domenica, maggio 22, 2011

SI PUO’ NASCERE 'ALL’INFERNO' SU QUESTA TERRA E NON ODIARE? MARIO HA DETTO SI !!

Oristano 22 Maggio 2011

Cari amici,

oggi voglio portare ala Vostra attenzione una libro uscito di recente e che mi ha molto commosso.

E’ un libro che sta ottenendo un successo importante soprattutto tra i giovani. L’autore è un sardo oggi non più giovane (ha 77 anni), che in un linguaggio non dotto, anzi elementare, da autodidatta, racconta in modo crudo, tagliente, come uno scalpello che incide l’aspra roccia, le sue terribili esperienze di bambino abbandonato, di bambino cresciuto troppo in fretta. Sono i ricordi di una solitudine infantile causata dell’abbandono genitoriale, a soli 11 anni, privato da affetti e cure parentali normalmente dovute anche alle specie animali. Il bambino è costretto a vagare, con la paura e l’ansia che possiamo immaginarci, in cerca di cibo e protezione come una povera bestia nella foresta. E’ forte, coraggioso e lotta con tutte le sue forze, non si arrende all’avverso destino.

Il libro, stampato dalla casa editrice Salani, è uno straordinario spaccato della dura vita condotta nella Sardegna della prima metà del ‘900 e porta per titolo “ NATO ALL’INFERNO”
L’autore è Mario Gregu, gallurese di Luogosanto, che riporta il suo “…diario di una infanzia randagia consumata fra gli stazzi di Tempio Pausania e Aggius dell'immediato dopoguerra, quando Olbia si chiamava Terranoa, in campagna giravano i briganti e i pascoli regolati si chiamavano cussorgie. Una vita vissuta a piedi scalzi, in cerca di un riparo dalle intemperie e dagli uomini ostili come il padre, che morta la madre di malaria l'affidò al suo destino feroce quando aveva undici anni…”, come scrive Mauro Lissia, giornalista della Nuova Sardegna.
Titolo davvero appropriato per un libro che, se non riportasse una storia vera, reale, parrebbe più un romanzo inventato, scritto per i ragazzi che affrontano l’adolescenza. E’ un libro straordinario che ti cattura, che ti da la dimensione della forza dell’essere umano, della sua incalcolabile capacità di affrontare le avversità senza timore, ed allo stesso tempo di farlo senza perdere la reale dimensione dei sentimenti umani veri e positivi. Mario, a differenza del protagonista di “Padre Padrone” di Gavino Ledda, stranamente non odia gli essere umani a lui ostili, nonostante portino il suo stesso sangue, non odia quel padre che lo tratta come una bestia da macello e lo getta via come un peso. Mario resta un soggetto ‘positivo’ che, pur crudamente provato dalle asprezze della vita, continua a mantenere sentimenti di fede e amore verso gli altri, verso quei pochi ‘altri’ che in qualche modo si sono occupati di lui, gli hanno regalato un pezzo di pane o un sorriso.
Credo che questo libro possa insegnare molto ai giovani di oggi, oltre che far riflettere noi genitori. Credo possa contribuire a ricreare nelle nuove generazioni quella grinta oggi mancante; quello spirito “nuovo”, capace di dare ad ognuno la capacità di lottare, senza timore, contro le odierne “asprezze della vita”, diverse da ieri ma altrettanto dure da vincere. Queste difficoltà di oggi, queste nuove ‘prove da superare’ le conosciamo bene! Sono tante a partire dall’individualismo sempre più forte, che ci allontana dai valori fondamentali quali l’amicizia, la disponibilità verso gli altri, l’altruismo e la solidarietà; la capacità di avere fiducia in un futuro che li vedrà protagonisti e che ‘Loro’ debbono essere in grado di plasmare e dominare, lottando con le unghie con i denti.

Mario, pur abbandonato, lasciato solo ancora bambino a 11 anni, questo coraggio lo ha avuto. Stringendo i denti non si è perso d’animo, non ha pianto e odiato chi lo aveva gettato via come un ‘peso’, come un inutile fardello, ma ha lottato, reagito, senza mai arrendersi. Ha capito che la vita andava conquistata giorno per giorno, godendo anche di un minimo piacere come un sorriso, un gesto gentile o un piatto di minestra capace di calmare non solo la fame fisica, quella del corpo, ma soprattutto quella del suo spirito, mancante di protezione e di serenità interiore.
Mario è un bambino che pur avendo conosciuto l’inferno su questa terra non ne è uscito vinto. Bruciato si, dal fuoco infernale dell’indifferenza e dell’abbandono, ma plasmato in modo positivo: forgiato, fortificato, come il metallo che esce dalla fucina temprato, reso più robusto e resistente.

Leggiamolo tutti con attenzione questo libro che ripropone a tutti noi la “speranza”. Speranza che se ieri era necessaria in un mondo devastato e coperto dalle macerie della guerra, appare oggi ancora più necessaria, in un mondo certo ‘diverso’, nuovo, globalizzato, ma incapace di raccogliere le necessarie esigenze dei giovani.

Voglio chiudere questo mio invito con una piccolo frammento delle memorie di Mario, tratte dal suo libro. Eccolo.
“…Ero gestito peggio di una bestia e, se non bastasse, se giungeva voce che le capre sconfinavano in proprietà altrui, Birìu mi massacrava di botte. Così trascorsi il mio dodicesimo e tredicesimo anno di età. Dopo questo periodo il padrone decise di non allevare più capre e di conseguenza non aveva più necessità del servo. Premesso che io in questi due anni non ho mai visto mio padre, un giorno sentii Birìu parlare con la moglie e le diceva. ‘adesso chissà cosa pretendono di paga per due anni del ragazzo!’. Cosi Birìu si fece venire una bella idea, andò a cercare mio padre e gli disse: ‘ Giovanni tuo figlio ci ha rubato’ (non ho mai saputo cosa), mio padre gli credette ciecamente e cosi venne da me, mi prese a calci, mi sputò in faccia e se ne andò. Allora Birìu gli chiese: ‘ Ma Giovanni il ragazzo non ve lo portate?’ Papà rispose: ‘No’. Allora Birìu disse: ‘ Neanche io lo voglio, cosa ne debbo fare?’ Papà rispose: ‘Ammazzatelo e datelo ai porci!’…”
Credo che non ci siano commenti da scrivere: bastano quelli che ciascuno di noi matura dentro di se.
Vi ringrazio della sempre gradita attenzione.
Mario.

lunedì, maggio 02, 2011

LA SARDEGNA E GLI U.S.A.: UN AMORE CHE PARTE DA LONTANO.







Oristano 2 Maggio 2011



Cari amici,


che agli americani la Sardegna sia sempre piaciuta è, sicuramente, un fatto noto a tutti. Non pochi americani vengono da turisti nella nostra isola e non pochi altri l’hanno abitata per molti anni, quando a La Maddalena vi era una loro importantissima base. Vi dirò di più. L’interesse degli Stati Uniti per la nostra isola ha, radici ancora più lontane.
Finita la guerra nel 1945, quando si stipularono i patti cosi detti “di riparazione” con i vincitori, l’Italia era uno Stato che con altri aveva perso la guerra, quindi doveva “pagare” per ripagare l’alto costo della guerra. Tra le ipotesi che circolarono riservatamente, una, pur mai ammessa o ufficializzata, fu quella di cedere la Sardegna agli U.S.A., che sarebbe diventata cosi un nuovo Stato dell’Unione
Certamente l’ipotesi, pur sempre smentita, non era cosi campata in aria.

La Sardegna, al centro del Mediterraneo, costituiva un punto strategico unico, da cui gli Stati Uniti avrebbero potuto sorvegliare tutta l’Europa ed essere pronti e vigili a rintuzzare le eventuali mire espansionistiche dell’Unione Sovietica. A rafforzare ulteriormente questa ipotesi c’è la non casuale attenzione che gli Stati Uniti dedicarono all’Europa con il famoso piano Marshall, aiuto considerevole, che doveva aiutare la ricostruzione dei Paesi dissanguati dalla guerra e che vide l’Italia beneficiaria di non poche risorse, frenando le eventuali mire sovietiche.
Successivamente, non realizzato il sogno americano di una base/stato al centro del Mediterraneo, la diplomazia d’oltre oceano riuscì, comunque ad avere, formalmente in affitto, la grande base sarda dell’isola della Maddalena, servitù che durò non pochi anni e che, guarda caso, si ripresenta ancora oggi con ipotesi di ripristino.
Ho fatto questa premessa per introdurre l’argomento di cui sto per parlarvi e che vede proprio una grande manager americana abbandonare il dorato mondo del business per farsi adottare in tutto e per tutto dal nostro antico ed arcaico mondo isolano.
Ecco la storia.
Karen Wheelhouse, americana delle stato dell’Arizona, è una quarantenne in carriera. Ha lavorato a Washington, Portland, San Francisco, Denver e successivamente in Europa, come manager di Cisco systems e Manpower. La vita del manager, lo sappiamo è senza orari anche se si tratta di un soggetto di sesso femminile. Karen, però, è tosta e pur lavorando anche quattordici ore al giorno resiste e combatte alla pari con gli altri colleghi uomini. Un bel giorno, però, complice un viaggio a Roma, incontra al Colosseo un agente penitenziario sardo, al quale chiede informazioni. Lui che, con l’uniforme della polizia penitenziaria, monta a cavallo durante una festa del Corpo, è un giovane aitante, forse Le sorride, forse, chissà per quale misterioso meccanismo, riesce a stregarla. Fanno amicizia, escono insieme, nasce una rapida e coinvolgente storia d’amore.
Karen è inebriata dalla nuova vita, inizia a vedere meglio il suo lavoro ed inizia a pensare che, forse, è arrivato il momento di dire basta, di desiderare un’altra vita. I giorni di vacanza passano in fretta. Karen riparte da Roma con destinazione Il Cairo e Gerusalemme, mentre lui, sardo, finita la festa del Corpo, torna al suo servizio in Sardegna. Non si perdono di vista, però; l’uomo sardo è ormai entrato prepotentemente nel cuore di Karen che, pur non conoscendo l’italiano gli scrive, in uno strano italiano, tradotto dall’americano, che vuole continuare a rivederlo. Tante le E mail scambiate, che volano dall’America ad Arbus, nella Colonia Penale di Is Arenas, dove Carlo, l’uomo che l’ha stregata, presta servizio.
L’amore non conosce ostacoli. Karen molla tutto lascia un mondo globalizzato, fatto di lavoro e di guadagni stratosferici per noi sardi, per raggiungere il suo amore sardo. Lascia un lavoro che Le fa guadagnare oltre duecentomila euro l’anno, per trasformarsi in una semplice casalinga, per provare a riappropriarsi del tempo e dello spazio, per assaporare il lento scorrere delle ore, fotografando i paesaggi, i tramonti, il mare e le dune di sabbia. Karen, però non perde la sua formazione manageriale che è dentro di Lei, che, ormai, ha modificato il suo DNA.
In poco tempo, come se la cosa la riguardasse come Manager, fa una impietosa radiografia della Sardegna. Come in un grande libro mastro mette da una parte i valori, i grandi valori che possediamo, e dall’altra le nostre negatività, tutto quello che impedisce un saggio utilizzo delle nostre risorse. Karen si rende conto che potremo vivere da ricchi ed, invece, continuiamo a fare vita grama, con redditi di sopravvivenza. Lei se potesse...capovolgerebbe la situazione! Il nostro potenziale turistico è immenso perché non farlo decollare?
Di recente l’ha intervistata Paolo Paolini de L’Unione Sarda. Al giornalista ha detto che i sardi non si sanno pubblicizzare, che non riescono ad avere quella mentalità commerciale che consente di vendere al meglio le proprie risorse.
La Sardegna, dice Karen al giornalista è un’isola meravigliosa, dove terra, mare trasparente, acqua e aria limpide, sole per molti mesi all’anno, fanno un patrimonio di grande valore. I sardi, però , hanno molti difetti continua Karen. Quali?, chiede il giornalista.
“I difetti dei sardi? Non lavorano assieme. È difficile trovare qualcuno che parli inglese e questo è un grande limite per il turismo. Come puoi trasmettere certe emozioni a chi viene in vacanza se non le sai comunicare nella sua lingua? Spiegare a uno straniero che gli asparagi selvatici sono buonissimi, soprattutto con la pizza, è impossibile se non lo sai dire con proprietà di linguaggio. Un altro esempio? Nessuno vende ghiaccio. Eppure se vai al mare ne hai bisogno, ma quando l'ho cercato nei negozi mi hanno guardato come se fossi pazza». Il giornalista allora Le domanda: Un suggerimento? Karen cosi risponde
«Attirare i turisti americani e canadesi da ottobre a dicembre: per loro luglio e agosto sono mesi bollenti. Li devi accompagnare a raccogliere funghi, a vedere le bellezze che non troverebbero da altre parti. I sardi rinunciano in partenza, convinti - sbagliando - che queste rarità non interessino nessuno».
Karen, da buona manager, non è pentita della sua scelta. Sa che ci vorrà del tempo ma il futuro potrà, davvero, dare alla Sardegna il ruolo che merita nel comparto turistico mondiale.
La Sardegna c’è, con un patrimonio di cui, forse, ancora non siamo consci e di cui non sappiamo il vero grandissimo valore. Sono i Sardi che, purtroppo, per mille ragioni, non ci sono, perché non conoscono ancora il vero valore della loro terra.
Persone come Katia, forse, possono aiutarci a cambiare.

Grazie dell'aqttenzione!

Mario

sabato, aprile 30, 2011

L'AMBULANTE D'ALTRI TEMPI.


Oristano 30 Aprile 2011
Cari amici del mio blog,
il mio recente racconto dei "ricordi della mia infanzia", relativo al "Baratto" e nel quale ho rievocato la figura dei vecchi ambulanti, ha particolarmente colpito una delle mie fedeli lettrici. Sono felice della Email che Laura Camilla mi ha inviato, dove mi comunicava che quel racconto aveva risvegliato anche i suoi ricordi. In particolare le aveva riportato in mente una bella poesia in sardo che aveva avuto occasione di leggere in casa da un libro del Padre, appassionato di letteratura e poesia sarda. Per la mia felicità mi ha trascritto la pesia che io ho apprezzato molto. Ebbene come Lei ha fatto felice me io, ora, voglio fare felici tutti Voi.
Ho perciò deciso di riportarla su questo blog.

Sono certo che la apprezzerete anche Voi.
Grazie dell'attenzione
Mario.........................................................



S'ambulante tonaresu (di Peppino Mereu)




Cun d'unu cadditteddu feu e lanzu


sa vida tua a istentu la trazas;


da’una ‘idda a s’attera viazas,
faghes Pasca e Nadale in logu istranzu.


A caldu e frittu girende t'iscazas
pro chimbe o ses iscudos de 'alanzu,


dae s'incassu de sett'otto sonazas
chi malamente pagant'unu pranzu.
Sempre ramingu senza tenner pasu,
de una 'idda a s'attera t'ifferis


aboghinende inue tottu colas:
«Discos nobos pro fagher su casu


e chie leat truddas e tazeris


e palias de forru e de arzolas!


-Traduzione in italiano.



L’ ambulante tonarese (di Peppino Mereu)



Con un cavallino brutto e magro
trascini stentatamente la tua vita;


muovendoti da un paese all’altro,
trascorrendo Pasqua e Natale fuori casa.


sopportando nel pellegrinare il caldo ed il freddo
per cinque o sei scudi di guadagno,


dall’incasso di sette, otto sonagli
che malamente pagano un pranzo.


Sempre ramingo senza alcun riposo,
trasferendoti da un paese all’altro


gridando a gran voce ovunque passi:
recipienti nuovi per fare il formaggio


a chi compra scodelle e taglieri,
pale per il forno e per l’aia.



(libera traduzione mia –Mario Virdis.)


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A presto!



Mario




SE FOSSIMO CAPACI DI DARE IL GIUSTO VALORE...ANCHE AL SILENZIO !


















Oristano 30 Aprile 2011
Cari amici,
abbiamo recentemente parlato del silenzio e del suo immenso valore. Oggi, nella mia solita lettura dei giornali, ho appreso che a Torino è nata una nuova Associazione a cui è stato dato il nome di "ACCADEMIA DEL SILENZIO".
La cosa, di questi tempi, votati in toto al rumore costante, alienante, oltre che assordante, mi è sembrata addirittura quasi pazzesca! Eppure è vero. Ecco quanto riporta oggi L'Unione Sarda, nella pagina della cultura.
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Oggi al circolo dei lettori


Nasce a Torino l'Accademia del Silenzio.


Sabato 30 aprile 2011


Un'accademia per meditare su quante facce può avere il silenzio, in quanti modi si può vivere ed esprimere. Si aprirà oggi a Torino con una vera e propria «maratona silente» al Circolo dei lettori, luogo di dibattiti, presentazione di libri, ma anche di letture corali, pubbliche o individuali.
L'Accademia del Silenzio ricorda la prima stanza del silenzio che venne aperta nel 1954 dall'allora segretario delle Nazioni Unite, Dag Hammerskjoeld. Per lui era un vero e proprio spazio di meditazione in cui, da evangelico protestante cercava nella Bibbia ispirazione alle scelte che era chiamato a compiere nella politica internazionale. Con scopi meno impegnativi l'Accademia, da un'idea di Duccio Demetrio e Nicoletta Polla-Mattiot, si propone di condividere il significato del silenzio nella propria vita, il senso esistenziale, civile, educativo di questa necessità vitale, per leggere e condividere insieme scritture personali, poetiche, narrative dedicate al silenzio. Nell'assordante mondo contemporaneo vuol essere un'oasi di pace in cui - dicono i promotori -innanzitutto saper ascoltare: se stessi e gli altri, rispettandone, appunto, anche i silenzi.
La «maratona silente» è una non stop di interventi di intellettuali e artisti, per festeggiare insieme, la nascita dell'Accademia. Il programma prevede anche una performance di tango muto e racconti di donne straniere in Italia. Tra i tanti eventi Maurizio Ferraris, docente Filosofia teoretica all' Università di Torino, che interverrà sul silenzio che si scrive, il filosofo Margo Vergani che parlerà sul silenzio come la risposta negata. E poi il silenzio nella tradizione sacerdotale indiana antica, il silenzio nell'educazione alla pace di cui tratterà Doju D. Freire, monaca buddista zen del Global Peace Initiative of Women. «Il silenzio musicale come esperienza estetica» è l'argomento di Emanuele Ferrari, musicologo, musicista, ricercatore Università di Milano-Bicocca. Tra gli ospiti Rita Hokai Piana, monaca zen del Comitato Interfedi Città di Torino e Luciano Manicardi (Comunità ecumenica di Bose).

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Credo che la cosa, almeno indirettamente riguardi molto anche noi Sardi.
Noi che da sempre viviamo in un'isola bellissima dove il silenzio lo si può trovare praticamente dappertutto! Un silenzio fatto di ambiente incontaminato: campagne e boschi dove l'unico rumore è dato dal movimento degli animali, di spiagge praticamente deserte dove il silenzio è rotto all'improvviso solo dall'urlo del gabbiano, di piccoli paesi dove il sole illumina le stradine deserte percorse di corsa solo da qualche gruppo di bambini (pochi) impegnati a rincorrersi in modo giocoso.
Un silenzio fatto di cultura: composta da un'infinità di nuraghi,villaggi neolitici, tombe di giganti, betili, domus de janas, solo per citare i monumenti più antichi, senza scordare le Chiese romaniche, sparse nelle nostre campagne dove prima sorgevano importanti villaggi.
Un silenzio fatto di Storia millenaria: dalle torri moresche costiere agli insediamenti fenici, punici e romani, tra cui Tharros e Nora, solo per citare i più importanti.
Ul silenzio, però, che a noi sardi piace "gustare da soli", custodire gelosamente per noi: un gioiello che non vogliamo assolutamente dividere con altri!
Questo ragionamento, giusto se vogliamo, quando le condizioni economiche lo permettono, credo possa ritenersi abbastanza errato, quando, invece, queste condizioni non ci sono.
La Sardegna attraversa da tempo una situazione economica fragile e sbilanciata. Tra le tante risorse di cui potrebbe disporre ha da aggiungere sul piatto del "Turismo" anche questo stupendo bene, quale è il silenzio. E' questo un bene che, opportunamente utilizzato, messo a disposizione dei tanti che di questo silenzio potrebbero godere, costituirebbe un ottimo veicolo trainante, capace di portare nell'isola non pochi visitatori, ai quali "vendere" gli ulteriori altri beni e servizi di cui disponiamo.
Ma tant'è...così non è!

E' il nostro individualismo, la nostra incapacità commerciale di fare "gruppo", di associarci, per risolvere - insieme - i problemi, che impedisce tutto questo.
Dovremo invece cambiare mentalità, rimboccarci le maniche e, tutti insieme, lavorare sodo per creare lavoro e risorse per i tanti giovani che, invece, per necessità debbono emigrare, mentre la disoccupazione continua ad avanzare e l'economia permane a livello di pura sopravvivenza.

Un antico proverbio sardo dice che "su troppu istruppiada", gli eccessi sono dannosi! Mettiamo a disposizione degli altri i nostri beni, i nostri tesori, unici ed irripetibili, siamo abili commercianti, senza svendere e senza svenderci, salvaguardando il nostro patrimonio ma dando gli valore e reddito, facendo crescere la nostra terra e chi la abita.

Riflettiamoci, seriamente.

Mario


venerdì, aprile 29, 2011

Turras e Talleris: gli scambi senza danaro nel dopoguerra, il “baratto” … di necessità.



Oristano 29 Aprile 2011

Cari amici,
è da un pezzo che volevo riportare qualche altra storiella ricavata dai miei ricordi giovanili. Gli impegni, però, non mancano e i tempi si allungano. Ieri incontrando un'amica, fedele lettrice di questo blog, sono stato un pò...richiamato all'ordine e sollecitato a scrivere. Che dire? Le promesse si mantengono!
Ecco per Voi un'altro dei miei ricordi. Spero Vi faccia almeno riflettere.

Mario.

In questi tempi di mercati globali, commercio elettronico, piazze d’affari virtuali, in un’economia senza frontiere e barriere, il termine “Baratto” sembra riferirsi ai tempi della Bibbia. Invece il mercato che utilizzava, come strumento di scambio il baratto, è cosi recente che anche io, che non sono Matusalemme, ho potuto viverlo e toccarlo con mano.
La ripresa economica stentava a ripartire, dopo l’ultima sanguinosa guerra che aveva ulteriormente impoverito soprattutto le popolazioni del Sud. La circolazione monetaria era modestissima e gli unici che maneggiavano il poco danaro disponibile erano i proprietari terrieri e gli impiegati, soprattutto quelli delle pubblica amministrazione. Le famiglie del ceto operaio, che si mantenevano con il modesto lavoro dei campi o dell’artigianato, erano spesso costrette a ricorrere allo scambio in natura: lavoro contro generi di prima necessità. Il capofamiglia, i figli in età di lavoro così come la moglie, se prestava servizio presso una famiglia benestante, venivano remunerati per il lavoro prestato in natura: grano, orzo, latte, formaggi, olio, vino e quant’altro potesse essere utile per sopravvivere. A questi introiti alimentari, forniti in cambio delle prestazioni lavorative, si aggiungeva quanto era possibile ricavare dalle coltivazioni casalinghe: la lavorazione dell’orto, l’allevamento degli animali da cortile e le giornaliere “uscite in campagna”, per reperire ulteriori prodotti commestibili costituiti da frutta e verdure. La carne, consumata normalmente una volta la settimana, era fornita dal maiale allevato in casa e dagli altri animali da cortile: galline, tacchini, conigli e quant’altro. La mancanza di determinati prodotti importanti, non reperibili localmente, veniva soddisfatta non con l’acquisto in denaro, che non si possedeva, ma con una ulteriore forma di scambio: si cedeva una quantità di un prodotto per “permutarlo” con un altro. Sempre di baratto si trattava ma di uno scambio di “merci contro merci”; si scambiava quanto prodotto in eccedenza rispetto al fabbisogno familiare: grano in cambio di olio, vino in cambio di formaggio, cereali vari in cambio di noci, castagne, nocciole e cosi via.
Questo antico mercato, che risale ad epoche lontanissime, era ancora in auge quando io ero ragazzo. C’è da dire che questo “baratto” non era limitato all’economia del paese. L’interscambio aveva dimensioni più vaste e coinvolgeva l’economia di più province. Normalmente al termine dell’inverno, in primavera, o dopo l’estate, in autunno, non pochi commercianti dei paesi dell’interno scendevano dalla montagna, a dorso di cavallo e con un seguito di muli per il trasporto della mercanzia; provenivano da Desulo, Tonara, Aritzo, Fonni, Gavoi, per citare i più attivi, ed erano diretti verso i paesi delle pianure del Campidano, per barattare i prodotti tipici della montagna, noci, nocciole, castagne, formaggio, miele, con i cereali seminati in pianura e non reperibili nei paesi di montagna: grano, orzo, avena, ceci, piselli fave, etc.. Con i loro muli carichi di derrate alimentari portavano a valle anche i prodotti dell’artigianato tipico barbaricino: strumenti per la lavorazione della farina e del pane ( turras, talleris, culleras e paias de forru[i] ), setacci, e recipienti realizzati con legno, ferro e rame: dai campanacci per il bestiame ai grandi recipienti per fare il formaggio ( is craddaxius ). Le lavorazioni artigiane riguardavano anche strumenti per il gioco. Far divertire i bambini era importante in un’epoca dove l’assenza di giocattoli era pressoché assoluta, se escludiamo le rarissime bambole di porcellana per le bambine più abbienti. Per le altre vi erano solo pupazzi fatti di stracci. Al loro arrivo la curiosità era grande, per scoprire eventuali nuove lavorazioni a noi dedicate. Per noi ragazzi nei sacchi si potevano trovare, tutti realizzati in legni duri (in prevalenza olivastro, quercia o ginepro), trottole, raganelle, matraccas, dadi marchiati a fuoco e un particolare dado (Su poni), con quattro facce laterali e due lati, quello superiore e quello inferiore uno a punta per la rotazione e uno con il manico. Ai lati quattro lettere:
P; M; T; N[ii]. Questo strumento veniva utilizzato nelle notti invernali per giocare ad una specie di Poker: Ognuno conferiva una “posta”, normalmente una noce o una mandorla e faceva girare velocemente il dado. Se alla fine la faccia del dado rivolta verso l’alto indicava P, il giocatore doveva aggiungere un’altra posta; se la faccia indica M aveva, invece, guadagnato la metà del monte delle poste; se indicava N non aggiungeva e non prendeva; se indicava, invece, T si portava a casa tutto il monte delle poste sul tavolo. Il gioco, pur semplice, era molto divertente!
L’arrivo dei venditori, che viaggiavano sempre in gruppo per farsi compagnia durante le notti trascorse all’addiaccio durante il viaggio, era quasi una festa; un mercato con colori e profumi insoliti, che durava diversi giorni. Se le amicizie erano già consolidate la prima visita dei commercianti “forestieri” era riservata agli “amici”, che li accoglievano e li ospitavano.
Il primo giorno giravano a cavallo tutto il paese dando il ”bando” del loro arrivo e comunicando dove avrebbero potuto visionare i prodotti portati al seguito. Non erano tanto i prodotti alimentari (noci, castagne, nocciole, etc.) ad essere reclamizzati nel bando quanto, invece, i prodotti dell’artigianato, quelli che probabilmente attiravano la gente in piazza. Questo bando era costituito da una nenia, recitata in modo quasi “gridato” che reclamizzava i prodotti in vendita. La ricordo ancora sia nell’intonazione che nelle parole: “ E si ettada su bandu”! Tenimos turras, talleris, pajias de forru e culleras!
Normalmente il “mercato” era la piazza principale, dove in ampie stuoie venivano appoggiati i sacchi contenenti i prodotti della montagna e tutto intorno, ai lati, gli attrezzi prima descritti. A fianco i recipienti per il calcolo delle quantità, le “misure” in litri (in sardo questo recipiente è detto sa mialla ) normalmente realizzate in sughero. Il baratto aveva precise tabelle di conversione: due misure di grano per tre misure di castagne fresche, e cosi via. Anche i manufatti avevano un corrispettivo in “misure” di grano o di altri cereali. La nostra curiosità era alle stelle; in tanti volevamo provare i nuovi prodotti destinati al gioco, soprattutto trottole, e strumenti alquanto rumorosi come le raganelle.
Per diversi giorni tutte le mattine il mercato era attivo ed era una vera festa. La sera si visitavano le famiglie importanti, quelle alle quali, in cambio della futura amicizia, erano riservati prezzi particolari che oggi definiremo “saldi”. Recarsi al loro domicilio era un atto di omaggio che presupponeva non solo riguardo ma anche ricerca di amicizia e protezione. Era proprio in queste sedi che si realizzavano gli affari più importanti: esaurita tutta la merce portata in vendita si poteva, così, fare rientro a casa dal lungo viaggio, con buone prospettive per il futuro.
La loro partenza era un po’, per noi ragazzi, la fine della festa: tutto tornava alla normalità ed al tran tran quotidiano. Non mancavano i motivi di discussione e di contesa. I confronti tra le vecchie e le nuove trottole, che con grande fatica eravamo riusciti a farci comprare, scatenavano anche baraonde e bisticci anche seri. Tutto, però, tornava presto alla normalità.
Rivisti con gli occhi di oggi questi tempi sembrano davvero lontanissimi. La globalizzazione selvaggia, alla quale bene o mali ci siamo abituati (o sarebbe meglio dire ci hanno abituati) fa di questo “baratto”, di questi scambi in natura, un antico mercato primordiale: ci sembra di parlare dei tempi dell’arca di Noè, di tornare indietro di millenni, non di solo cinquant’anni fa!
Ciao a tutti.
Mario








[i] La traduzione di questi termini è il seguente: “Turra” è l’ampia scodella con manico che si usava per prelevare il grano o la farina dai sacchi; “Talleri” è l’ampio ripiano tondo di legno usato per impastare la farina; “cullera”, cucchiao, sempre di legno, è altro strumento più piccolo della “turra”, sempre usato nei lavori di panificazione; “paia de forru”, pala da forno era una ampia pala in legno, sagomata in tondo con un lungo manico usata per mettere al forno il pane, i dolci o altri prodotti da infornare.

[ii] Le trottole erano allora uno dei giochi più diffusi; le raganelle erano realizzate con un rocchetto dentato che girava dentro un contenitore di legno con una lamella che alla rotazione emetteva uno scoppiettante rumore; la “matracca” era una tavola quadrata di piccolo formato con un intaglio per la presa con la mano (simile ad un tagliere) ed una maniglia di ferro fermata da due occhielli. Il veloce movimento della mano faceva sbattere la maniglia sul legno, creando un rumore cupo, sordo. Era utilizzata anche nella settimana Santa per le processioni del Gesù morto, dato il particolare rumore. I dadi erano identici a quelli di oggi, oppure con la numerazione romana da uno a sei. Il dado speciale ( su poni) aveva, invece, incise a fuoco nelle quattro facce laterali, P – M – T – N -; questi simboli indicavano per il giocatore che lo lanciava l’esito, il risultato della giocata: P= aggiungi la posta; M= hai vinto la metà del monte premi; T= hai vinto l’intero monte premi; N= significava, invece, gioco neutro, senza perdite e senza vincite.


venerdì, aprile 22, 2011

AIUTO ! E’ SCOMPARSO IL SILENZIO! CHI L’HA VISTO ?

Oristano, 22 Aprile 2011
Cari Amici,
Ieri, Giovedì 21 Aprile, sfogliando l’Unione Sarda mi ha colpito l’articolo della prima pagina (sostituiva l’editoriale) a firma del Prof. Giampaolo Mele, uomo di grande cultura che stimo molto, che, con intelligenza ed arguzia, esponeva una sua dotta riflessione sul silenzio.
Non posso che condividere pienamente quanto esposto, considerati i miseri tempi che stiamo vivendo, fatti di una globalizzazione selvaggia che tritura e omogeneizza, in un orrido “melting pot”, immagini, suoni e frastuoni paragonabili al biblico caos della Torre di Babele.

Si è irrimediabilmente perduto il valore del silenzio, svalutato, svilito dalla voglia di apparire a prescindere dall’essere, dall’urlo che sostituisce la parola, dal comando che sostituisce l’invito, dalla prepotenza che annulla la volontà, dall’imposizione che elimina la scelta.
E’ un mondo strano questo del terzo millennio. Si è affacciato con la grande promessa di trasformare il mondo da antico ammasso di “piccoli cortili” in un unico grande prato verde dove tutti sarebbero stati in grado di disporre meglio delle ricchezze disponibili. Questa era la promessa iniziale fattaci dai teorici della “Globalizzazione”!
Vi sembra che questo stia avvenendo? A me sembra di no. Forse l’uomo la cercava, come in passato Diogene, e la cerca ancora questa più “equa distribuzione delle risorse”, ma, forse, è pura utopia: il motore del mondo non è l’altruismo ma l’egoismo.
L’apparente ricerca del meglio ha portato, per il momento, solo ulteriori divari di ricchezza: i ricchi che diventano sempre più ricchi mentre le schiere dei poveri continuano ad aumentare.
Gli ultimi avvenimenti che vedono i Paesi dell’Africa Mediterranea impegnati in una lotta senza fine, per un futuro meno precario per i propri figli, ne è la dimostrazione più lampante.
L’Europa, questa finta “Unione Europea”, che nonostante le fanfare e gli squilli di tromba, non è ancora riuscita a parlare con un’unica voce, sembra assolutamente incapace di recitare quel ruolo e quella posizione in grado di dare guida e sostegno ai più deboli.
In questa caotica “Babele” moderna l’unico protagonista è il rumore. Un rumore forte, caotico, altalenante, fastidioso, fracassone, terribilmente angosciante, che annienta la serenità, impedisce l’azione e la giusta riflessione e non consente di capire dove stiamo andando e perché.
Stranamente sembra già concretizzarsi quel mondo fantascientifico che turbava i miei sogni di ragazzo, quando leggevo sui libri gialli di “Urania” che il terzo millennio sarebbe stato dominato da un unico grande fratello in grado di controllare tutto e tutti, come in un gigantesco alveare gestito da una potente “Ape regina”, alimentata dai suoi fuchi e dalle sue api operaie.
Il rumore, il turbante e caotico ronzio dei nostri terribili alveari meccanici è sempre più forte, dove un baillame di suoni ed immagini in tempo reale, provenienti da tutto il mondo, annienta e distrugge il silenzio. Aiuto! Il silenzio è scomparso, forse morto per sempre. Chissà!
Forse no. Forse una possibilità esiste ancora per riportarlo tra di noi, per fargli riprendere il suo posto. Forse riusciamo ancora a riportare il mondo su binari meno tragici e più sereni. Dipende solo da noi.
Andiamo tutti alla ricerca del silenzio: sicuramente è ancora vivo, si è solo rifugiato in un luogo riparato, lontano dai rumori molesti. Recuperiamolo e ridiamogli il suo posto, la sua dignità. E’ questo il momento giusto. E’ questa la settimana che precede la S. Pasqua, la cosi detta settimana di passione, quella che vide Nostro Signore Gesù Cristo soffrire – in silenzio – e morire per noi, per riscattare tutto il genere umano. Recuperiamo quel silenzio che consente la riflessione, che ci aiuta a capire i nostri errori se abbiamo sbagliato, consigliandoci il modo per riparare. Perché se è vero che l’uomo può sbagliare è pur vero che è sempre capace di tornare sui suoi passi e redimersi.
Il silenzio, non dimentichiamolo mai, è la nostra forza, è la nostra ancora di salvezza.
Ecco, ora, all’attenzione di tutti Voi, l’interessante articolo del Prof. Giampaolo Mele che tanto mi ha entusiasmato e che entusiasmerà certamente anche Voi.
BUONA PASQUA A TUTTI VOI ! !

Grazie, cari amici, della Vostra sempre gradita attenzione.
Mario

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Verso la Pasqua con troppe parole
ALLA RICERCA DEL SILENZIO PERDUTO
Di GIAMPAOLO MELE
(v.Curriculum in calce)

Scoccano gli ultimi rintocchi di questa quaresima, Anno Domini 2011. La Settimana Santa impone raccoglimento e silenzio. Già: il silenzio. Questo grande sconosciuto, in tempi di sguaiate canizze televisive. E, sul silenzio, vi racconto una storia curiosa. Risale al 1952, e riguarda un disco di John Cage. Ma quel disco – che fece molto rumore – in realtà, non lo ascoltò nessuno. Perché? Era un intero silenzio di 4 minuti e 33 secondi. Sì,avete capito bene: quel disco ’suonava’ solo silenzio. C’è silenzio e silenzio. Come il biblico "tempo per parlare" e il "tempo per tacere" ("tempus loquendi", e "tempus tacendi"). Ricordate il folle silenzio di Cristo, in tribunale? In una Passione in sardo, di età spagnola, del monastero di Santa Chiara di Oristano, Erode chiede al Figlio dell’Uomo: «Perché non rispondi, pazzo?» (macu, nel testo). E ordina: «Portatelo, incatenato, alla presenza di Pilato».
Paesi che vai, silenzi che trovi. Nella Spagna medioevale, dei barbari visigoti, per il Venerdì Santo fu silenzio fanatico: chiese sprangate. Silenzi di individui, silenzi di popoli. Come quello dei giapponesi, dopo la loro apocalisse; silenzio scioccante che frastorna il pianeta. Esiste silenzio e silenzio. Compresi i leopardiani «sovrumani silenzi, e profondissima quiete», con panico cosmico. E il silenzio del dolore dei bambini? Niente di più ineffabile, nel suo muto chiedere ragioni a Dio (apparentemente sordo). Ma troppo facile scorrere i silenzi, nel tempo, nello spazio, nella musica; si rischia la parola fatua.
Bussano alle porte, dopo questa Settimana Santa, elezioni amministrative.
Essenza della democrazia è la parola,ma quando è preludio di fatti: non di bla-bla-bla. E non guasterebbe, in questi giorni sacri, tra mistici canti di confraternite, ricercare una dimensione interiore, non formale, del silenzio.
Forse, servirà, anche per prepararsi al sacrosanto - e combattivo – agone civile, con parole giuste: parole che siano premessa di atti concreti (e non promessa ideologica). Ma l’urlo drammatico, che rompe il silenzio, è umanissimo. Lo elevò lo stesso Cristo sulla croce, quando si sentì abbandonato da Dio. E lo innalzano padri di famiglia licenziati, o i giovani che gridano: "voglio guadagnarmi il pane quotidiano".
Ma ora basta. Vi lascio in punta di piedi, abbandonandovi alla ricerca del silenzio perduto.

G.Mele
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Curriculum di Giampaolo Mele.

Giampaolo Mele nasce nel 1960 a Santu Lussurgiu (Sardegna). Diplomato presso il Liceo Classico "De Castro" di Oristano nel 1979 con 60/60. Laureato presso l’Università di Cagliari, con lode e dignità di stampa, nell’a.a. 1983-1984, con tesi sulla cappella musicale di Giovanni I, re d’Aragona (1387-1396), svolta presso l’Archivo de la Corona de Aragón di Barcellona. Dall’a.a. 2000-2001 è in servizio quale Docente associato di Storia della Musica Medioevale e Rinascimentale presso l’Università di Sassari (SSD L/ART-07). Nello stesso ateneo ha insegnato Storia della Chiesa Medioevale (a. a. 1999-2000), Paleografia Musicale (a.a. 2001-2002), Paleografia Latina (a.a. 2001-2002). Dal 1993 è professore invitato presso la Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna (Cagliari). Attualmente insegna Storia della Musica Medioevale e Rinascimentale presso l’Università di Sassari, Facoltà di Lettere e Filosofia, nel corso di Laurea Triennale interclasse Scienze delle lettere e della comunicazione (L 10/20), e nel corso di Laurea Magistrale interclasse Scienze delle lettere e della comunicazione multimediale (LM 14/LM 15).

martedì, aprile 12, 2011

SARDEGNA: NELLA MILLENARIA TERRA DELL’OSSIDIANA TZIU DELFINO COLTIVA ORA L’AMARANTO, L’ANTICA "PIANTA DEGLI DEI" DEGLI INCAS, IL “KIWICHA”.

Oristano 12 Aprile 2011.

Cari amici,

colgo l'occasione di una notizia riportata oggi dal giornale l'Unione Sarda per parlarVi di un interessante fatto nuovo che mi ha piacevolmente sorpreso: un vecchio agricoltore della Marmilla ha messo a dimora nel suo terreno una pianta di antichissima origine sudamericana.

La Marmilla è terra di millenaria vocazione agricola. Un tempo ricco granaio dei romani le sue terre sono oggi, purtroppo, in gran parte abbandonate in quanto prive di quelle nuove tecniche di coltivazione capaci di restituirle economicità e reddito.
Da Gonnoscodina però è arrivata, proprio in questi giorni, una buona notizia. Beppe Meloni, noto giornalista attivo sull’Unione Sarda riporta, oggi Martedì 12 Aprile, una notizia apparentemente di secondo piano ma da leggere, invece, con attenzione.

Nel pezzo si legge che tziu Delfino Porcu, agricoltore di 74 anni che si guadagna da vivere lavorando in campagna, uomo saggio e ricco di un annoso bagaglio di esperienza, saperi e conoscenze, ha messo in atto nella sua campagna un esperimento che si è rivelato abbastanza interessante.
La sua curiosità lo ha portato ad uscire dal ‘solito’, a sperimentare nuove coltivazioni di sementi la cui peculiarità è riuscito a scoprire attratto dalle letture sugli indiani d’America. La sua curiosità gli ha fatto scoprire la serietà e capacità degli antichi indiani agricoltori che coglievano le erbe medicamentose conosciute con grande rispetto, utilizzandole solo quando della stessa pianta ne erano presenti almeno due esemplari per tutelare la specie; cosi come ha scoperto la produzione di cereali dotati di alto potere energetico, come la kiwicha, o amaranto ( Amaranthus caudatus L.), una dicotiledone annuale della famiglia delle amarantacee, originaria della regione delle Ande e coltivata fino ad altezze superiori ai 3.500 metri.
La coltivazione di questa pianta è di origine antichissima: semi di kiwicha sono stati rinvenuti in tombe pre -incaiche di oltre 4.000 anni fa. Un popolo nobile, quello andino, somigliante a quello dei nostri avi, che ha tramandato nei millenni la ricchezza delle conoscenze fondate sull’uso attento dei prodotti della terra.

Le sue curiose letture lo hanno portato a scoprire che questo cereale, la kiwicha, è oggi al centro di un grande progetto denominato "Progetto Amaranto”, nato per sostenere l’agricoltura autoctona, come alternativa alla fame nella provincia ‘Salta’, nella zona nord-occidentale dell’ Argentina . In questo povero ed affamato angolo del mondo, dove viene realizzato questo progetto, vivono 1.780 famiglie (10.000 abitanti circa) costituite soprattutto da piccoli coltivatori di razza meticcia-indigena che vivono in assoluta precarietà. La realizzazione di questo progetto creerà, forse, data la sua semplicità, un buon rimedio alimentaqre in una popolazione che manca anche dell’essenziale.
Spinto da queste notizie e curioso di provarne concretamente l’effetto, tziu Delfino ha introdotto la cultura di questo cereale nei suoi appezzamenti, sicuro che nei terreni della Marmilla, sciolti e sabbiosi, si sarebbe ritrovato a suo agio. Seminate a Settembre le piante di kiwicha hanno ben presto colonizzato il terreno, ergendosi, come canne maestose, colorate di rosso e cariche di semi. Saranno questi, numerosi e prelibati, che si trasformeranno in zuppe, panificazioni saporite e non lievitate, iperproteiche e capaci di ottima conservazione, dopo una lieve tostatura.
E’ quella di tziu Delfino una bella lezione per tutti i giovani del suo territorio e non solo. Se avranno la sua caparbietà, la sua saggezza, la sua curiosità, forse potranno uscire dall’attuale pantano del non lavoro e della disoccupazione. Consci che il più grande aiuto lo potranno avere solo da loro stessi, forse, inizieranno ad alzare orgogliosamente la testa e togliere i piedi dal fango dell’immobilismo.

Ora, dopo avervi parlato di un uomo intelligente, è giusto che conosciate meglio questa straordinaria e bellissima pianta: l’Amaranto o kiwicha.
L’Amaranto (Amaranthus caudatus L.), è una dicotiledone annuale della famiglia delle amarantacee. E’ una pianta brevidiurna, rustica, che può raggiungere i 2,5 metri di altezza a maturità. Originariamente coltivata in giardino per la bellezza delle sue infiorescenze rosse ( il rosso amaranto è una varietà del colore rosso), ha limitate esigenze climatiche, resiste alla siccità (cresce anche in presenza di solo 200 mm di pioggia), al calore (ottimo di temperatura: 21-28°C) e al freddo (resiste fino a 4°C). Preferisce i suoli sciolti, sabbiosi, con elevato contenuto di humus.
La semina, manuale o meccanica, avviene a partire da Settembre. La raccolta dei semi è manuale e l’essicazione avviene al sole.
Lunga è la tradizione che considera l’amaranto una pianta sacra.
Il nome Amaranto deriva dal greco amarantos e cioè “che non appassisce”. Di qui il significato attribuito ad esso dai Greci di pianta dell’amicizia, della stima reciproca e più in generale espressione di tutti i sentimenti veri che non dovrebbero mai cambiare con il trascorre del tempo, in quanto eterni e unici. Nella mitologia greca si narra che le Dee amassero essere festeggiate con ghirlande di amaranto; in tale contesto l’amaranto era dunque utilizzato per ottenere protezione e benevolenza. I romani attribuivano all’amaranto il potere di tenere lontana l’invidia e la sventura.

Nel periodo ’600-’800 l’amaranto veniva utilizzato per ornare vestiti e abiti, in quanto si pensava fosse in grado di donare benessere fisico. Il fiore di amaranto è simbolo dell’immortalità nella cultura occidentale. La sua bellezza eterna fu contrapposta a quella fugace delle rose dallo scrittore greco Esopo (ca 620 a.C.- ca 560 a.C.) nel breve componimento intitolato ‘La Rosa e l’Amaranto’, inserito nella raccolta di 358 ‘Favole’ a scopo morale.

Nel XXI libro del trattato botanico enciclopedico ‘Naturalis historia’, lo scrittore naturalista romano Plinio il Vecchio (23-79) spiegò di avere osservato che l’amaranto davvero aveva la peculiarità di non morire mai: raccolto per l'essicazione, riprendeva vita miracolosamente appena a contatto dell’acqua, anche se i fiori erano ormai diventati appassiti. L’immortalità dell’amaranto fu citata anche nel libro III del poema epico in versi sciolti ‘Paradiso perduto’ (‘Paradise Lost’) pubblicato nel 1667 dallo scrittore e poeta inglese John Milton (1608-1674). Per questo motivo, i Greci utilizzarono questi fiori sacri nei riti funebri, per ornare le tombe e le immagini degli dèi.

Nella mitologia greca, Amaranto, re dell’isola di Eubea e cacciatore amato dalla dea della caccia Artemide, fu da questa tramutato in fiore dopo essere annegato a causa di un’onda gigantesca scatenata contro di lui dal dio Poseidone, offeso dal suo sminuire di valore il mare. Nell’ellenismo pagano, la pianta di amaranto – così particolare per le infiorescenze a ricchi grappoli o a pennacchi e le foglie a pigmento dal rosso al porpora, al violaceo e al dorato – fu infatti sacra al Tempio di Artemide, ad Efeso, in Turchia, e gradite alle dee ghirlande di questi fiori.

Presso gli antichi Greci, l’amaranto rappresentò anche i sentimenti profondi e immutabili nel tempo, come quelli dell'amicizia e della stima reciproca, ma ricorsero a questa pianta pure per ricercare protezione e benvolere. I Romani la ritenevano capace di tenere lontana ogni invidia e sventura, di favorire le guarigioni – ponendo i fiori di amaranto sul capo come un cerchietto – e di annientare le emozioni negative come il mal d’amore.
Nei secoli XVII-XIX, si credeva che l’amaranto portato addosso sulle vesti inducesse benessere al corpo.
Originario e poi coltivato nella valle di Tehuacán, nello Stato di Puebla, nel sud-est del Messico, tra il 5200 e il 3400 a.C., l’amaranto – 'huauhtli' in azteco, 'bledo' in spagnolo, 'kiwicha' tra gli andini – fu uno dei prodotti alimentari di base delle popolazioni pre-colombiane. Inca, Aztechi, popoli nativi americani e messicani lo utilizzarono come verdura e per i minuscoli semi tondi commestibili (di colore chiaro nelle specie domestiche), molto appetibili e di facile cottura, ma anche fondamentale a livello culturale e religioso. Cibo usuale tra le popolazioni amerindie (Navaho, Apache, Pueblo, ecc.), i semi di amaranto venivano consumati mescolandoli con mais nero e acqua dagli Zuni per formare delle palline da appoggiare su una griglia di bastoncini fissati sopra una pentola di acqua bollente e cucinarli a vapore.
Tuttavia, per tradizione, i semi di amaranto venivano anche sparsi a terra dai sacerdoti per invocare la pioggia. I semi tostati ‘palomitas’ (colombine), che scoppiavano diventando croccanti sul fuoco, venivano macinati a farina dagli Aztechi per unirla a mais e miele e formare degli idoli di pasta (‘zoale’) che rappresentavano per lo più il dio della guerra 'Huitzilopochtli’ oppure gli dei del raccolto, della fertilità, dell’acqua; aspersi del sangue dei sacrifici umani, le figure impastate venivano divise a pezzi durante i festeggiamenti in onore delle divinità, distribuiti e consumati dal popolo in una cerimonia di comunione. A questo si ispira il dolce tradizionale Alegría che, nella ricetta originale, prevede l’impasto di semi di amaranto tostati, zucchero di canna caramellato, acqua e limone, ma prevede varianti come la sostituzione con miele o melassa come dolcificante e l’aggiunta di uva passa o di scaglie di cioccolato.
E’ diventato un popolare snack – a volte con l’aggiunta di riso soffiato – venduto dapprima in Messico, poi in Nord America e in parte dell’Europa mentre, nel nord dell’India, è un prodotto similare il ‘laddoos’ a base di ‘rajeera’ (amaranto) e miele.

Gli Aztechi consumavano anche l’amaranto fresco e la farina dei semi cucinata in ‘tortilla’. Durante la colonizzazione spagnola (1519), tutti i rituali religiosi indigeni e la coltivazione della pianta furono vietati come sacrileghi dai missionari cattolici europei. Così l’amaranto rimase coltivato soltanto in piccole aree remote delle Ande e del Messico; nell’800, venne modestamente utilizzato in Asia come fosse un cereale e in Africa come verdura a foglia mentre, a scopo ornamentale, come pianta cespugliosa da giardino, era già impiantato in Europa dopo il ‘700.

I semini di amaranto, simbolo della coltura alimentare e della cultura indigena, furono al centro di studi scientifici internazionali negli anni ’70 per l’eccellente composizione nutrizionale attestata. Dopo essere stato recuperata in Messico da varietà selvatiche, la coltivazione dell’amaranto a scopo commerciale si diffuse così in Messico, Sud America, Stati Uniti, Cina, Polonia e Austria. Alcune varietà di amaranto sono interamente commestibili. I germogli dei semi e le foglie fresche (anche dette ‘spinaci cinesi’) sono verdure da consumare crudi in insalata, se teneri, o da bollire (Caraibi, ecc.), da cucinare in minestroni misti, in umido (con riso in Sri Lanka), in frittura (Messico, Perù, Cina, India) oppure da essiccare per l’utilizzo come spezie.
In India, l’amaranto è un ingrediente in diversi piatti, tra i quali il ‘keerai masial’ a base di un purè di queste foglie bollite, saltata con peperoncino rosso, aglio, cumino, curcuma, ecc. nello Stato indiano di Tamil Nadu. La chiara radice di amaranto, gustosa per il sapore simile a quello dei latticini, viene cucinata con pomodoro o con succo di tamarindo, è molto gustosa e ricorda il sapore dei latticini. In Grecia, la ‘vleeta’ consiste nelle foglie di amaranto bollite, condite in insalata con cipolla tritata, olio di oliva, limone, ed è servita in accompagnamento alla frittura di pesce.
Le piante di amaranto rappresentano un foraggio di alta qualità per l’alimentazione animale e sono trasformabili in compostaggio fertilizzante per i terreni. I semi di amaranto, che si raccolgono scuotendo le cime delle piante più datate, si possono consumare crudi da freschi oppure essiccati e cucinati (dopo una brevissima tostatura, anche insieme a cereali integrali) come addensanti (zuppe, stufati) dal sapore delicato leggermente dolciastro, soffiati (merendine, croccanti), ridotti in fiocchi (muesli, pappe), macinati a farina (crepes, pasta o, mescolata a quella di altri cereali dato che non lievita per tortillas e prodotti da forno come focacce, pane, dolci, ecc.). In Nepal, i semi di amaranto sono cucinati in brodo (‘sattoo’) o macinati in farina per preparare i ‘chapati’.
In Messico, la popolare bevanda calda ‘atole’ è a base di farina di amaranto, latte, zucchero, cannella e vaniglia. In Perù, dalla fermentazione dei semi si ricava la birra; i fiori servono come colorante alimentare – già utilizzato dagli amerindi Hopi – e, per tradizione, per arrossare le gote alle donne prima di ballare nelle feste di Carnevale.
Dal punto di vista nutrizionale, i semi di amaranto coltivato sono un concentrato di nutrienti, una fonte vegetale eccezionalmente costituita da proteine complete fino al 16%-20% per l’elevato valore biologico di lisina (6,2%) – aminoacido essenziale di cui sono carenti tutti i cereali – e di metionina (2,3%), ma anche di minerali dietetici (calcio, ferro, fosforo, magnesio, manganese, rame, ecc.) oltre a fibre grezze (circa 8%), amido, lipidi (6%-10%) ad alto grado di insaturazione come l’acido linoleico e lo squalene, vitamine A e C a livelli significativi.
Il consumo di semi di amaranto, privi di glutine e altamente digeribili, è indicato nell'alimentazione delle persone affette da celiachia, da problemi digestivi e intestinali, e di bambini in fase di svezzamento, di convalescenti e di anziani; sono inoltre sono stati rilevati buoni benefici nelle persone affette da artrite, diabete, gotta e reumatismi, oltre che durante la gravidanza, ma non è ancora diventato un alimento tradizionale in Occidente.
Sono in corso studi di genetica, di etnobotanica e di agronomia per sviluppare l’amaranto nell'agricoltura moderna come pianta di grande valore economico e potenziale ‘raccolto del futuro’ a buon mercato, capace di migliorare la nutrizione e la sicurezza alimentare e di favorire lo sviluppo rurale in modo sostenibile tra i popoli indigeni delle aree rurali aride subtropicali e tropicali. In questo senso giocano a favore di questa coltura l'elevato valore nutritivo globale, la rapida crescita, l'alto tasso di produttività, l’efficienza idrica, la facile raccolta dei nutrienti semi commestibili, che richiedono una scarsa quantità di combustibile per la cottura.

Credo che basti, come informazione, per conoscere questa pianta straordinaria che io personalmente conoscevo solo per averla vista nei negozi di fiori, col suo bel pennacchio rosso…amaranto!

Grazie alla curiosità di un saggio contadino ora, anche in Sardegna, chi vuole può conoscere meglio e "coltivare" questa pianta dalle innumerevoli virtù. Dipende solo da noi studiare come utilizzarla.

Seguiamo chi…ci ha tracciato la strada!

Grazie Tziu Delfino Porcu!

Grazie a Voi tutti dell’attenzione.


Mario

domenica, marzo 27, 2011

NUCLEARE IN SARDEGNA? QUATTRO VOLTE NO!

Oristano 27 Marzo 2011


Cari amici,


è da non poco tempo che, gira e rigira, il discorso del nucleare torna sempre in Sardegna.

Vai a capire il perchè!


Le motivazioni sono sicuramente non poche e per alcuni, anche illustri nomi del mondo scientifico, valide sotto tanti aspetti: bassa incidenza sismica, popolazione non troppo numerosa, vaste zone poco abitate.

I sardi, poi, poco avezzi a fare la rivoluzione, pur brontolando non hanno mai manifestato con foga e determinazione il loro vero pensiero che è quello di assoluto diniego a questa pericolosa forma di energia.

Se a questo si aggiunge che la quantità prodotta in Sardegna, con le forme tradizionali, è sufficiente ai nostri bisogni, l'eventuale nuova produzione sarebbe effettuata a favore di altre regioni!



Tutto questo, però, al governo nazionale poco importa.

La Sardegna, se così sarà stabilito, volente o nolente le avrà. Compreso un grande sito per il deposito delle scorie.

Non è bastato il recente doloroso disastro in Giappone per far recedere il governo da questa insana proposta. Solo una temporanea moratoria per far alleggerire la tensione e le emozioni del triste momento degli amici del Sol Levante.


Oggi, aprendo come mio solito il giornale l'Unione Sarda, trovo una bella riflessione del suo Direttore, Paolo Figus, proprio su questo scottante argomento.


L'editoriale, riprendendo il tema dei "Piani per nuove centrali", titola cosi, ad effetto:

Centrali nucleari in Sardegna. Tre volte no.

Questo interessante pezzo merita di essere letto - con grande attenzione - da tutti Voi! Eccolo.


"Centrali nucleari in Sardegna"


di Paolo Figus ( L'Unione Sarda, Domenica 27 Marzo 2011 ).


Dopo l'incidente in Giappone nella centrale di Fukushima, abbiamo pubblicato il punto di vista della scienziata Margherita Hack, che ha creato una grossa polemica sostenendo i motivi per cui la Sardegna fosse il sito ideale per la realizzazione di almeno una centrale nucleare di nuova generazione.

Già qualche anno fa, quando si parlò di utilizzare il territorio della Sardegna per stoccare scorie nucleari, questo giornale fece una battaglia per informare l'opinione pubblica ed impedire che questo avvenisse. E così fu. La principale fonte di energia è ancora il petrolio che proviene principalmente da Paesi mediorientali che presentano oggi alti livelli di instabilità per i moti insurrezionali dei popoli che hanno visto finora compressa la propria libertà da regimi dittatoriali e dispotici. Le fonti alternative, come quella eolica, quella solare o quella derivata dalle biomasse, rappresentano una quota marginale dell'energia necessaria per far funzionare questo pianeta. Per questa ragione molti Paesi come la Francia, gli Usa, la Germania, la Russia e lo stesso Giappone, hanno realizzato negli ultimi decenni centrali nucleari per la produzione di energia a uso civile sempre più sofisticate e sicure, tanto che gli incidenti sono rari e principalmente causati o da un errore umano (come a Chernobyl) o da terremoti o tsunami, come a Fukushima, in Giappone. Oggi una parte di questi Paesi, per esempio la Germania, ha deciso di ridimensionare il proprio programma nucleare, compresa l'Italia, con la moratoria di un anno del piano annunciato.

C'è comunque da farsi poche illusioni. Infatti l'instabilità politica dei Paesi mediorientali comporterà una diminuzione della quantità di petrolio immessa sul mercato, quindi minore disponibilità e a un prezzo sempre più alto e comunque con un tasso di inquinamento molto elevato e sul lungo termine insostenibile. Per questa ragione riteniamo che tra un anno o poco più, quando l'effetto mediatico delle radiazioni emesse dalla centrale di Fukushima si sarà attenuato, i governi non potranno non riprendere in modo anche più deciso l'argomento, un po' come è successo dopo l'incidente di Chernobyl.

Si inserisce in questo quadro la considerazione della signora Hack secondo la quale, poiché le centrali per essere sicure devono essere costruite su territori non sismici, con una scarsa densità di popolazione per chilometro quadrato e possibilmente lontano dai grandi centri abitati, la Sardegna è naturalmente candidata, purtroppo, ad ospitarne almeno una perché la nostra regione possiede tutti i requisiti richiesti.

Diciamo subito che così come siamo stati contrari a ospitare scorie nucleari, così, e a maggior ragione, siamo contrari a ospitare centrali nucleari in Sardegna. Non siamo ideologicamente contrari, perché le centrali di ultima generazione sono probabilmente molto sicure, anche se la sicurezza di una centrale nucleare non dipende solo dall'errore umano che può essere ridotto quasi a zero, da terremoti o maremoti che in Sardegna potrebbero non esserci mai, ma possono verificarsi anche altri eventi, come per esempio attentati terroristici finalizzati a far esplodere le stesse centrali come bombe atomiche.

La Sardegna ha già pagato un prezzo elevato in termini ambientali alla produzione di energia ospitando le centrali dell'Enel, la petrolchimica, impianti che, nei territori dove sono insediati, hanno compromesso forse irrimediabilmente l'ambiente, producendo un danno economico neppure calcolabile e che pagheranno anche le generazioni future.

Né si può dire che la Sardegna abbia un fabbisogno di energia superiore a quello che viene qui già prodotto oggi. Quindi una centrale nucleare servirebbe ad alimentare il sistema industriale del continente o ad illuminarne le ricche città. Una centrale nucleare nell'isola, inoltre, produrrebbe una lesione irrimediabile dell'immagine di cui la Sardegna ancora gode nel mondo, in particolare in quel mondo composto da tutti coloro che vengono o vorrebbero venire a trascorrere le loro vacanze in Sardegna.

L'immagine di un'isola incontaminata (salvo quanto detto sopra) che ancora resiste e su cui dovrebbe fondarsi l'elaborazione di un nuovo modello di sviluppo economico sostenibile, risulterebbe demolita e questo non lascerebbe a noi sardi neppure la speranza di poter un domani affrancarci dall'industria pesante esistente e che oggi produce inquinamento, disoccupazione e miseria.

Ci rendiamo conto che qualche centrale dovrà essere fatta anche se ciascuno di noi, in Italia, preferirebbe fosse costruita "non nel mio giardino". Non è questa una buona ragione perché il ministro Romani, o comunque il governo Berlusconi, ce la costruisca in Sardegna, nel nostro giardino.

Quindi, in conclusione, no alla centrale nucleare per ragioni di sicurezza. No alla centrale nucleare per ragioni economiche. No perché abbiamo già dato.


Ai tre NO di Figus ne aggiungo un quarto, che ritengo pure molte importante.

La Sardegna, come in tanti sanno, è stata da sempre terra di conquista. In tanti, considerata la nostra posizione al centro del Mediterraneo, hanno operato da predatori e sottomesso il popolo sardo. Alcuni anche vantandosene.

Gli Spagnoli, per esempio, ci consideravano, sorridendo, " Pocos, locos y mal unidos". Non è certo un privilegio per i sardi essere considerati uno scarso gruppo, poco accorto ed anche disunito; meglio definito anche, con la nostra proverbiale ironia, "centu concas, centu berritas"! Però così è stato.

Vogliamo ancora continuare su questa strada? Vogliamo rinunciare ancora ad un futuro diverso, "pulito" (almeno quel poco che ci è rimasto), per i nostri figli? Credo proprio di no.

Ecco il quarto NO, in aggiunta ai tre indicati da Paolo Figus: perchè abbiamo diritto all'autodeterminazione, perchè crediamo che solo noi possiamo stabilire le condizioni e le modalità dello sviluppo della Sardegna e dei Sardi.

Grazie dell'attenzione.
Mario Virdis