sabato, gennaio 22, 2011

SPIGOLATURE. IL VERO SIGNIFICATO DI “APPARTENENZA”. ESSERE “ROTARIANI” SIGNIFICA APPLICARE LE REGOLE DEL ROTARY TUTTI I GIORNI.










Oristano 22 Gennaio 2011

Cari amici,

entrare a far parte di un’Associazione è, spesso, una specie di “conquista”, il raggiungimento di uno “Status Symbol” che nel percorso lavorativo di ciascuno di noi può darci l’impressione di un punto d’arrivo.

Questa filosofia, però, se consente di riempire il nostro “carnet” di soddisfazioni personali non raggiunge, invece, quei traguardi, quegli obiettivi che l’Associazione accogliendoci intendeva raggiungere.

Diventare soci di una associazione importante non significa solo mettersi il distintivo all’occhiello ma partecipare attivamente alla sua vita, contribuire a raggiungere gli scopi e gli obiettivi fissati. Solo in questo modo potremo orgogliosamente affermare che ne facciamo parte, quindi “apparteniamo” a questa struttura.

Sono entrato nel club di Oristano del Rotary International da poco meno di un ventennio. Ero allora vice direttore del Banco di Sardegna e svolgevo il mio servizio ad Oristano. Sapevo dell’esistenza di un club Rotary ad Oristano perché quando fu costituito, nel 1967, svolgevo la mia prima attività lavorativa nell’ufficio di uno dei suoi soci fondatori.

Questo mi aveva dato la possibilità di sapere molte cose sull’Associazione ed i suoi scopi. Quando successivamente fui cooptato anch’io nel club misi a frutto la mia iniziale conoscenza e cercai in molti modi di approfondirla.

Sono nato abbastanza curioso da cercare sempre la ragione delle cose, soprattutto di quelle che mi coinvolgevano direttamente. Fin dai primi anni di appartenenza fui chiamato a svolgere diverse mansioni operative. Mi fu affidato prima l’incarico tesoriere e tre anni dopo quella di segretario, che svolsi per quattro anni. Fui poi eletto presidente, mansione che svolsi per due anni consecutivi, restando successivamente impegnato sia nel club che nel Distretto di appartenenza ( il 2080 che comprende Roma, Lazio e Sardegna ). Nella struttura distrettuale ho svolto l’incarico sia di componente che di presidente di diverse commissioni e successivamente di Assistente del Governatore, incarico rinnovatomi 4 volte dai diversi Governatori.

Tutto questo ha significato per me una conoscenza sempre maggiore del Rotary, in quanto per svolgere le mansioni affidatemi dovevo conoscerne a fondo si la struttura che le regole.

Più approfondivo la conoscevo del Rotary e più ero interessato a farlo. Quando nel 2003 lasciai l’azienda bancaria per andare, dopo 36 anni di servizio, in pensione mi venne in mente una felice idea: tornare sui banchi dell’Università per riprendere gli studi, quegli studi che da giovane, purtroppo, non avevo potuto completare.

L’idea iniziale di iscrivermi nuovamente alla facoltà di Economia e Commercio non mi appagava. Era quello un campo in cui mi ero acculturato abbastanza da solo, facendo per una vita intera il manager bancario! Volevo, invece, percorrere altri sentieri, scoprire vie nuove, aprire altri file che per me – persona molto curiosa - avevano altri significati, più pregnanti ed interessanti.

Accettando il consiglio di un amico mi iscrissi alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Sassari, corso di laurea in “ Scienze della Comunicazione e Giornalismo”. Superato in poco tempo il gap generazionale, quello di sedermi sui banchi con i ragazzi dell’età dei nostri figli, raggiunsi con loro un buon feeling stringendo amicizie vere che si protraggono nel tempo. Frequentando regolarmente le lezioni e superando senza troppe difficoltà gli esami prescritti arrivai alle soglie della laurea nel pieno rispetto dei tempi previsti: potevo laurearmi alla prima sessione utile, quella di Luglio 2006.

Tutti gli studenti in regola con gli esami all’inizio del terzo anno pensano alla tesi da discutere. Anche io ci pensavo ma in maniera diversa. Io avevo già in mente l’argomento che avrei voluto affrontare, dovevo solo trovare un docente che, accettando la mia idea, mi avrebbe fatto da relatore. L’idea che mi martellava in continuazione era una sola: quella di uno studio approfondito sul Rotary, storico e sociologico insieme. In poco tempo trovai la persona giusta. La professoressa Elisabetta Cioni, docente di Sociologia, non disdegnò la mia proposta e mi affidò alla sua assistente la D.ssa Gaia Peruzzi, oggi ottimo docente nella stessa Facoltà.

Il lavoro mi impegnò alcuni mesi e con grande impegno riuscii a completare e discutere la tesi nella sessione estiva, a Luglio del 2006.

Ero riuscito nel mio intento: volevo conoscere meglio il Rotary, studiarlo a fondo e c’ero riuscito. Ero felice di questa conquista che, tra l’altro, mi diede nel mondo rotariano una non comune notorietà.

Io da parte mia ero certo che quel lavoro non sarebbe rimasto lettera morta. Ero convinto che quel mio studio, quella mia analisi, poteva essere utile anche ad altri, soprattutto ai giovani rotariani che si accingevano ad entrare a far parte dell’Associazione. Non mi sbagliavo.

Quest’anno il Governatore Roberto Scambelluri, di cui mi onoro di essere assistente, ha voluto dare alle stampe questa mia tesi. Opportunamente adattata ed aggiornata, con nuovi dati e fotografie, è uscita dalle tipografie Borgia di Roma, sotto forma di libro/manuale che circola negli ambienti rotariani, dando un contributo sia di conoscenza che di aiuto finanziario per le opere della Fondazione Rotary a cui ho voluto donarla.

Sono felice di tutto questo e soprattutto sono felice di essere un rotariano convinto. Credo che ogni vero rotariano debba vivere ogni sua giornata applicando costantemente le sue regole: in casa, nel lavoro e nella società. Regole semplici ma efficaci: amicizia, etica, tolleranza e disponibilità al servizio.

Utilizzando un motto del mio caro amico, Antonio Arcese, governatore del nostro Distretto recentemente scomparso, posso dire con orgoglio di essere un rotariano “ Formato, Informato e Coinvolto”.

Oggi mi piace non solo essere impegnato nel mio club, dove svolgo le mansioni di prefetto-cerimoniere e di responsabile della Comunicazione e delle Pubbliche Relazioni, ma anche nel Distretto, dove oltre che assistente del governatore sono corrispondente dalla Sardegna di Voce del Rotary, il nostro mensile. Mi piace, poi, parlare di Rotary sia ai vecchi che ai nuovi soci, facendo Conferenze anche ai giovani che domani, conoscendo meglio la nostra associazione, potranno entrare a farne parte.

In sintesi voglio dire con gioia a tutti Voi: “ sono felice di essere rotariano!”.



Ecco alcune foto della recente attività mia e del mio Club.

Grazie dell’attenzione.

Mario


sabato, gennaio 01, 2011

VOGLIO INIZIARE L'ANNO CON UN GRANDE AUGURIO A TUTTI VOI: BUON ANNO 2011 !






















Oristano 1 Gennaio 2011

Carissime amiche ed amici del blog,

Voglio iniziare l'anno con un un grande augurio a tutti Voi. Un augurio di vero cuore. Un augurio che possa, davvero, fugare le ansie e le preoccupazioni che certo non mancano!

Un augurio di pace, di serenità e di amicizia che possa concretizzare nel nuovo anno appena iniziato una nostra più incisiva attenzione al " pianeta giovani", un mondo che, spesso, per mille ragioni continuiamo ad ignorare.

Spero davvero che in questo giovanissimo 2011 che oggi è al suo debutto, vive il suo primo giorno di vita, questi nostri giovani possano, davvero, iniziare un percorso positivo che possa domani vederli seri e stimati protagonisti.

Facciamo tutti orgogliosamente la nosta parte!

Un abbraccio affettuoso a tutti Voi !

Mario

mercoledì, dicembre 29, 2010

LA MIA VOCAZIONE... MANCATA!

ORISTANO 29 DICEMBRE 2010

Cari Amici ed amiche,

chiaccherando con alcuni amici, proprio sotto queste feste di Natale, chissà per quale ragione, il nostro discorso è caduto sui miei anni giovanili ed, in particolare, sulla mia passata " mancata vocazione...sacerdotale ".

Sono nato e cresciuto a Bauladu, piccolo centro poco sopra Oristano, dove è avvenuto questo episidio che sto per raccontare anche a Voi.
La riapertura di questi "file nascosti" mi ha emozionato non poco: essi mi hanno fatto rivivere "momenti importanti" , che hanno dato forma e struttura al mio carattere ed alla mia personalità. Per questo, per evitare che si perdessero nell'oblio..ho deciso di mettere questi importanti ricordi, nero su bianco, su questo blog. Successivamente, credo, anche in un libro che sogno di completare, in quanto già iniziato!

Spero che questi momenti, queste mie riflessioni, possano interessare anche Voi.
Buona lettura.

La mia vocazione….mancata.

Una delle grandi preoccupazioni dei miei genitori era quella di farci studiare. Allevare due figli negli anni del dopoguerra e della ricostruzione non era semplice. Allora pochi continuavano gli studi dopo le scuole elementari, le uniche di cui Bauladu era dotata, e quei pochi andavano ad Oristano a frequentare, in gran parte, le Scuole di Avviamento Professionale che consentivano di specializzarsi in un mestiere diverso e più elevato di quello più modesto della famiglia di provenienza: bracciante agricolo o pastore.
Solo i figli delle poche famiglie benestanti, proprietari terrieri ed allevatori, venivano indirizzati alla Scuola Media e poi al Liceo-Ginnasio di Oristano, per proseguire successivamente gli studi all’Università di Cagliari diventando medici o Professori.
I miei genitori erano convinti che, anche a prezzo di grandi sacrifici, studiare per acquisire almeno un diploma era necessario: avrebbe consentito a me e mio fratello di avere una vita più dignitosa e meno sacrificata della Loro. Complici anche i consigli del maestro Pisu, il mio insegnante alle Elementari, che come ho già avuto occasione di raccontare in altre storie collegate ai miei ricordi giovanili, fece buona opera di persuasione, i miei si erano convinti che entrambi, io e mio fratello, avevamo le capacità per studiare e prendere il diploma. La loro preoccupazione era, però, quella di trovare i denari necessari per mantenerci agli studi ad Oristano. Quello finanziario, allora, un problema di non poco conto, ne semplice ne facile da risolvere.
Entrambi, mio padre e mia madre, si arrovellavano il cervello per trovare una buona soluzione e far quadrare il magro bilancio familiare costituito da un unico stipendio neanche troppo “ricco”.
La nostra era una famiglia molto religiosa e di sani principi morali. In casa abbondavano le immagini dei Santi, mamma era particolarmente devota alla Madonna di Pompei, a S. Antonio di Padova ( al quale mi aveva, in particolare, affidato ) ed a S. Ignazio da Laconi. La Parrocchia era per noi un grande punto di riferimento ed io, in particolare, ero un bravo chierichetto che serviva Messa già di primo mattino, prima di andare a scuola.
Un giorno il Parroco chiamò i miei genitori e fece loro un lungo discorso. Disse Loro che studiare era molto importante e che era possibile, almeno per uno dei due figli, farlo senza grossi gravami economici, entrando in Seminario. C’era in quel momento una buona occasione che, se avessero voluto, potevano prendere al volo: un seminario nel Lazio, dove si formavano molti seminaristi di tutte le Regioni, aveva disponibilità di posti e lui aveva la possibilità di segnalare alcuni nominativi. Conoscendo le mie qualità e capacità aveva pensato di riservarne uno per me.
I miei genitori ascoltarono con attenzione ed interesse. Certo era una buona occasione e mamma sarebbe stata veramente orgogliosa di avere un figlio Sacerdote! Anche mio padre, pur con qualche dubbio, non era contrario. Ogni loro perplessità fu fugata quando alla domanda di mio padre su cosa sarebbe successo se magari nel tempo, io non avessi confermato la mia vocazione per diventare sacerdote e avessi voluto smettere, ma gli fu risposto che nessun obbligo io avrei avuto e che, in quel caso comunque, avrei potuto utilizzare nella vita civile la cultura acquisita.
I miei si riservarono di dargli una risposta.
Passarono alcuni giorni ed i miei genitori iniziarono l’operazione di convincimento nei miei confronti. Prima mia madre, che cercò di farmi capire l’importanza dello studio e soprattutto in un mondo a noi consono, quello religioso.

Poi mio padre, che ricordandomi i suoi lunghi anni di emigrazione a lavorare nell’industria dell’acciaio, cercò di farmi capire l’importanza dell’offerta ricevuta. La mia risposta fu da subito assolutamente negativa. Ero certo di non avere la vocazione per diventare sacerdote. Essere cristiani e frequentare la Chiesa era una cosa importante, ma questo non significava, però, diventarne anche Sacerdote. Per farlo era necessario avere dentro di se la vera vocazione, sentire realmente la chiamata del Signore. Farlo solo per comodità sarebbe stato un vero peccato mortale, un sacrilegio. Io, certo, volevo studiare ma non a quelle condizioni. Ero irremovibile.
Ci fu un grande lavorio di convincimenti, lenti ed inesorabili. Le donne dell’Azione Cattolica, le catechiste e non poche famiglie di amici che avevano già convinto i loro figli ad andare in Seminario (ad Acquapendente, questa era la località del Lazio dove saremo dovuti andare), cercarono in tutti i modi di convincere anche me, ma io non mollavo. Ero certo delle mie convinzioni e non volevo prendere in giro nessuno, soprattutto Dio, che immaginavo giusto e ben capace di scegliersi i suoi Sacerdoti. Ero certo che per me Lui aveva in serbo altri progetti!
I miei genitori, intanto, si erano convinti che sarebbero riusciti nell’intento e preparavano tutto il necessario per il gran giorno della partenza. I ragazzi di Bauladu che sarebbero dovuti partire erano cinque, oltre me che proprio non ne volevo sapere.
Vedendo in casa i preparativi della mia partenza ero molto nervoso; cercavo soluzioni per convincere i miei a farmi restare ma non ne trovavo. Angosciato da queste pressioni che violentavano la mia volontà faticavo a dormire e facevo brutti sogni. La notte precedente la partenza andai a letto ma non riuscii a dormire. Tutto era stato preparato a dovere: il corredo con la biancheria, un secondo paio di scarpe, due paia di pantaloni, maglioni e quant’altro.
La partenza era stabilita con la “corriera” mattutina delle 7,00.
La valigia era stata già riempita e depositata in salotto, "sa cambara bella"(1). Mi agitavo nel letto e piangevo perché, ormai, soluzioni per non partire non ne trovavo.
All’improvviso una luce abbagliante, come di un cielo illuminato da mille fuochi d’artificio, fece scattare nel mio cervello una pazza decisione: non sarei partito! Mi sarei alzato di nascosto e, mentre tutti dormivano, sarei fuggito e mi sarei nascosto in campagna fino a che il pullman, che avrei dovuto prendere con gli altri ragazzi, non sarebbe andato via.
In un attimo mi alzai, mi vestii in fretta e con passo felpato raggiunsi al buio l’ingresso di casa, feci scorrere il passante senza fare rumore ed uscii. Prima a passo lento e guardingo poi sempre più veloce, di corsa, mi allontanai verso la collina che domina il paese, sulla cui sommità c’è la Chiesa di S.Vittoria. Avevo già deciso dove andare. Insieme ad altri ragazzi avevo, da tempo, scoperto una piccola grotta che, durante la guerra, serviva per ripararsi dai bombardamenti. Ecco, mi sarei nascosto li e avrei aspettato la partenza del pullman e solo dopo, fugato il pericolo, sarei rientrato. Non mi importava delle conseguenze! Arrivato a destinazione mi nascosi in fondo alla grotta e scoppiai a piangere, forse per la tensione, forse per la disobbedienza, non so.
In paese fu una mattinata convulsa e caotica. I miei genitori, disperati perché non mi avevano trovato in casa, iniziarono a cercarmi in tutte le case vicine e chiedevano per strada a destra e a manca se mi avessero visto da qualche parte. Nessuno, però, sapeva nulla di me.
La corriera arrivò alle sette in punto e, pur nel trambusto, i miei compagni salutarono i genitori e partirono, mentre i miei piangevano a dirotto.
Subito dopo ripresero le ricerche nei miei confronti. Io dalla grotta sentivo gridare forte il mio nome e, solo dopo aver capito che il pullman ormai era partito, uscii allo scoperto e col capo chino mi avviai lentamente verso casa mentre il sole si alzava già all’orizzonte, spazzando via le ombre del primo mattino.
Non tardai ad incontrare il gruppo che mi cercava. Con il volto contrito, emozionato e preoccupato per la grossa marachella fatta, non risposi subito alla valanga di domande che mi venivano poste. Pur rimproverandomi, alcuni anche in maniera forte, erano comunque tutti più sereni per aver accertato che non mi era successo nulla di male.
I miei genitori erano i più sollevati. Mamma, da fervente credente, vide in questo mio rifiuto un segno di Dio: disse di fronte a tutti ad alta voce: “ si vede che Dio non voleva, non lo aveva chiamato, vuol dire che “Marieddu” non è destinato a fare il prete; non importa, con l’aiuto di Dio anche lui troverà la sua strada”. Stranamente a casa non ricevetti punizioni per il mio comportamento, neanche i classici due schiaffi.
Nei giorni successivi la vita quotidiana riprese senza scosse, anche se qualcosa cambiò nell’atmosfera familiare. Forse era ripresa, nei miei genitori, la preoccupazione per il mio futuro e quello di mio fratello. Con grandi sacrifici riuscirono a farci continuare gli studi e, sia io che mio fratello, prendemmo il diploma: Lui di Insegnante ed io quello di Ragioniere. La battaglia portata avanti dai miei genitori fu vinta con grande Loro orgoglio e soddisfazione! Il sacrificio, cari amici, portato avanti con grande determinazione, spesso è ampiamente ripagato.
Quello che non successe in casa, però, successe in Parrocchia. Il Parroco, Don Motzo, non era uomo da ricevere dinieghi o subire rifiuti. Da quel momento prese a rimproverarmi in continuazione, criticandomi per ogni cosa che facevo e, spesso, dandomi del miscredente. Si vendicò anche impedendomi di fargli da chierichetto. Diventai, cosi, il chierichetto del vecchio parroco ormai in pensione, Don Desogus, che invece mi aveva sempre stimato e continuò a farlo, apprezzandomi e confortandomi sempre.
Il ricordo della sua amicizia è ancora molto vivo in me e credo che non lo dimenticherò mai. Tutti gli anni a Novembre, quando vado in cimitero a Bauladu a mettere un mazzo di fiori sulla tomba dei miei genitori, non dimentico di avvicinarmi alla Sua tomba e depositarvi un fiore. Gli chiedo ancora di pregare per me ed aiutare la mia famiglia, in questo mondo pieno di pericoli. Lui, osservandomi dalla foto sbiadita, sembra dirmi di si, con quel suo sorriso dolce che riempie il cuore e solleva l’animo dalla tristezza.

Grazie a tutti dell'attenzione. Vi auguro uno splendido NUOVO ANNO 2011 !

A U G U R I !

Mario

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note.
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(1) “Sa cambara bella” ( la camera bella) era in realtà la prima stanzetta subito dopo l’ingresso che serviva per ricevere gli ospiti. Era quella meglio arredata con un salottino, i ritratti di famiglia, una credenza con piatti e bicchieri e qualche bottiglia di liquore ( rosolio fatto in casa ). Sovente vi era montato un letto (normalmente da una piazza e mezzo ) per ospitare un eventuale ospite.

domenica, dicembre 26, 2010

NON SEMPRE I DONI SONO...GRADITI: LA RICOTTA ACIDA.



Oristano 26 Dicembre 2010

Cari amici,
non volevo chiudere l'anno senza riportarVi un'altro dei miei ricordi di gioventù. Ve ne ho riportato già diversi e quest'ultimo (per quest'anno) è' sempre legato al primo periodo della mia fanciullezza, quella dei miei 10/15 anni, che avveniva nei tristi anni del dopoguerra: anni 1950/60.

A questo racconto ho voluto dare il titolo di:

Un dono poco gradito: la ricotta acida.

Leggendo capirete il perchè. Spero di non deludere le Vostre aspettative.
Ecco la storia...vera.
Le giornate più belle per stare insieme e giocare erano, per noi ragazzi, quelle primaverili.

Il sole dopo i mesi grigi dell’inverno scaldava i muri delle case, le levigate pietre delle soglie, gli stipiti, e particolarmente quelle grosse lastre di basalto, collocate ai lati dell'ingresso delle case ( questo rialzo è comunemente chiamato “sa muredda"(1), ben lavorate e sagomate, rialzate come un alto gradino, venivano utilizzate principalmente per una funzione allora molto importante: quella di facilitare il salire e lo scendere dal cavallo o dall’asino, allora pressochè unici mezzi di locomozione e trasporto da e per la campagna. Di questo "rialzo" ne erano munite la gran parte delle abitazioni, soprattutto quelle dei proprietari terrieri e di bestiame, che quotidianamente si recavano in campagna sia per i lavori agricoli che per l'allevamento del bestiame.
Per noi ragazzi, invece, questa grande pietra era una vera e propria “piattaforma”, il nostro “tavolo di riunione” e di discussione, luogo preferito per programmare e predisporre i giochi e le scorribande della giornata.
Stare insieme in modo giocoso non era certo difficile anche se, allora, in quegli anni ancora bui dopo la fine della guerra, le famiglie mancavano di tutto: dai viveri per l'alimentazione all’abbigliamento, dalle scarpe (molti di noi scorrazzavano scalzi) ai giocattoli.
Il fatto che sto per raccontarvi avvenne proprio in una di queste giornate primaverili, piene di sole, e riempite, purtroppo, solo dal nostro entusiasmo e dalla nostra esuberanza.
Eravamo arrivati da poco al solito punto di riunione e, formato il gruppo, preparavamo le strategie da mettere in atto per i giochi del pomeriggio.
Mentre discutevamo animatamente improvvisamente sentimmo aprirsi la porta della grande casa padronale di fronte a noi. Usci l’anziana padrona di casa che certamente si era ben accorta della nostra presenza, dato il nostro consueto modo poco silenzioso di stare in strada.
Dopo aver dato una larga occhiata in giro per tutta la piazza, assaporato con gli occhi socchiusi i raggi del sole che illuminavano e riscaldavano la facciata della sua abitazione e messo a fuoco il nostro gruppo che alla sua uscita si era fermato ad osservarla, ci chiamò con un cenno della mano. Ci avvicinammo e Lei, porgendoci un recipiente di vimini intrecciati, chiamato comunemente “fruscella”(2) contenente una forma di ricotta, ci apostrofò dicendo: “ Pappai piccioccheddus”(3), consegnando il recipiente a quello di noi più vicino a Lei.
Fatto questo rientrò lentamente in casa socchiudendo la porta.
Rimasti soli appoggiammo il cesto di vimini al centro de “sa muredda” e, con gli occhi lucidi di desiderio, lo osservammo in attesa di tuffare con avidità le nostre mani e gustare con gioia il suo bianco contenuto.
La possibilità di mangiare a sazietà una forma intera di ricotta non era certo roba di tutti i giorni e per noi non era certo un dispiacere, anzi! Con il nostro appetito robusto ci voleva ben altro per riempire uno stomaco che con i suo forti languori reclamava cibo in continuazione e la fame di ciascuno di noi sembrava provenire da un sacco incolmabile!
Ci guardavamo l’un l’altro aspettando che uno di noi facesse la prima mossa. Fu Chicco a farla per primo: non resistendo più introdusse velocemente la mano a forma di cucchiaio dentro il recipiente, ne prese un po’ e depositando direttamente la mano dentro la bocca ne vuotò il contenuto, pulendo, in uscita, la mano con la lingua.
Dopo le prime difficili mosse masticatorie, considerato che aveva la bocca piena, lo vedemmo sbiancare: con un rauco urlo di disgusto sputò con forza il contenuto dalla bocca.
“ Che schifo”, iniziò ad urlare e continuò a pulirsi la bocca sputando saliva mista a ricotta, con la faccia schifata.
Restammo tutti di sasso: le nostre mani avide che erano già pronte ad immergersi nella ricotta tornarono rapidamente ad abbassarsi. Anche un altro di noi che subito dopo di lui aveva preso una manata di ricotta, sputò velocemente il contento con grande disgusto. Eravamo tutti perplessi: cosa mai poteva avere questa ricotta da essere rifiutata in questo modo? Cercammo di toglierci il dubbio.
Alcuni, io fra i primi, volevano verificare di persona se quanto asserito dai due assaggiatori era vero. Ne presi una piccola dose e, con grande circospezione, la introdussi in bocca. Iniziai lentamente a masticare ma un forte sapore, acido e rancido insieme, mi bloccò; sputai subito, con forza, ma le mie papille gustative erano ormai impregnate di un sapore amarognolo di fumo misto a muffa, che, unito al pessimo sapore acido e rancido, rendeva impossibile ingurgitare il prodotto anche a ragazzi con un robusto appetito come il nostro.
Ci guardammo senza parlare, schifati, avviliti ed arrabbiati per la grande presa in giro subita. Ognuno diceva la sua. Erano tutte proposte di reazione, diverse nella forma ma uguali nella sostanza, comunque sicuramente efficaci. Dopo un lunga discussione una proposta fu accettata all’unanimità con un applauso. Con un sorriso sornione sulle labbra e gli occhi lucidi di quella gioia che riempie chi si appresta a restituire un brutto scherzo ci allontanammo, spostandoci dietro l’angolo della casa e portando con noi “ sa fruscella” con la ricotta acida, che noi volevamo trasformare in “arma letale”.
Appoggiato il contenitore ad un’altra “muredda” ognuno di noi prese con le mani piccole dosi di prodotto e iniziò a lavorarlo. Tutti partecipammo alla preparazione delle “bombe”, muovendo le mani alacremente per fare un gran bel numero di palline che, ben pressate, a lavoro finito, vennero rimesse dentro il cestino.
A lavoro finito ci appostammo a distanza di tiro e, una alla volta, iniziammo a lanciare le "bombe" verso l'obiettivo concordato, mirando con attenzione per colpire bene il bersaglio.
Destinatari delle “bombe acide” furono gli stipiti della porta, il muro della facciata della casa incriminata, le finestre ed ovviamente la porta d’ingresso. Con rabbia e pazienza insieme facemmo una bella corona di ricotta a gran parte della facciata dell’abitazione. Alla fine mettemmo, come firma della nostra opera, il canestro di fronte alla porta e scappammo via.
Per tutta la giornata nessuno di noi circolò nei paraggi. Solo alcuni, quelli che abitavano di fronte, spiarono i movimenti della “vecchia” e le eventuali reazioni.
La vendetta funzionò, anche se oggi, col senno degli anni, posso affermare che la vendetta non paga mai. Sbollita la rabbia i nostri giochi ripresero e la gioia degli anni giovanili fece dimenticare presto lo smacco subito. Per noi, però, quella casa ed suoi abitanti rimasero sempre desolatamente assenti. Mai più ci vennero offerte cibarie, né buone né avariate. Il portone di quella casa, quella pesante porta oggetto dei nostri attacchi, anche quando non avremo voluto, rimase, sempre, inesorabilmente chiusa.
Ciao a tutti.

Mario

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Note.
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1)“ Sa muredda” era una specie di palchetto costituito da una pietra piatta, liscia, sorretta da due sostegni ed appoggiata al muro dell’abitazione, vicino alla porta. L’uso principale era quello di aiutare il padrone di casa a salire e scendere dall’asino o dal cavallo e facilitare il carico e scarico delle merci con questi trasportate.
2)“Sa fruscella” era un recipiente tondo, ben lavorato, in vimini, che serviva per raccogliere e pressare la ricotta, appena tolta dal crogiuolo di lavorazione. Opportunamente pressata in questo recipiente, la ricotta perdeva l’eccesso d’acqua ed era pronta per il consumo.
3)“Pappai piccioccheddus”, era l’invito comunemente usato quando si porge qualcosa da mangiare a qualcuno: “Mangiate, ragazzi”, in questo caso.

giovedì, novembre 25, 2010

CORBEZZOLO, L'ARBUSTO COLORATO CHE RALLEGRA L'AUTUNNO!

Oristano 25 Novembre 2010

Cari amici,
oggi torniamo a parlare della nostra stupenda "macchia mediterranea".
Uno dei suoi più colorati componenti è proprio il Corbezzolo.
Se volete, possiamo cercare di conoscerlo meglio.
Buona lettura!


Il Corbezzolo (Arbutus unedo) è in Sardegna una pianta arbustiva molto diffusa ed utilizzata.

L'origine del suo nome "arbutus unedo" deriverebbe probabilmente dal celtico. Infatti "ar" in celtico vuol dire "aspro” mentre “butus” significa “cespuglio”; "unedo", invece, è il nome che veniva usato nell'antichità, certamente derivato dalle tre parole latine "unu tantum edo", ovvero "ne mangio uno soltanto", per indicare che non bisognava esagerare e cedere in tentazione, data la gradevolezza dei suoi frutti che se mangiati in quantità eccessiva davano senso di nausea e stitichezza.
Questa pianta, appartenente alla famiglia delle Ericacee, diffusa sia in forma cespugliosa che allevata ad alberello, è presente in gran parte dei paesi Mediterranei e non solo: si ritrova infatti anche alle Canarie, in Marocco ed in Irlanda. In francese il suo nome è “Arbousier”, mentre in inglese è “Strawberry tree”.
Si tratta, come detto, di una pianta arbustiva sempreverde che può diventare un vero e proprio albero alto anche 10 m. I rami presentano la corteccia rossastra e le foglie sono ovali con i margini seghettati, di colore verde scuro e coriacee. Fiorisce in autunno avanzato producendo dei fiori bianchi riuniti in grappoli dai quali si orginano i frutti l'anno successivo. Infatti nella pianta sono presenti contemporaneamente i fiori dell'annata in corso con i frutti derivati dai fiori dell'anno precedente. I frutti che sono delle bacche globose, di colore rosso vivo a maturità, sono commestibili e contengono al loro interno un pacchetto di semi ovali lanceolati di colore scuro.
In Sardegna il Corbezzolo è un importante componente della macchia mediterranea; spesso l'arbusto è anche dominante al punto di diventare un protagonista di un tipico paesaggio sempreverde. Da noi la pianta raggiunge normalmente le dimensioni di un albero di media dimensione, anche se esistono esemplari eccezionali, come quello della foto. Proprio allevata ad alberello i pastori utilizzano la pianta per recintare gli spazi per il bestiame, sia quelli dedicati alla mungitura che quelli per il riposo degli animali (su meriagu). In questa veste essi rivestono un ruolo doppiamente utile, sia per l’ombreggiatura creata dalle foglie sempreverdi che per la bontà dei frutti. La pianta risulta, inoltre, di una bellezza straordinaria alla vista: osservata in qualsiasi periodo essa mostra in mezzo ai suoi rami sempre ornati di foglie color verde smeraldo, ricchi grappoli di fiori bianchi, di frutti verdi e di frutti rosseggianti, somiglianti alle fragole, che invitano l’osservatore a coglierli.

Sulla pianta, infatti coabitano, sia i fiori che i frutti che maturano circa un anno dopo la fioritura; questo fatto fa si che la pianta si sempre piena di colori, praticamente in tutte le stagioni. Le macchie di corbezzolo, più liete di aspetto rispetto alle più tipiche ed anonime macchie di leccio o di alloro, ospitano quindi una maggiore quantità di uccelli, che vi trovano costante riparo anche nei periodi più freddi dell'anno per la costante disponibilità di cibo.

In Sardegna le macchie a corbezzolo in alcune zone si estendono a perdita d'occhio, come sui contrafforti del Gennargentu. La pianta, molto resistente, può resistere a minime termiche fino a meno 15°C, anche se teme le gelate precoci o tardive, specialmente se accompagnate da vento. Pur preferendo le aree soleggiate e non vntose tollera molto bene anche una parziale ombra.
Della pianta, per uso alimentare, si usano sia i fiori che i frutti.

Dai fiori si ottiene il tipico miele amaro (prodotto molto importante in Sardegna e ben venduto fuori dall’Isola), conosciuto per le sue proprietà antisettiche. Il frutto si presta ad un moderato consumo fresco e, previa trasformazione, se ne ottengono marmellate, confetture, gelatine, sciroppi, canditi, aceto. Dalla fermentazione si ottiene un vino caratteristico, il "vino di Corbezzolo".
Se ne ottiene anche, per distillazione, una buonissima acquavite che, anche dopo il passaggio in alambicco, mantiene un particolare e gradevole colore rosato. Dal decotto della bacca, inoltre, si ottiene una bibita fermentata estiva, molto dissetante. La fronda recisa con i frutti immaturi è utilizzata per decorazioni floreali. Piante di dimensioni limitate, recanti i frutti, sono utilizzabili come piante in vaso; a livello vivaistico, il corbezzolo si inserisce nel vasto panorama della produzione di piante mediterranee. Trova impiego nei giardini in genere come esemplare isolato e, per la sua resistenza all’inquinamento, viene utilizzato nel verde urbano stradale e lungo le autostrade.
Sia anticamente che al giorno d’oggi tutte le parti della pianta possono essere utilizzate proficuamente per la nostra salute. Sia l’antica medicina popolare che le odierne cure omeopatiche utilizzano diverse parti di questa pianta che continua a regalarci non pochi rimedi.
Le proprietà del corbezzolo sono concentrate soprattutto nelle foglie. I frutti, i fiori, la corteccia e le radici hanno anche loro proprietà curative anche se in maniera meno accentuata.
Le foglie contengono varie sostanze: derivati fenolici quali l'arbutoside o arbutina e la monotropeina; contengono inoltre unedoside, asperuloside, geniposide, ecc. tutti derivati fenolici; sono presenti anche resine, steroli e gomme e sostanze tanniche in quantità.
Il frutto contiene per circa il 10-20% zuccheri, pectine, arbutina, triterpeni, luppolo, vari steroli, pigmenti, flavonoidi, e varie vitamine.
Gli utilizzi di questa pianta per scopi terapeutici sono molteplici: tra le sue proprietà quella di essere un buon astringente ed un ottimo antidiarroico; ha, inoltre proprietà antinfiammatorie nei confronti del fegato, delle vie biliari e di tutto l'apparato circolatorio; è antispasmodico dell'apparato digerente e delle vie biliari, diuretico, antisettico e antinfiammatorio delle vie urinarie. Le cistiti, in particolare, ne traggono non poco beneficio: la pianta ha infatti una composizione simile a quella dell'Aretostaphylos uva ursi, anche se il tenore in arbutina è minore mentre quello in tannino risulta più elevato. Le foglie e la corteccia, proprio per la quantità elevata di tannini contenuta, debbono invitare ad attento e parco utilizzo onde evitare irritazioni al tratto gastrointestinale. Si consiglia, inoltre “vigilanza” in caso di contemporanea assunzione di farmaci per le possibili interazioni farmacologiche. La grande quantità di tannini presente ne favorisce anche l’uso per la concia delle pelli.
Anche il miele di corbezzolo ha delle ottime proprietà medicamentose: esso infatti ha proprietà balsamiche, antispasmodiche, antisettiche e diuretiche.

Le foglie da utilizzare sono quelle dell'anno, che sono portate dai rami terminali più giovani, e possono essere raccolte in qualunque periodo anche se d'estate presentano il massimo delle proprietà balsamiche.


I frutti vanno invece raccolti maturi, quindi a novembre-dicembre, come le radici. Sia con le foglie, che, dopo la raccolta, vanno vanno essiccate in ambienti bui e caldi e conservate in sacchetti di carta in luoghi bui ed asciutti, che con la corteccia e con le parti delle radici, si possono preparare degli efficaci rimedi con benefica azione sia drenante che astringente. Il decotto della radice può essere usato nella sclerosi degli arti, mentre Il decotto di foglie ha un buon potere astringente ed è un buon tonico sulla pelle. L'infuso delle foglie, invece, cura le affezioni delle vie urinarie e dei reni; è anche utile nei casi di febbre e diarrea e per molte altre indicazioni.
Voglio anche riportare una antica ricetta, utile a quelli che hanno problemi di reumatismi, di gotta, di eccesso di liquidi, di infezioni intestinali, di diarrea, di infezioni alle vie renali e di la cistite.
In primavera fate essiccare un po’ di foglie e conservatele in un barattolo di vetro o in una busta di carta da cucina. All’occorrenza mettete in infuso per 15 minuti in un litro di acqua bollente, 7g di foglie essiccate e bevetene più volte durante il giorno (meglio se a digiuno). Ecco ora un modo semplice per propagarlo.
Il frutto, come detto, è ricco di semi. Se volete divertirvi, spappolate il frutto maturo in un recipiente con acqua tiepida, aiutandovi con un colino. Fate cadere tutta la polpa e raccogliete i semini; fateli asciugare e utilizzateli per ottenere nuove piante; prendete un contenitore di uova, bucate la base di tutte le parti concave, riempitele con terra di bosco e sabbia di fiume ben lavata, in parti uguali; fate cadere sulla superficie del terriccio una decina di semi di corbezzolo, pressate dolcemente in modo da coprirli e annaffiate con dolcezza, utilizzando un semplice vaporizzatore. Questa operazione va eseguita un po’ prima della primavera e vi consiglio di coprire il contenitore con un foglio di plastica, soprattutto se abitate al nord, dove il freddo è ancora intenso. Avrete in poco tempo delle belle piantine, capaci da dare vitalità e colore al vostro giardino! Attenzione però: poiché il frutto è ricco di zuccheri, i diabetici dovrebbero stare lontani dalla vostra piantagione! Ecco quante belle virtù ha questa meravigliosa pianta!


Non dimentichiamo, inoltre, che il corbezzolo con i suoi stupendi colori verde, bianco e rosso è anche un bellissimo simbolo che gratifica il nostro amor patrio di gente italiana per il nostro tricolore: il bianco dei fiori, il verde delle foglie e il rosso dei frutti maturi, possiamo rapportarli ai colori della nostra bandiera.


Grazie della Vostra sempre splendida attenzione!


Mario

lunedì, novembre 22, 2010

GLI ANTICHI RITI SARDI PER RICORDARE I DEFUNTI: “IS ANIMAS DE SU PRUGADORIU”, UNA HALLOWEEN DEL PASSATO CHE RITORNA.


Oristano 22 Novembre 2010

Cari amici,

Non volevo "chiudere" il mese di Novembre senza un piccolo ricordo del mio passato, inerente una festa particolare che vi si celebrava: quella de " Is Animas de su Prugadoriu".

Se avete piacere leggete.

Novembre, il mese universalmente dedicato al culto dei defunti, ha sempre avuto riti e tradizioni particolari per far si che grandi e piccoli mantenessero perenne il ricordo degli avi. Tale tradizione in Sardegna è stata sempre particolarmente sentita e praticata in tutti i suoi Centri, piccoli e grandi.
Bauladu, il mio paese d’origine, non ha certo fatto eccezione a questo particolare rito. Per coinvolgere tutti, soprattutto i bambini, alimentava questo momento di pio ricordo delle figure del passato con storie, miti e leggende che creavano, soprattutto in noi ragazzi, un immaginario collettivo ricco di storie e figure leggendarie.
Oggi, purtroppo la patina del tempo ha annebbiato questa tradizione e valorizzato, invece, “ riti e tradizioni altrui” che con la falsa patente di modernità spacciano per nuovo quello che, in effetti, non lo è. Certamente avremo potuto evitare il dilagare, anche presso noi, dell’americana festa di Halloween, di tradizione anglosassone, importata negli USA dai pionieri Inglesi in quanto risalente a primordiali origini celtiche. Per fortuna dopo qualche anno di disorientamento, mi pare di capire che in Sardegna, forti del nostro orgoglio e delle nostre tradizioni, si stia diffondendo la voglia di riappropriarsi della nostra tradizione, certamente meno folcloristica ma più consona e vera. Il nostro antico rituale per il ricordo dei defunti era abbastanza complesso. Esso era un insieme di riti pagani e carità cristiana, arricchito di antiche leggende, raccontate dagli anziani raccolti intorno al fuoco. Erano storie tragiche, leggende, che affondavano nella notte dei tempi e che noi ragazzi ascoltavamo estasiati, rapiti, seduti immobili nel piccolo scanno vicino al camino, con il cuore in gola, in bilico tra curiosità e paura, alimentata questa dalle ombre che le fiamme del fuoco disegnavano sulle pareti della cucina e che sembrava materializzassero quelle terribili figure leggendarie narrate.

Si raccontava che in tempi lontani, nelle vicinanze del paese, vi era un grande castello fortificato dove viveva un ricchissimo signore che era proprietario praticamente di quasi tutte le terre del circondario. A noi ragazzi questa storia sembrava proprio vera in quanto poco distante dall’abitato, lungo la strada che collegava Bauladu con Tramatza vi era, davvero, un grosso fabbricato in rovina (chiamato “Sa Turrita”) di cui, però, restava in piedi solo una spessa parete al centro della quale vi era un grande ingresso con degli alti stipiti in pietra sormontati da un arco imponente che dava proprio l’idea di entrare in un grande castello.
Questo ricco malvagio signore pur possedendo enormi ricchezze non dava il giusto a quanti lavoravano per lui. Anche in famiglia il suo comportamento era di grande cattiveria. La moglie non riuscì a dargli un figlio e lui diventava sempre più malvagio, non avendo eredi a cui lasciare tutto il suo patrimonio. Tutti dicevano che aveva venduto l’anima al diavolo, per mettere insieme tutte quelle ricchezze!
Un giorno, sentendosi ormai giunto alla fine della sua vita e non volendo lasciare a nessuno il suo forziere pieno zeppo di monete d’oro e di pietre preziose, lo chiuse a chiave e, in piena notte, lo caricò sul suo calesse e lo portò in cimitero. Questo luogo è ancora oggi chiuso da un alto muro di cinta ed ha al centro una grande Chiesa, dedicata a San Lorenzo, che in passato era stata quella del primo impianto dell’abitato di Bauladu. L’uomo, forse facendosi luce con un lume, dopo aver sollevato alcuni lastroni davanti all’ingresso, seppellì li sotto il suo tesoro, rimettendo, poi, in ordine il pavimento. Per evitare che qualcuno potesse appropriarsi del suo tesoro l’uomo prima di chiudere il forziere vi rinchiuse uno sciame di ferocissime mosche ( “sa musca macedda”) che, si diceva, potevano uccidere in pochi istanti chiunque fossero riuscite a pungere.
La leggenda del forziere alimentava il desiderio dei tanti che, in quegli anni di miseria, al pensiero di trovarsi in mano delle belle monete d’oro…sognavano ad occhi aperti. Certo il pensiero, però, di andare in piena notte in cimitero, scavare, e poi magari ritrovarsi punti dalla micidiale mosca, scoraggiava i più. Non tutti però.
Una mattina si sparse la voce che qualcuno era entrato in piena notte in cimitero e….aveva trovato il tesoro! Furono in tanti ad andare a curiosare. In effetti proprio davanti alla porta principale uno scavo recente dava l’idea che qualcuno avesse non solo scavato ma trovato, davvero, un forziere: vi erano le tracce di una cassa rimossa. La cosa fece non poco rumore. Tutti a cercare di capire chi era stato il temerario e se avesse davvero trovato il tesoro! Magari era proprio uno che, anche lui, aveva fatto un patto col diavolo! Doveva stare attento, però, perché aprendo il forziere c’erano le micidiali mosche!
Nessuno seppe mai niente, anche se, quando qualcuno esibiva una ricchezza prima non posseduta, faceva sorgere il grande dubbio: era lui ad aver trovato il tesoro?
Scusate se ho divagato un po’! Torniamo alla storia di prima.
L’antico rito nel mio paese si chiamava “ Is animas de su Prugadoriu”, a differenza di altri centri dove prendeva denominazioni diverse: “Su mortu mortu”, Ave Maria”, “carki cosa po sas animas”, “su bene de sas animas", oppure, come ad Oristano e dintorni, “Maria Punta ‘a Oru “.
Quest’ultimo rito è un po’ particolare e ve lo voglio raccontare.
“Maria Punta ‘a Oru “, come narra la leggenda, era una vecchia signora molto brutta che la notte del 1 novembre passava nelle case per mangiare la pasta che secondo la tradizione veniva appositamente cucinata per i defunti . Per l' occasione si tiravano fuori le provviste accumulate durante l' inverno: meloni, uva passa, mele cotogne, melagrane, fichi secchi, ecc. Questi frutti venivano messi a tavola e mangiati insieme alla pasta , però bisognava lasciarne un po' anche a Maria Punta ‘a Oru. Chi non ne avesse lasciata una parte si sarebbe ritrovato un buco nella pancia, perché la vecchia Signora sarebbe andata a cercarlo nel suo letto e, con “sa punta ‘a oru” ( attrezzo in ferro con la punta ricurva che serviva per fare l' orlo, “s'oru”, alle corbule ed ai setacci fatti di giunco o erbe palustri ) o con uno spiedo ( su schidoni ) gli avrebbe bucato la pancia per prendergli la pasta. Non male, vero, come storia spaventa bambini?
Torniamo al rito di casa nostra.
La notte del 1 Novembre la mensa veniva imbandita con i prodotti migliori che la famiglia poteva mettere a tavola: era in onore dei defunti, che avrebbero potuto consumare una lauta cena, e per questo restava apparecchiata tutta la notte. Noi ragazzi, invece, eravamo i protagonisti del “giorno dopo”. Al mattino, prevalentemente in gruppo - trascorsa la misteriosa notte della vigilia, nella quale avrebbero dovuto lautamente cenare i defunti che, però, consumavano solo “virtualmente” i buonissimi prodotti messi in tavola - noi andavamo di casa in casa bussando alle porte e chiedendo a gran voce, allungando un sacco: “A is animas de su Prugadoriu”!
Praticamente nessuno rifiutava di mettere qualcosa nel sacco: erano pardule, papassini, noci, mandorle, arance, melagrane ed altre leccornie che ci allargavano il sorriso, pensando alla successiva scorpacciata.
Verso l’ora di pranzo si rientrava a casa felici della “pesca miracolosa” raccolta.
Altri tempi, direte Voi.
Io debbo confessarvi che l’attuale festa di Halloween non mi ha mai entusiasmato. Preferivo e preferisco, anche oggi che ragazzo non sono più, questo nostro antico modo di trascorrere una giornata diversa, seria anche se un po’ giocosa, nel ricordo di quelli che ci hanno tracciato la via.
Grazie della Vostra sempre gradita attenzione.
Mario