli, offerti con gioia a tutti i presenti. Tutto questo diventa festa comunitaria, rinnova la felicità dello stare insieme, dell’incontro, della condivisione; tradizione, suggestione e raccoglimento, tutti insieme, in riflessione o preghiera, nell’auspicio di un anno migliore.

In questa notte magica è il Santo protettore che aleggia sulla festa e sui partecipanti. Si chiedono al Santo grazie e miracoli in un contesto quasi magico, dominato dall'imponente falò che, lanciando enormi lingue di fuoco, consuma enormi cataste di legna. Il fuoco brucia tutta la notte. Gli anziani osservano con attenzione le caldissime volute del fumo che, uscendo dal tronco infuocato, sale in cielo. Saranno proprio i disegni del fumo emanato a suggerire auspici e profezie per l’annata agraria. All’alba, in silenzio, i resti del grande fuoco non andranno perduti: tizzoni, carboni e ceneri verranno prelevati e conservati. Saranno usati per curare e scongiurare malattie, sia degli uomini che del bestiame; verranno anche utilizzati per preservare le colture (da intemperie e malattie), perché il Santo taumaturgo, ha sempre operato per proteggere gli uomini e le loro cose. Continuando ad invocarlo e festeggiarlo, ne siamo certi, continuerà a farlo.

Grazie, cari amici della Vostra attenzione.

Mario

venerdì, gennaio 13, 2012

DA PINUCCIO MELONI A “MELONISKI DA VILLACIDRO”: L’ARTISTA SARDO CHE FIN DA PICCOLO RINCORREVA I SUOI SOGNI TRA LE NUVOLE.

Oristano 13 Gennaio 2012

Cari amici,

pochi giorni fa mentre cercavo nella mia biblioteca un libro su Oristano mi è capitato tra le mani il libro-catalogo di Riccardo Barletta su “MELONISKI DA VILLACIDRO”,

artista oggi di fama internazionale, sardo fino al midollo, e che, con la forza e la determinazione dei sardi illustri, ha varcato il mare e senza nessun timore ha realizzato i suoi grandi sogni.

Con Pinuccio ci siamo conosciuti da “ragazzi”: era il 1966, io avevo 21 anni e lui 23. Eravamo entrambi impegnati a districarci nei primi meandri della vita lavorativa, io in un’agenzia di assicurazioni mentre Pinuccio curava l’amministrazione della neonata “Casa di Cura Madonna del Rimedio”. Diventammo amici, anche se questo piacevole stare insieme a cullare i nostri sogni durò pochi anni: nel 1969, infatti, Pinuccio lasciando tutti di stucco abbandono l’interessante e ben remunerato lavoro amministrativo per coltivare il suo grande sogno: quello di realizzarsi come artista. Tanti cercarono di convincerlo a restare, a non gettare via un lavoro che avrebbe potuto garantirgli un futuro sereno, ma fu irremovibile. Partì per Parigi, all’avventura, senza una meta precisa.

Lo affascinava Parigi, era li che voleva “Vivere d’arte”, era li che voleva realizzarsi come artista, a qualsiasi costo. Non gli importava se per vivere e respirare quel mondo avrebbe dovuto soffrite anche la fame: lui, come me, non era nato ricco di beni materiali ma certamente ricchissimo di talento! Già da allora il suo sogno era quello di volare con l’aeroplano della sua fantasia, di librarsi tra le nuvole ed osservare, da esteta, il mondo dall’alto, quasi con un occhio particolare, distaccato.

Nell'intervista che nell'Ottobre del 2006, in uno dei suoi ‘ritorni’ in Sardegna, rilasciò a Mauro Manunza de L’Unione Sarda, si abbandonò apertamente ai ricordi della sua infanzia, rivisti con quella sottile ironia che mai lo ha abbandonato. Pinuccio era nato a Villacidro nel 1943, in piena guerra eppure pieno di sogni. Sogni di un ragazzo vispo ma povero, che, pur capace, per necessità, anziché alle scuole superiori e all’Università, terminata la scuola primaria, andò a lavorare in campagna. In campagna amava contemplare il cielo, limpido e terso. Osservava le nuvole scorrere e rincorrersi, e, guardandole, lo assaliva il desiderio di cavalcarle. Avrebbe voluto un piccolo aereo per poterle osservare da vicino, attraversarle quelle nuvole, giocarci a rimpiattino, scomporle e poi ricomporle, anziché guardarle da terra. Non potendole toccare, le amava lo stesso, depositandovi i suoi molti sogni.

Mauro Manunza, raccontando la sua storia lo ha definito “L’artista che dialoga con le nuvole, il pittore di Villacidro col sogno di volare fin da bambino”. Nessun altro titolo poteva essere più appropriato!

Ripercorrendo gli anni della sua infanzia Pinuccio, riaprendo il file dei ricordi, racconta come riuscì, grazie al nobile gesto di un signore (di cui, forse per pudore, non ha voluto rivelare il nome), a lasciare la campagna ed a riprendere gli studi. Aveva, allora, 16 anni. Frequentò così la scuola di avviamento professionale a Gonnosfanadiga, conseguendo regolarmente il diploma. A 19 anni iniziò a lavorare come telefonista in una casa di cura a Cagliari. Le sue capacità lo fecero emergere in poco tempo: i responsabili di quella struttura sanitaria, all’atto dell’apertura di una nuova clinica ad Oristano, gli affidarono l’incarico di coordinatore amministrativo. Correva l’anno 1966, periodo in cui, come ho detto prima, feci anch’io la sua conoscenza.

Le sue riconosciute capacità lavorative, però, non costituivano per lui la massima aspirazione. Pur essendo un lavoro importante e ben retribuito gli stava stretto: nei momenti di pausa alzando gli occhi al cielo la sua nuvola era sempre li che lo aspettava; sembrava ricordargli che proprio lì erano depositati e custoditi i suoi sogni, che solo lui poteva realizzare. Nei tre anni circa che l’ho frequentato non amava parlare mai del suo lavoro, delle sue mansioni, del suo impegno amministrativo, ma dei suoi desideri, delle sue aspirazioni. Il suo più grande desiderio era quello di diventare un artista: con la pittura o con la scultura, con un mezzo, comunque, capace di rappresentare concretamente i suoi sogni. Nello scantinato della Clinica aveva attrezzato un piccolo studio. Ricordo dei vecchi tavoli dove venivano collocati cubi di pietra e una serie ininterrotta di colori, pennelli, diluenti, stracci imbrattati di colore e mille altre diavolerie di cui si serviva. In questo “rifugio” trascorreva la gran parte delle ore libere. Indossato il camice da lavoro dava sfogo ai sui sogni: dipinti, sculture in trachite rossa e bianca, disegni. Una di quelle sculture in trachite rossa fa ancora bella mostra di se nel piazzale di quella Casa di cura. Era quell’improvvisato laboratorio la sua “fucina personale” dove cercava di materializzare i suoi sogni. Io lo accompagnavo spesso in questo studio improvvisato e mi piaceva osservarlo senza parlare. Era lui che mentre lavorava di scalpello o di pennello accompagnava il suo operare con la descrizione della sua idea, del suo sogno, sia che cercasse di trasformarla in un dipinto o in una scultura.


Pinuccio era infastidito dal caotico mondo reale che lo circondava; egli viveva costantemente immerso in un mondo tutto suo: era un mondo astratto, diverso da quello della grigia quotidianità, più ampio, più luminoso, fatto di cieli azzurri, di nuvole, di aerei, di mongolfiere, che si librano, si dondolano nello spazio, in un’atmosfera surreale. Aveva trovato un sistema anche per continuare il contatto con il ‘suo’ cielo nelle ore normali. L’auto con la quale si muoveva tra Cagliari, Villacidro e Oristano non era la solita cinquecento (io ne avevo una blu) ma un’Alfa Romeo ‘Giulietta’, decapottabile, dalla quale, in qualsiasi momento, poteva osservare il suo cielo e le sue nuvole! L’insofferenza verso la piatta normalità di ‘uomo qualunque’ non durò a lungo inespressa ed esplose. L’abbandono era vicino.

Un bel giorno decise di spiccare il volo. Forse fu una decisione improvvisa o, chissà, a lungo meditata. Improvvisamente rassegnò le dimissioni dall’incarico, incassò i denari e, abbandonando tutto, lavoro, stipendio ed amici partì per Parigi. In tanti restammo increduli ma lui partì senza rimpianti per raggiungere il suo sogno.

Si stabilì a Parigi dove, per anni, certamente sbarcando faticosamente il lunario, si formò e si completò come artista, entrando in relazione con le avanguardie artistiche multietniche e multirazziali che vi soggiornavano. Tre anni dopo, ossessionato dalla caotica capitale francese (confessava di essere “ incapace di ignorare l’insopportabile, interminabile e rumoroso fiume di macchine lungo il boulevard St. Germain…”), abbandonò la città per trasferirsi a Milano, città che aveva conosciuto più consona e razionale. Ecco come riferisce l’arrivo a Mauro Manunza parlando di Milano:

“… Era la città giusta. Io sono dinamico, preciso, puntuale, grande lavoratore. Cosi sono i milanesi, i lombardi. Io sono un “lombardo”. Ho gratitudine per i milanesi, con loro non mi sono mai sentito a disagio. Certo, il mio modo di pormi non è invadente: penso che non sia giusto andare a piazzare l’ovile in Piazza Duomo, ma che invece occorra scambiarsi esperienze culturali, cosi che ciascuno si arricchisca arricchendo l’altro. Cosi dovrebbe essere con le etnie che si stanno riversando nel nostro paese: ognuno porta la sua cultura e assorbe la nostra. Rispettando le regole…”.

A Milano, artista ormai maturo ed affermato, si inserì senza grandi problemi. La sua ricerca artistica personale lo aveva portato a cimentarsi oltre che nella pittura nella scultura: pietra, legno e bronzo. Le mostre, a partire dal 1971 si susseguono senza interruzione: Milano, Genova, Firenze, Napoli, Sanremo Verona, Roma in Italia; all’estero: Cannes, Chamonix, Los Angeles, Zurigo, Parigi.

Alla sua natia Villacidro, dalla quale mai si è sentimentalmente staccato, dedica una delle sue più interessanti opere: due forme stilizzate in bronzo a forma di cuore con davanti un libro in pietra bianca, collocata all’interno del Parco Marchionni.

Ho incontrato Pinuccio ad Oristano una decina d’anni fa. Era in Sardegna per delle mostre, una delle quali organizzata in occasione della Sartiglia. Non ci fu molto tempo per i convenevoli, per le chiacchere ed i ricordi: io ero ancora impegnato con il mio lavoro bancario e ci salutammo frettolosamente. In quell’occasione ebbi in dono una delle sue opere ed il catalogo di Riccardo Barletta che prima ho citato.

Attualmente Pinuccio, ormai artista di fama internazionale, vive e lavora nel Lodigiano ma non ha mai dimenticato l’Isola. Ora si dedica prevalentemente, oltre alla pittura, alla scultura in marmo, bronzo e legno ed alla ceramica.

Ho di Lui un ricordo straordinario: oggi che di anni ne sono passati non pochi, sono felice di aver conosciuto un ragazzo con una forza straordinaria: un sardo intelligente e testardo, capace di cavalcare i sogni senza abbandonarli mai!

Grazie Pinuccio, è la gente come Te che fa grande la nostra splendida Sardegna!

Un grande abbraccio affettuoso.

Mario

venerdì, gennaio 06, 2012

LA COLONIZZAZIONE ROMANA DELLA SARDEGNA: BARBAGIA INDOMITA O VINTA?


Oristano 6 Gennaio 2012

Cari amici,
oggi la mia riflessione riguarda il passato della nostra Isola e precisamente la lunga dominazione romana durata circa 700 anni. Il grande dubbio che ha assalito per anni i sardi, colti e non, è quello che riguarda la Barbagia. Sono davvero riusciti i romani a sottometterla ed a dominarla, come per la restante parte dell'Isola? A prescindere dal mito, che ha sempre sostenuto che mai i romani sconfissero i barbaricini, la realtà è invece un'altra. Ripercorriamo insieme la storia.


E’ luogo comune che il termine barbaricino, che contraddistingue gli abitanti della Barbagia, la zona di montagna della Sardegna arroccata intorno al Supramonte, sia stato loro attribuito proprio dai romani .Essi definivano queste popolazioni “ civitates barbariae” , perchè, durante la conquista e successiva colonizzazione dell’Isola, trovarono in essi una incredibile e fortissima resistenza. Da qui il mito che i romani mai riuscirono a piegare del tutto questa popolazione.

Il recente articolo della Prof. Maria Ausilia Fadda, archeologa della Soprintendenza di Sassari e Nuoro, apparso nell'ultimo numero della rivista “Archeologia Viva” , riapre l’annoso quesito-dilemma sulla reale e incisiva dominazione romana in Barbagia. La nota archeologa afferma, a chiare lettere, che le recenti scoperte presso il villaggio nuragico di Sirilò, hanno messo in evidenza che la dominazione romana, nonostante i miti, non risparmiò neanche le zone più interne ed impervie del Supramonte. I recenti scavi effettuati a Sirilò, con l’attento esame di ambienti di epoche diverse, documentano che gli ultimi a frequentare quest'area furono proprio i Romani. Il riuso di tombe nuragiche dimostra che la romanizzazione della Barbagia ci fu eccome, fugando definitivamente i residui dubbi. Ulteriore conferma arriva dal ritrovamento di un deposito votivo nella gola di Gorropu: tutti i reperti rinvenuti sono stati classificati di epoca romana o greca. «Appare evidente - spiega Maria Luisa Fadda - che la convinzione diffusa di un isolamento resistenziale della Barbagia merita di essere rivista, per restituire al territorio il giusto ruolo».

Se a molti questa affermazione può sembrare straordinariamente nuova, in realtà è solo una conferma di qualcosa che non pochi studiosi avevano già da tempo ribadito. La capacità dominante dei romani e, prima di loro dei Greci, era stata già fortemente dimostrata oltre trent’anni fa dal Prof. Antonio Mereu, come possiamo leggere nel suo libro “Fonni Resistenziale nella Barbagia di Ollolai e nella storia dell’Isola”, uscito nel 1978, nelle edizioni della Tipografia Solinas di Nuoro.

Antonio Mereu, classe 1922, “Barbaricino d’adozione”, nacque a Cagliari ma si trasferì fin da giovane a Fonni nel 1948. Preside per anni della locale Scuola Media, divenne successivamente Ispettore onorario alle Antichità e belle Arti, ed apprezzato giornalista.

Mereu, ripercorrendo nel libro la nostra storia di Sardi, e partendo dalle antiche fonti classiche, afferma che i Greci, già prima della colonizzazione dell'Occidente (VIII sec a.C.), e i Latini conoscevano bene la Sardegna. Le testimonianze di Erodoto, Diodoro Siculo, Sallustio, Strabone e, soprattutto, Pausania - vissuto nel II sec. d.C. e che nel decimo libro della sua Tes Ellados Periegesis (Descrizione della Grecia) dedica un intero capitolo alla mitica colonizzazione della Sardegna - raccontano di popolazioni greche in fuga da Troia che si rifugiarono sui monti dell'isola e vennero chiamati Iliesi (appunto da Ilio). Successivamente la colonizzazione romana - iniziata nel 238 a.C. durante la seconda guerra punica – si estese dalle coste in tutta l’Isola, trovando all’interno una forte resistenza, in particolare ad opera delle popolazioni barbaricine, che cercarono in tutti i modi di non sottomettersi, rallentando il processo di romanizzazione, che per alcuni studiosi non fu mai totale. La verità, si sa, non è facile da reperire a posteriori.

Certo le affermazioni della Fadda riaprono un dibattito solo accantonato e sempre aperto, tra i convinti assertori dell’invincibilità dei barbaricini da una parte e dall’altra quelli che, come me, hanno sempre sostenuto invece la completa “colonizzazione” della nostra Isola.

La Fadda, nella sua intervista afferma che “…i Romani riuscirono a penetrare nel cuore della Barbagia, più precisamente nell'insospettabile Supramonte di Orgosolo, dove nuove scoperte costringono a riscrivere un importante pezzo di storia”.

Le ritenute innovative affermazioni dell’archeologa Maria Luisa Fadda, relativamente ai ritrovamenti di “Sirilò”, sito nuragico da Lei ben conosciuto, visto che in passato vi aveva già operato, dirigendo altri scavi, a mio avviso non sono, però, di nessuna particolare novità o straordinarietà. Altri, come dicevo prima, hanno in precedenza accreditato, dimostrandola, questa tesi, oggi sbandierata come “ capace di riscrivere la storia della Sardegna”. Di certo le recenti scoperte contribuiscono a rafforzare le tesi precedenti, che già affermavano che non ci furono enclave di resistenza neppure nelle cime del Gennargentu.

Che i romani avessero una ‘mansio’ a Sorabile, un chilometro circa da Fonni, e che frequentassero l'emporio di Santo Efisio vicino ad Orune è cosa nota. Come è cosa nota che il villaggio nuragico “ Su Romanzesu”, tra Nuoro e Bitti, allocato sull’altopiano granitico, perennemente battuto dai venti, che si estende nella parte più elevata dell'agro di Bitti, ai limiti settentrionali del territorio nuorese, prese nome proprio dalla presenza di numerose testimonianze lasciate dai romani che in epoca imperiale (II - III sec. d.C.) occuparono l'altopiano con insediamenti produttivi. Gli stessi romani colonizzatori che realizzarono l’importante strada che partiva dalle sorgenti del fiume Tirso (Caput Tyrsi) e raggiungeva la mansio di Sorabile, in agro di Fonni, un avamposto militare per il controllo delle zone più interne della Sardegna nell'area dei monti del Gennargentu. Da tutto questo ne deriva che i romani riuscirono senza ombra di dubbio a colonizzare anche le alte terre della Barbagia.

Scrive Antonio Mereu nel suo libro “Fonni Resistenziale nella Barbagia di Ollolai e nella storia dell’Isola”, che i romani occuparono l’Isola nel 238 A.C., nell’intervallo tra la prima e la seconda guerra punica, attratti dall’alto valore cerealicolo delle terre sarde, oltre che ritenere la Sardegna centro di primaria importanza per la produzione mineraria e base militare di prim’ordine, per la sua posizione al centro del Mediterraneo.

Se l’occupazione romana delle coste risultò più semplice, anche per la maggiore mitezza delle popolazioni costiere, ben più lunga e difficile fu la lotta per asservire la parte interna dell’Isola. Le lotte contro l’invasore latino, che aveva prepotentemente sostituito quello punico, videro un alternarsi di lotte e di vittorie su entrambi i fronti, coinvolgendo anche le popolazioni delle pianure. Cosi riporta Antonio Mereu:

“…La ribellione del 231 A.C. si scontrò con i legionari di M. Pomponio Matone, lo stratega antiguerriglia che impiegò nella repressione onde snidare i Pelliti dai loro rifugi, cani particolarmente addestrati nella caccia all’uomo. Narra la tradizione locale che i “mastini fonnesi”, razza di cani da pastore, usati nell’Ottocento dai banditi barbaricini nelle bardane, siano i diretti discendenti delle bestie utilizzate dal console romano per fiaccare i ribelli montagnini. Di questi animali, alquanti imbastarditi, esistono oggi pochi esemplari, a causa della requisizione indiscriminata, comprese le femmine, operata dal governo italiano nel 1912 per utilizzarli nella campagna di Libia contro i Senussi…”.

Altro tassello in favore della compiuta colonizzazione romana è quello che si può leggere in una dedica su stele marmorea, rinvenuta in prossimità delle terme romane di Forum Traiani, dove alcune popolazioni di “Civitates barbariae” facevano ‘omaggio’ all’imperatore in carica Tiberio. L’omaggio, si sa, è normalmente fatto dal suddito nei confronti del dominatore sovrano.

Tutto questo dimostra che, nonostante le resistenze, i sardi delle montagne si erano rassegnati ad accettare il conquistatore ed a subire il diritto del più forte, rintuzzando, in attesa di tempi migliori, il loro incoercibile desiderio di libertà.

“…Dopo Tiberio la romanizzazione dell’Isola e la penetrazione nell’interno divenne massiccia” , scrive Mereu nel suo libro. “…Da Forum Traiani prima e da Agustis successivamente, nonché da Karalis e da Ulbia, le coorti ausiliarie di Spagnoli, Galli, di Mauritani e Africani, si spinsero verso le montagne del Gennargentu, sino ai pendii del Monte Spada , seguendo un percorso stradale parzialmente punico tracciato sugli antichi sentieri nuragici…”.

Le strade, come sappiamo, furono la migliore arma di conquista dei romani.

In oltre 500 anni i romani costruirono in Sardegna quattro arterie principali che consentivano sia i commerci che la difesa. Una, la “Turre-Karales”, passante per Forum Traiani; un’altra, la “Portus Tibula-Karalis, che attraversava la parte orientale dell’Isola; un’altra, in tre tronconi, si snodava ad occidente: la “Tibula-Sulcis, la “Sulcis-Nora” e la “Karalis-Nora”. La quarta detta “ Per Mediterranea” o centrale “Alio itinere Ulbia Karalis, passante per Sorabile (a 2 Km. Da Fonni) in tangenziale ai monti del Gennargentu.

Quest’ultima, la più importante per l’argomento che trattiamo, è stata definita dall’archeologo Giovanni Lilliu “economica e strategica”, per il suo particolare tracciato a carattere militare che i romani avevano studiato in funzione soprattutto di controllo delle zone residenziali del Gennargentu, del Nuorese e del Bittese, sino ad Alà dei Sardi. Tre le stazioni intermedie tra Ulbia e Karalis: Biora, Sorabile e Caput Thirsi. Poche le tracce rimaste di questa importante arteria: solo 2 cippi, di cui uno rinvenuto proprio a Sorabile.

Per concludere non posso che ribadire quanto affermato all’inizio: che la dominazione romana dell’Isola fu piena e completa e che i recenti ritrovamenti non fanno che confermare quanto già ampiamente noto. Voglio chiudere questa riflessione riportando le parole del Prof. Antonio Mereu, della cui amicizia ho potuto godere e che ancora (in sua memoria) mi onora. Eccolo come riporta le sue idee nel suo libro prima citato.

“…Tutte queste testimonianze che abbiamo riportato, riflettenti una situazione politico-militare durata oltre 700 anni, riteniamo siano state sufficienti a dimostrare l’occupazione quasi completa del nostro territorio da parte di Roma repubblicana e imperiale, sfatando le tesi di alcuni studiosi del secolo scorso, che per inclinazione sciovinistica davano la zona montana esente da tale controllo...”.

Un sentito grazie alla memoria del Prof. Mereu per il Suo acume e la Sua lungimiranza ed a tutti Voi per la sempre gradita attenzione.

Mario


domenica, gennaio 01, 2012

RISCOPRIAMO L’AGRICOLTURA. UNA PROPOSTA PROVOCATORIA : L’ORTO SOCIALE!


Oristano 1 Gennaio 2012

Cari amici,
oggi voglio fare con Voi una riflessione che è allo stesso tempo una provocazione. Lancio una proposta ai comuni del mio territorio.

L’idea non è mia ma di persone ben più lungimiranti di me. Ho letto di recente(ogni giorno amo trascorrere qualche ora a leggere, nell’immenso web, fatti, notizie o novità interessanti) che alcune amministrazioni pubbliche della nostra penisola, accorte e lungimiranti, hanno dato nuovo valore ai diversi terreni di proprietà, incolti o poco coltivati, con una inedita trasformazione. Niente di particolarmente innovativo nella forma ma diverso e “nuova” nella sostanza. Questi amministratori, che dalle proprietà terriere poco o nulla ricavavano, hanno deciso di affrancarsi dagli affittuari che versavano canoni vicini allo zero per le casse dell’amministrazione, rientrandone in possesso per dargli una nuova destinazione. Quale, Vi chiederete, il motivo di questa operazione? Ecco i fatti.

Come ben sappiamo non sono poche le amministrazioni comunali che nei secoli hanno accumulato discreti patrimoni terrieri che normalmente restano incolti o vengono dato in affitto per pochi denari a pastori o agricoltori che non solo li utilizzano sommariamente ma, soprattutto, spesso e volentieri non versano neanche il modesto canone richiesto. In tempi come questi, considerata la sempre più scarsa assegnazione di fondi da parte del Governo centrale, i Comuni trovano sempre più difficile sostenere adeguatamente la parte della propria popolazione bisognosa di assistenza. E’ in questo contesto che è nata la lungimirante idea di cui sto per parlarvi.

Come la statistica diligentemente e ciclicamente ci espone, il numero dei pensionati è in costante aumento, considerato anche l’allungarsi della vita media. In questo contesto non poche famiglie di pensionati, considerato l’ampio tempo libero, hanno da tempo trasformato terrazze e balconi in piccoli orti dove hanno iniziato a coltivare non solo fiori ma anche erbe aromatiche come basilico, alloro, rosmarino, timo e quant’altro.

La vita arida e solitaria della città, priva di contatti umani soddisfacenti, dove il rapporto con la terra è solo un sogno d’altri tempi, sembra trovare un netto miglioramento da questo nuovo approccio col mondo vegetale: il ricreato contatto con la terra è diventato un riappropriarsi di una manualità dimenticata, capace di produrre nuove e forti emozioni, che trasforma un vivere alienante e solitario in una nuova dimensione di amore e gioia per la natura. Trascorrere delle ore impegnati a curare un piccolo mondo vegetale è un riappropriarsi del contatto uomo-natura, è un vivere gioioso, allevando e curando altri organi viventi; un impegno capace di innescare, come un farmaco curativo, piacevoli sensazioni ed emozioni, oltre che positivi effetti benefici generali sull'organismo.

E’ partendo da tutto questo che alcune amministrazioni lungimiranti, considerati anche gli scarsi altri mezzi finanziari disponibili per venire incontro alle esigenze dei loro amministrati, hanno pensato ad un piano di sistemazione dei terreni di proprietà, dividendoli in piccoli lotti ed assegnandoli, a richiesta, alle varie famiglie disponibili a coltivarli per le proprie necessità alimentari personali. A me quest’idea è sembrata cosi semplice ed innovativa da essere considerata una specie di “uovo di colombo”, insomma proprio una bellissima trovata! Plaudo a queste pubbliche amministrazioni che, ben più accorte di tantissime altre, hanno percepito l’importanza ed il valore che potevano rivestire terre che, trascurate da decenni, erano diventate solo un peso.

Questi neonati “ Orti Sociali”, come comunemente sono stati chiamati, sono diventati per molti anziani e anche per non pochi giovani, una benefica valvola di sfogo, capace di colmare grandi solitudini ed anche di ricavarne piccole integrazioni di reddito. Orti diventati motivo di incontro tra giovani ed anziani ‘vicini di orto’, dove molti hanno ripreso a vivere e sperare, aumentando lo stato di salute (fare del movimento è migliorare la salute e fare prevenzione sanitaria), migliorando la socialità e ricreando antiche usanze di scambio di capacità e professionalità, legate alla terra ed al mondo agropastorale.

Riflettendo più a fondo penso addirittura che l’idea debba essere vista non solo in chiave di piccolo diversivo per gli abitanti delle Città ma trasformata in qualcosa di più concreto: una nuova agricoltura civica con forte connotazione anche sociale, complementare alla vera impresa agricola, e ad essa comunque connessa. Un’idea che, percorsa nei giusti modi, consentirebbe una importante opportunità di diversificazione dell’Impresa agricola.

La rivalutazione della terra, partendo proprio dalle ‘terre pubbliche’, credo debba tornare ad essere un obiettivo primario dell’intera Nazione.

Il ritorno alla valorizzazione delle campagne avrebbe scopi benefici a largo raggio: dalla migliorata difesa del territorio, dove i suoli abbandonati costituiscono un pericolo sempre più serio, alle cosi dette innovative “terapie verdi” (ortoterapia, onoterapia, ippoterapia, etc.) che potrebbero costituire nuove opportunità di valorizzazione e diversificazione dell’impresa agricola. L’agricoltura deve rivivere, partendo magari proprio dall’idea innovativa degli ‘orti sociali’. Tanti potrebbero essere, inoltre, i beneficiari della rinata agricoltura sociale: dai prima menzionati anziani soli, vera folla solitaria delle alienanti città, ai giovani privi di lavoro, dagli ex tossici ai detenuti da riabilitare, per arrivare ai nuovi immigrati che potrebbero evitare di vivere di espedienti.

Quella di ripartire dagli “Orti Sociali” è’ una proposta che da queste righe lancio a tutti i Comuni del mio territorio, partendo proprio dal mio Comune, quello di Oristano, che so già con certezza che di terre pubbliche ne ha in abbondanza. Spero che l’attuale Commissario, il Dr. Antonello Ghiani, possa condividere questa interessante idea e percorrerla con determinazione.

Riflettiamo, cari amici! Anche Voi che leggete, cari e fedeli lettori del mio blog, potreste fare la Vostra parte caldeggiando questa strada a chi di dovere, se pensate che sia giusta.

Vi saluto e Vi ringrazio dell’attenzione.

Mario


martedì, dicembre 27, 2011

IL LUNGO CAMMINO DELLA COMUNICAZIONE. DAL LINGUAGGIO DELLE EMOZIONI ALLA SCRITTURA, DAI FUOCHI SULLE TORRI ALLA TELEMATICA. E L’AVVENTURA…CONTINUA!


Oristano 27 Dicembre 2011

Cari amici,
credo che questo post di oggi sia, per quest'anno 2011, forse l'ultimo. Il 2012, ormai, preme alle porte e non vede l'ora di entrare prepotentemente nella nostra vita! Certo l'anno in arrivo non si affaccia sotto i migliori auspici, ma io ho sempre creduto che in ogni circostanza l'importante è mantenere sempre la speranza e non cadere nella facile logica della rassegnazione. Sono certo che continueremo il nostro impegno quanto e più di quest'anno.
Grazie caro anno 2011 del percorso che ci hai consentito, mentre tu ora ti avvii al termine e benvenuto a questo 2012, ancora nel grembo, ma già pronto a percorrere il suo cammino.
L'argomento di oggi è quello della Comunicazione. Strumento importante, basilare per l'uomo, che non ha mai accettato una vita solitaria. Importantissimo oggi, che viviamo proprio nella Società della Comunicazione, in un mondo che, ormai, è diventato un villaggio globale.
Buona lettura, cari amici, e...tanti cari auguri di Buon Anno!

La comunicazione umana fin dalle origini è avvenuta attraverso il linguaggio dei gesti, un linguaggio “mimico”, manifestato all’esterno attraverso le espressioni del viso e di altre parti del corpo: le mani, il collo, il busto, etc. Era questo, pur elementare, un linguaggio espressivo ‘sofisticato’, che permetteva ed ancora oggi permette, di comunicar anche i messaggi più complessi. Linguaggio, questo, meglio definito “linguaggio delle emozioni”, che in epoca primitiva sostituiva nell'uomo la comunicazione verbale o scritta. Questo linguaggio mimico primordiale, consentiva di comunicare le emozioni più diverse: osservando sul viso dell’emittente o del ricevente espressioni di gioia o di tristezza, di pace o di rabbia. Questa modalità arcaica di comunicazione, nonostante l’evoluzione, dura ancora oggi. Per esempio, se vogliamo sapere di che umore sia una persona o quale sia veramente il suo atteggiamento nei nostri confronti, al di là di parole che spesso negano la realtà, ci affidiamo a quegli stessi antichi codici espressivi, semplici ma dotati di un notevole potere comunicativo. Al linguaggio mimico si è da subito affiancato quello verbale, che consentiva quella comunicazione a distanza attraverso la voce.

Non è concepibile alcuna evoluzione della cultura umana senza comunicazione. Si perdono nelle ombre remote della preistoria gli antichi sistemi utilizzati, oltre la mimica e la voce. Dai segni scolpiti sulla roccia alle pitture rupestri, dai tamburi ai segnali di fuoco o di fumo, dai suoni modulati, come quelli che si scambiano le specie animali per segnalare un pericolo, alle incisioni sulla corteccia degli alberi. Comunicazione, quindi, di una varietà ampia e di una ricchezza straordinaria, tra le quali, comunque, resta fondamentale per la complessità del suo linguaggio – la “lingua parlata”.

Il passaggio dalla comunicazione verbale, dalla lingua parlata, a quella scritta è stato un fatto epocale, che ha consentito la “conservazione” nel tempo del pensiero e della cultura, con la possibilità di trasmetterla ai posteri.

Già molti secoli prima di Cristo il messaggio scritto era stato perfezionato attraverso molti strumenti (tavole di cera, papiri, terracotta, pelli incise, etc.),ed era utilizzato, in particolare, per ragioni militari e di difesa. Esistevano corrieri organizzati, incaricati di trasmettere e movimentare messaggi, fin del settimo secolo a.C. in Egitto e in Mesopotamia; lo stesso strumento venne utilizzato per gli stessi scopi successivamente nell’impero romano ed anche, nella stessa epoca, in Cina. Erano, però, messaggi costosi, vergati “a mano” da abili scrivani “amanuensi”, e trasmessi da corrieri che si muovevano a cavallo o con altri mezzi rudimentali.

La vera rivoluzione che modificò e velocizzò la diffusione del ‘messaggio scritto’ avvenne in Europa dopo il 1.400. L’invenzione dei caratteri mobili, creati da Gutemberg attorno al 1450, modificò, in modo straordinario, la lenta trasmissione della comunicazione, che prima avveniva esclusivamente in modo manuale, copia per copia, attraverso gli “amanuensi”. La cosiddetta “Bibbia di Gutemberg” del 1474 fu il primo testo “rivoluzionario”: venne stampata in 300 copie con l’utilizzo di sei presse (torchi di legno a vite) a mano, velocizzando enormemente - per quei tempi – un lavoro che, prima, avrebbe richiesto l’opera di centinaia di amanuensi ed un tempo lungo decenni.

Questo passo importante fu decisivo per la successiva e rapida evoluzione della carta stampata. Meno di mezzo secolo dopo, a Venezia, per opera di Aldo Manuzio, letterato ed umanista, nacque quella che poi venne definita “l’editoria”. Manuzio, persona geniale, non solo inventò un nuovo carattere, l’aldino, progenitore dei caratteri moderni , ma anche uno stile di impaginazione valido ancora oggi. Fu anche il primo a numerare le pagine per facilitare la lettura e la consultazione. La comunicazione cammina veloce: dall’iniziale libro alla stampa periodica il cammino continua. Già nel Seicento e nel Settecento cominciano a diffondersi i primi quotidiani. Certo, considerata la scarsa “alfabetizzazione”, il numero delle copie non era certo elevato: la lettura era un privilegio di pochi. Solo nella seconda metà del ventesimo secolo la situazione in cui “tutti” (o quasi) in Italia sapevano leggere e scrivere diventò una realtà.

La comunicazione a distanza, invece, continuò ad utilizzare gli antichi strumenti (dai corrieri agli strumenti sonori e visivi arcaici) fino alla fine del Settecento ed agli inizi dell‘800. Il primo telegrafo elettrico fu inventato e costruito nel 1835 da Samuel Morse, professore di disegno all'Università di New York. Con un primo prototipo, assemblato utilizzando uno dei suoi telai per dipinti ed altri materiali di fortuna, Morse effettuò i primi esperimenti di comunicazione telegrafica a distanza. Nel 1843 venne finanziata dal governo americano la costruzione della prima linea di comunicazione telegrafica, inaugurata un anno dopo tra Washington e Baltimora. Il primo messaggio della storia fu trasmesso il 24 maggio 1844 alle 8,45. Morse a Washington telegrafa a Vail a Baltimora: "What Hath God Wrought" ("Quali cose ha creato Dio").

Il grande sogno dell’uomo, però, restava quello di trasmettere direttamente a distanza la voce umana. Il primo ad avere la giusta intuizione fu Antonio Meucci, toscano emigrato in America, che dopo vari tentativi ed esperimenti nel 1857 realizza il primo prototipo funzionante, anche se per le note vicissitudini economiche non riuscì a brevettare l’invenzione che, invece, fu sfruttata da Graham Bell. Era nato un nuovo straordinario strumento di comunicazione: il telefono.

In Italia la prima telefonata interurbana fu effettuata tra l’ufficio telegrafico del Quirinale a Roma e l’ufficio telegrafico di Tivoli, distante una trentina di chilometri. Il primo aprile del 1881 nacque in Italia il “servizio pubblico telefonico”.

In poco più di trent’anni (un tempo brevissimo nella storia) si crearono le premesse per dare alla comunicazione umana possibilità, prima, assolutamente sconosciute. Dallo spazio del villaggio o del quartiere si passò ad una dimensione che, pur non “globale”, (estese parti del mondo risultavano chiuse da barriere tecniche, politiche o culturali, in parte ancora oggi operanti) raggiungeva dimensioni mai conosciute prima. Comunicazione, quindi avviata a dimensioni “globali” che spaziavano in tutti i campi.

Oltre agli strumenti prima accennati di trasmissione sia scritta che orale, altri ne seguirono con un crescendo impressionante: dalla nascita della dattilografia nel 1874 ai vari sistemi di foto copiatura che seguirono all'invenzione della fotografia nel 1839. Inoltre le scoperte in campo elettrotecnico ed elettronico, fatte tra la fine del diciannovesimo secolo e l'inizio del ventesimo, portarono all'invenzione ed alla successiva diffusione dell’apparecchio radiofonico, che portò, in tempo reale, le notizie dalle varie parti del mondo. Seguirono, nella seconda metà del ventesimo secolo, la diffusione di telex e telefax, fino alla scoperta della trasmissione delle immagini a distanza con la Televisione. All’inizio questo nuovo strumento ebbe uno sviluppo discontinuo: non era ritenuto ne affidabile ne utile. C’erano stati esperimenti di trasmissione “elettromeccanica” di immagini nel 1884, perfezionati con l’invenzione del tubo catodico nel 1897. La televisione esisteva, come tecnologia sperimentale, già nel 1925, in bianco e nero, ed a colori nel 1929. Le prime trasmissioni televisive avvennero in Gran Bretagna nel 1936 e negli Stati Uniti nel 1939.

La vera diffusione, però, si realizzò dopo la seconda guerra mondiale. In Italia, dopo cinque anni di trasmissioni sperimentali, un regolare servizio televisivo cominciò nel 1954. Nello stesso anno si realizzò il primo collegamento in eurovisione. Le prime trasmissioni a colori avvennero nel 1953, ma cominciarono a diffondersi nel 1960 (in Italia “divieti” politici impedirono la televisione a colori fino al 1977).

L’enorme diffusione di tutti questi nuovi mezzi di comunicazione iniziò a creare anche non pochi problemi di gestione. Il grande afflusso di messaggi e di collegamenti finì per creare non pochi ingorghi. La soluzione a questi problemi venne trovata alla fine del millenovecento. Il satellite Sirio, lanciato il 26 Agosto del 1977 da Cape Canaveral, consentì la esponenziale diffusione e moltiplicazione delle comunicazioni allargandone a dismisura sia il numero che la qualità. Altri se ne affiancarono a questo, riempiendo lo spazio intorno a noi. Questa “nuova frontiera” incentivò altre conquiste: altri strumenti, ben più sofisticati, si aggiunsero a quelli esistenti, a partire dal computer. Era nata una nuova era.

Oggi pensare di fare a meno del computer sarebbe assolutamente pazzesco! Dalla faccende domestiche alla quotidiana routine del lavoro, dai giochi al fitness, dal cellulare all’Iphone, tutto viaggia attraverso la sua potente memoria e velocità; le sue strabilianti capacità di lavoro e di calcolo, ne hanno fatto il nostro “gestore”, del tempo e dello spazio, trasformandolo, in effetti, anche 'un po'' in nostro “padrone”! Senza di lui, senza questo potente “Grande Fratello”, credo che si possa affermare che la nostra vita non sarebbe più la stessa.

“Calcolare”, cari amici, è stato per l’uomo sempre un chiodo fisso!

Dall’abaco di antichissima origine, probabilmente babilonese, alla calcolatrice a ruota, ideata da Pascal nel 1.600, dalle calcolatrici elettriche al computer ed al suo veloce sistema di calcolo binario, ne è passata di acqua sotto i ponti! L’evoluzione, sempre più accelerata, rende obsoleto, superato, ogni strumento “nuovo”, dopo pochi mesi di vita. L’informatica ha fatto e continua a fare passi da gigante. Con la scoperta dei transistor prima e delle fibre ottiche poi il computer è riuscito a realizzare nella vita dell’uomo una trasformazione epocale.

Se la “Globalizzazione” ha potuto trasformare il mondo intero in un unico villaggio globale, il merito (o la colpa…) è sicuramente di questo nuovo e terrificante strumento: il computer.

L'informatica, attraverso i computer, è in grado di poter assolvere alla gran parte delle funzioni e delle necessità dell’uomo. Partendo dalle sue necessità primordiali, quelle di comunicare e fare di conto, essa riesce oggi a sostituire, inglobandoli, tanti altri strumenti precedentemente scoperti. In sintesi potremo affermare che l’informatica ha fagocitato tutte le precedenti forme di comunicazione (l’ultima la telecomunicazione), dando vita ad un nuovo strumento 'unico' chiamato proprio “ Telematica”, dall’unione dei due termini. La nuova società dell’informazione, oggi, è un “unicum” con questo grande strumento, del quale, anche se volesse, non potrebbe mai fare a meno.

Tutto questo lo affermo con convinzione proprio dai tasti del mio computer che considero, ormai, il mio “grande fratello”. E penso che la meta è ancora lontana! Chissà cosa ci riserva, ancora, il futuro!

Grazie dell’attenzione.

Mario