lunedì, ottobre 25, 2010

MISERIA E … DIGNITA’.


Oristano 25 Ottobre 2010
Cari amici,
oggi voglio farvi partecipi di uno dei "ricordi indelebili" della mia fanciullezza.
E' quello di Tzia Mariedda, una figura per me cosi importante che è rimasta impressa per sempre nella mia mente. Ecco, per Vostra conoscenza, il ricordo e la storia di una persona straordinaria.

Grazie. Mario

MISERIA E DIGNITA' ( La venditrice di mirto ).

Chissà perché quella che mi è rimasta più impressa nella mente è la sacchetta di tela che portava sempre con sè legata in vita e che si apriva e chiudeva facendo scorrere un cordino! Era di tela grossa e la ricordo rigonfia, piena di grosse bacche di mirto profumato, che Lei offriva a noi ragazzi con un sorriso, riempiendo una piccola tazza di ferrosmalto che teneva in mezzo al mirto.

Fosse vissuta al giorno d’oggi tzia Mariedda avrebbe avuto meno problemi a sbarcare il lunario. Negli anni ’50, invece, quelli della lenta “ricostruzione”, che doveva spazzare via le macerie della guerra, soprattutto per le vedove senza reddito la vita non era facile.

In quegli anni io ero poco più di un bambino, ma ricordo bene fatti e figure, considerato che ho una buona memoria fotografica. Lei era una donna di piccola statura, sempre vestita di nero, con una serie di gonne indossate una sopra l’altra, ognuna delle quali copriva le parti usurate, mancanti, della gonna sottostante. Uno scialle scuro, che aveva conosciuto tempi migliori, le avvolgeva le spalle, o veniva, in caso di brutto tempo, indossato sopra il fazzoletto nero che le copriva perennemente la testa.
Ricordo bene la sua figura esile, un po’ curva, sempre scalza, estate e inverno, con le piante dei piedi ricoperte, ormai, da una suola naturale che sostituiva egregiamente, ed a costo zero, le scarpe che non si era mai potuta comprare.
Tzia Mariedda non era di Bauladu, credo che fosse originaria di uno dei paesi vicini e che avesse perso il marito in guerra. In quegli anni le pensioni stentavano a decollare, perché soddisfare le esigenze delle famiglie dei tanti caduti in guerra non era facile con le magre risorse dello Stato che una guerra assurda e persa aveva messo in ginocchio. I sopravvissuti alla guerra, però, dovevano campare e le famiglie dei caduti, soprattutto, dovevano ingegnarsi tutti i giorni per mettere insieme il pranzo con la cena.
Chiedere aiuto non è mai stato facile per nessuno: chiedere l’elemosina, mendicare, è addirittura per molti un comportamento impossibile da praticare.
Tzia Mariedda, pur vivendo in grande povertà, non avrebbe mai potuto farlo: non aveva mai abdicato alla sua dignità e mai avrebbe mendicato, chiesto l’elemosina. Nella sua concezione economica del dare e dell’avere Lei poteva concepire il “baratto”, non il dono senza scambio. Lei avrebbe sempre ricambiato, avrebbe svolto qualsiasi mansione, qualsiasi lavoro, anche durissimo, anche in cambio di poco o nulla, ma chiedere la carità no, questo Lei non l’avrebbe mai fatto.

Si alzava all’alba, tutti i giorni, estate ed inverno, e si recava in campagna; qui cercava, a seconda delle stagioni, quei prodotti spontanei che potevano essere venduti, commercializzati: funghi prataioli, cardi, carciofini selvatici, cicoria, bietole, frutti selvatici come mirto, pere selvatiche e quant’altro.

Messa insieme la quantità ritenuta bastante per la giornata si incamminava verso uno dei paesi vicini, sempre a piedi, e iniziava le”visite di vendita” dei prodotti campestri raccolti che portava con sè in una sacca fatta di tela grezza e che offriva alle famiglie di sua conoscenza.
Le persone che andava a visitare le conosceva bene. Si affacciava alla porta chiamando per nome la padrona di casa e, ricevuto l’invito ad entrare, avanzava verso la cucina sempre con un sorriso dolce e triste allo stesso tempo. Era sempre ben accolta. Nonostante i tempi fossero duri per tutti e le difficoltà non mancassero, era difficile che le famiglie rifiutassero quello che Lei offriva.

Lei non dava un prezzo alla sua merce: la metteva sul tavolo da cucina e con un sorriso diceva: “ ti ho portato questo, è fresco e genuino, prendilo”. Lo diceva in sardo e non indicava mai il prezzo, aggiungendo, sempre con un sorriso, “ giaimi su chi keris” ( dammi in cambio quello che vuoi ).
Più che una proposta di vendita altro non era che uno scambio, un “baratto”: in cambio, spesso, riceveva una pezzo di pane, un pezzo di formaggio, un po’ d’olio o un pugno di cereali. La padrona di casa dove si presentava sapeva perfettamente che il prodotto offerto mascherava una richiesta di aiuto che, per dignità, non veniva espresso direttamente; tutti sapevano che Lei non sarebbe mai entrata in una casa a chiedere semplicemente l’elemosina, voleva orgogliosamente dare, in cambio, il frutto, pur modesto, della sua fatica, del suo impegno, del suo lavoro.

Nel periodo della maturazione del mirto ( le campagne allora abbondavano del dolce frutto oggi meglio utilizzato per produrre il classico digestivo ) ne portava sempre con sè una sacchetta. A noi ragazzi le dolci e profumate bacche piacevano molto e le mangiavamo con gusto: servivano, tra una corsa e l’altra, tra un gioco e l’altro, a riempire i vuoti dello stomaco che, data l’età giovanile, avrebbe ingurgitato ben altri prodotti ed in quantità certo più rilevanti! Lei a noi ragazzi lo offriva sempre spontaneamente, dopo aver riempito, con la mano stanca, la tazza che immergeva nella sacchetta appesa in vita. Ci guardava sempre con il sorriso, dolce e triste insieme, mentre noi divoravamo velocemente, rispondendo al suo con il nostro sorriso gioioso e grato, quello di chi vive senza troppi pensieri, senza quelle pesanti responsabilità che, invece, gli adulti avevano. I problemi, le responsabilità, sarebbero arrivati, più tardi, anche per noi.
Quale dignità, quale portamento, quale lezione di vita, hai dato ieri e potresti dare oggi! Che grande differenza tra le povertà di ieri, portate con dignità e solidarietà, e le povertà di oggi, vissute, invece, con rabbia ed arroganza.

Com’è differente lo sguardo di chi “chiede” oggi, al semaforo o di fronte alla Chiesa, pieno di odio e rancore verso il mondo intero, da quello Tuo, “ Tzia Mariedda”, che mai avrebbe negato un sorriso! A nessuno.
Mi domando: miseria affrontata con dignità quella di ieri e miseria vissuta senza dignità quella di oggi ? Il dubbio è forte.

Sarà, forse, l’effetto della “ Globalizzazione” che mercifica anche i sentimenti, sacrifica, annientandola, anche la dignità? Chissà! Speriamo che i giovani trovino la forza di reagire.
Grazie tzia Mariedda della tua bontà e del tuo sorriso che mai dimenticherò. Quando riapro quel file mi rivedo e mi ritrovo ragazzo gioioso e pieno di vita e Ti rivedo, sempre in movimento, con il paniere e la sacchetta colma di mirto, con stampato in viso quel dolce e malinconico sorriso che è rimasto per sempre dentro di me: devo essere sincero, qualche volta, una lacrima mi scende furtiva e bagna velocemente il mio viso di eterno ragazzo.

Pensateci anche Voi, cari amici e lettori.

Mario

giovedì, ottobre 21, 2010

QUEL MESSAGGIO COSMICO NELLA STELE DI “MADAU” A FONNI.



ORISTANO 21 OTTOBRE 2010
Cari amici,
ecco un'altra scoperta affascinante sull'antico popolo della Sardegna, gli Shardana.
Il recente ritrovamento della " Stele di Madau" in territorio di Fonni mette in discussione non poche false credenze, una delle quali quella dei Sardi che avevano timore del mare.

Tutt'altro!
Ecco quanto di recente è venuto alla luce.

Buona lettura!


Un cosmic call oltre lo spazio. Un messaggio “stellare” dal Neolitico, inciso in una pietra preistorica affidata al tempo più che al cosmo.
Sul mistero delle antiche civiltà sarde potrebbero spalancarsi nuove prospettive dalla lettura di una stele neolitica scoperta nella mitica valle di Gremanu a Fonni.
La civiltà nuragica, si sviluppò in Sardegna tra il Bronzo e il Ferro.

Diversi studiosi accreditano l’ipotesi che i nuragici siano da riconoscersi negli Shardana, il principale fra i “Popoli del mare” menzionati nei documenti egiziani tra il XVI e il XIII a.C. Degli Shardana si sa che erano molto capaci, forti e combattenti, che percorsero in lungo e in largo il Mediterraneo su navi commerciali e da guerra. Avrebbero, forse, un’origine anatolica perché quegli uomini che usano uno scudo tondo e un elmo provvisto di corna sono rappresentati nei bronzetti e il loro nome ha la stessa radice “srdn” da cui deriva l’ethnos dei Sardi e che si trova incisa sulla “stele di Nora” dell’VIII a.C. (sotto, foto della stele).

Nell’Età del Bronzo il quadro delle primitive culture sarde si trasforma completamente rispetto al passato. Su tutta l'isola sorgono migliaia di nuraghi, costruiti con possenti blocchi di pietra.
Queste ciclopiche torri rotonde caratterizzano il paesaggio della Sardegna, soprattutto quella centrale, creano una immagine di fortezza e potenza. Queste ciclopiche costruzioni , edificate a secco con enormi massi posti a forma di cono e dislocate in altura, nei punti strategici che consentivano la trasmissione dei messaggi da uno all’altro, svolsero funzioni non solo di difesa ma certamente anche di osservazione e studio degli astri. L'archeologia da tempo continua nella ricerca e nello studio per verificare le varie ipotesi formulate. Nel 1800 e nei primi anni del 1900 erano piuttosto accese le discussioni sul significato e sulla funzione dei nuraghi. Dopo gli scavi archeologici di Taramelli, le indagini del Lilliu e le numerose ricerche topografiche non ci sono più dubbi sul loro ruolo di edifici fortificati. Per la loro eccezionale monumentalità si differenziano non solo dalle abitazioni del villaggio ma anche dai templi e dagli edifici sepolcrali. Ancora oggi, dopo 3500 anni, i loro ruderi sono grandiosi e suggestivi: sono le più possenti, e tecnicamente le più perfette, costruzioni megalitiche d'Europa e di tutta l'area del Mediterraneo occidentale.
Ma dove ci porta la recente e misteriosa scoperta della “ Stele di Gremanu”, con incisioni che, senza ombra di dubbio ci portano allo studio degli astri? E’ una conferma che il popolo nuragico era un popolo di grandi navigatori? Alcuni studiosi ne sono convinti, a partire da Roberto Barbieri.

Ecco perché.
Alla base di queste serie considerazioni che legano astronomia, nuraghi, tombe dei giganti e navigazione, c’è l’intuizione di un naturalista di Alghero, Roberto Barbieri, responsabile della spedizione e del team di archeologi (guidati da Giampiero Pianu dell’università di Sassari) che da circa un anno lavorano al progetto della nave nuragica:

una grande imbarcazione, ricostruita dai modelli rappresentati nei bronzetti, solcherà il Mediterraneo partendo dalla Sardegna sino alla Grecia e alla Turchia.
«In questa lunga ricerca di indizi archeologici, utili a documentare l’attività navale e l’alto grado di conoscenze di tecnica di navigazione della civiltà nuragica, mi sono spinto sino all’entroterra sardo», racconta Barbieri.
Precisamente a Fonni, a pochi chilometri da Corr’e Boi, luogo emblema che rimanda col toponimo e con il suo skyline al culto ancestrale del dio toro. Proprio qui è stata rinvenuta una stele particolare, con incisioni di grande effetto, mai viste prima, che attestano, senza ombra di dubbio essere una delle più antiche mappe del cielo.

Il ritrovamento è avvenuto nel sito archeologico forse tra i più interessanti dell’Isola: il complesso di Gremanu o Madau.
Questo complesso nuragico, esteso per oltre sette ettari, si articola, a monte, in una serie di fonti e pozzi per la captazione e la raccolta delle acque e, a valle, in una serie di templi con abitato. Vicino sorge anche una necropoli, sempre nuragica, con 4 tombe di giganti.
A Gremanu ci troviamo di fronte all’unico esempio finora noto di “acquedotto” nuragico, un complesso di fonti collegate tra loro da un elaborato progetto idraulico, funzionale alla raccolta delle sorgenti della montagna, le cui acque venivano utilizzate per i riti religiosi e per il fabbisogno ordinario delle genti del villaggio che stava in basso. Da una prima fonte le acque passavano attraverso una canaletta ad un secondo pozzo circolare; da questo secondo pozzetto mediante un’altra canaletta l’acqua veniva convogliata verso il pendio e raccolte nel sottostante complesso templare e abitativo. Sul lato destro del parametro murario ad emiciclo che delimita lo spazio di rispetto delle fonti le indagini hanno riportato in luce una vasca di forma rettangolare, costruita con conci in basalto “a T” metodicamente lavorati dai nuragici con scalpelli per rifinire e lisciare le superfici in vista. L’interno della vasca è pavimentato da lastre di trachite e di tufo legate da incastri perfetti. Nelle vicinanze è stata trovata una testina d’ariete in trachite. L’uso di queste fonti appare esclusivamente religioso. Soprattutto, la vasca rituale (per le abluzioni purificatorie, molto simile a quella del nuraghe “Nurdole” di Orune) e le numerose basi per offerte rinvenute nel villaggio sottostante sono delle chiare testimonianze di sacralità del luogo.
E proprio a Madau, tra le tombe megalitiche a forma di toro e di nave, che già avevano affascinato Giovanni Lilliu negli anni ’80, ecco la scoperta sensazionale, qualcosa di insolito, che arrivava a noi dal mondo prenuragico: nella tomba numero 1, spunta una stele istoriata, forse, l’anello di congiunzione tra gli antichi sardi e il mare. Nell’ampio studio effettuato sul sito e sul ritrovamento (“Il complesso nuragico di Gremanu”, di Maria Ausilia Fadda e Fernando Posi, Delfino Editore), la stele viene raffigurata in un interessante grafico che riporta ben in evidenza il lavoro di incisione. La studiosa parla «di stele istoriata con motivi magico-simbolici».
Ma agli occhi di un navigatore abituato a leggere il cielo, non può sfuggire che «quelle coppelle incise nella pietra», sostiene Roberto Barbieri, presidente dell’associazione La Nave Nuragica, «sono una formidabile e puntuale rappresentazione delle Pleiadi». Chi ha scritto quella pietra, migliaia di anni fa, leggeva il cielo. E lo faceva molto bene. «Certamente aveva una spiccata familiarità nella lettura degli astri, come dimostra la fedele rappresentazione delle sette stelle principali che formano le Pleiadi».
Ipotesi questa suggestiva quanto sconvolgente. Ma non impossibile. «La perfetta corrispondenza della rappresentazione stellare, se confermata, prova come l’autore avesse precise conoscenze di astronomia e soprattutto una straordinaria abilità tecnica», continua Barbieri.
Anche Eugenio Muroni, ricercatore della Soprintendenza e astrofilo sassarese afferma: «Si tratta certamente di una mappa del cielo […] I due gruppi di coppelle, rappresentano con notevole realismo i due sistemi stellari “ammassi aperti” delle Pleiadi e delle Iadi, con in basso a sinistra la V del Toro e il suo occhio, la stella Aldebaran».
La misteriosa stele ha creato tanti nuovi segugi: dalla costa sino al cuore dell’Isola, tutti a caccia di ulteriori prove e indizi. Indizi collegati con la navigazione nuragica, come gli allineamenti di nuraghi-faro, ad iniziare da Cala del Vino o la straordinaria ancoretta pendaglio in bronzo, datata addirittura XIV secolo a. C, di Posada, esposta nel Museo “Sanna” di Sassari.
Muroni, autore di uno interessante studio sull’altare di Monte D’Accoddi, si spinge oltre e ipotizza: «Nella stele di Madau sono presenti le raffigurazioni di quelle che potrebbero essere le “montagne del cielo”, ovvero i luoghi alti terrazzati con punto apicale stellare». Insomma quella pietra sarebbe una sorta di certificato di nascita della misteriosa Ziqqurat turritana. «Siamo alle soglie di una nuova rivoluzione nella ricerca archeologica in Sardegna», azzarda Muroni riferendosi alla lettura astrale della stele di Madau.
Si può ragionevolmente ipotizzare dunque che la stele di Madau, riletta da chi frequenta il mare, è solo la prima testimonianza di quanto gli antichi abitanti dell’Isola sapessero utilizzare i mille sguardi della volta celeste non solo per finalità pratiche e religiose ma anche per la loro sete di conoscenza del mondo a partire dalla navigazione!
La Sardegna è veramente straordinaria!
Mario Virdis



























Zona del ritrovamento.

mercoledì, ottobre 13, 2010

«TRE COSE CI SONO RIMASTE DEL PARADISO: LE STELLE, I FIORI E I BAMBINI». (Dante Alighieri)


Oristano 13 Ottobre 2010

Cari amici,

l'argomento di oggi è di quelli che fanno riflettere, fanno pensare. Forse per questa ragione ho voluto iniziare questi miei pensieri con un aforisma attribuito al nostro sommo poeta: Dante Alighieri. Eccole.



«...Tre cose ci sono rimaste del Paradiso: le stelle, i fiori e i bambini».



A me queste parole sono sembrate terribilmente vere. Sicuramente Dante, mentre portava a termine il suo capolavoro, la "Divina Commedia", quel suo meraviglioso viaggio interiore, mistico, teso a scoprire e quantificare la miseria e la ricchezza del genere umano, si era reso conto della reale pochezza dell'uomo. Un pellegrinaggio nell’anima il suo, dove la luce abbagliante della speranza spesso cercava di mettere a nudo i lati oscuri, nascosti nella storia di ogni uomo.
Le stelle i fiori ed i bambini: certamente tre delle cose più straordinarie che il genere umano possa annoverare su questa terra! In esse, in questo triangolo perfetto, è scritto il ciclo della vita: la volta celeste, piena di stelle, che rispecchia il moto dell’universo, i fiori che rappresentano il costante rinnovarsi delle risorse che consentono la vita ed i bambini, quello straordinario perpetuarsi dell’uomo che da millenni abita, non sempre degnamente, questo mondo.
Come utilizza, infatti, l’uomo questi straordinari “pezzi” di paradiso? Quali, soprattutto, le attenzioni dedicate ai bambini, questa nostra incredibile risorsa che ci consente di perpetuarci nel tempo? Non certo quella che dovremo! Spesso, anzi, cogliamo tutte le occasioni possibili per profanarla, per sporcarla, rinnegando la nostra stessa vita, la nostra speranza.
Mi chiedo: quali sarebbero stati, oggi, i gironi destinati ai profanatori di questi ultimi spicchi di Paradiso, se Dante rifacesse un “nuovo viaggio” ? In particolare quale sarebbe stato il girone riservato a chi poco o niente si cura del benessere dei tanti, dei milioni di bambini, che ogni giorno muoiono ne mondo nella nostra totale indifferenza? Certamente ne avrebbe ideato uno nuovo e più terribile di quelli precedentemente concepiti.
Cari amici, nel mondo, purtroppo, nonostante le promesse muoiono ancora troppi bambini che hanno solo il torto di essere stati messi al mondo! Promesse spese, prese e non mantenute.
Il forte impegno assunto dalla gran parte degli Stati nel 2000, e che stabiliva gli “ Obiettivi di Sviluppo del Millennio”, è ancora in gran parte sulla carta. I previsti miglioramenti globali nei confronti di donne, bambini e poveri, stentano a decollare. Gli obiettivi ipotizzati, anche se alcuni successi sono stati ottenuti, sono ancora lontani dall’essere raggiunti.
Il traguardo purtroppo è ancora lontano: ogni giorno muoiono mille donne per gravidanza o parto. Eppure i firmatari si impegnarono a "garantire che la globalizzazione diventasse una forza positiva per tutti i popoli della Terra", in particolar modo per i paesi in via di sviluppo.
Non era una promessa delle nazioni ricche verso quelle povere, ma un patto, una partnership, nella quale ciascuna delle parti si impegnava a rispettare le promesse fatte alla propria popolazione e agli altri partner.
L’accordo previsto negli “ Obiettivi di Sviluppo del Millennio”, fissava traguardi precisi da raggiungere entro il 2015. Ecco gli otto punti qualificanti:

- dimezzare fame e povertà;
- offrire un’istruzione di base universale;
- ridurre la mortalità infantile;
- migliorare la salute materna;
- combattere le malattie epidemiche come AIDS e malaria;
- promuovere parità dei sessi e l’autonomia delle donne;
- garantire la sostenibilità ambientale;
- sviluppare un partenariato mondiale per lo sviluppo.









La Conferenza Mondiale, tenutasi dal 20 al 22 settembre 2010 a New York prima dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha cercato di verificare la situazione reale: constatare a che punto era il percorso per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, in precedenza concordati.
I dati accertati, però, non sono stati confortanti. Eccone alcuni.
Sulla mortalità infantile i dati resi noti dall’UNICEF evidenziano che ogni giorno continuano a morire circa 22.000 bambini per cause che in larga parte potrebbero essere evitate. Il 70% di questi decessi avviene nel primo anno di vita. Inoltre un quarto della popolazione infantile del pianeta è afflitta dai sintomi della malnutrizione (crescita insufficiente e altre patologie).
La tre giorni di New York, a cui hanno partecipato oltre 140 tra capi di Stato e di governo, è stata “l'ultima occasione importante - secondo Save the Children - per soddisfare la promessa di salvare dalla morte 15 milioni di bambini entro il 2015”.
Tutte le Nazioni del mondo dovrebbero contribuire, anche se in diversa misura, a far sì che i traguardi ipotizzati possano essere – se pur con sacrificio – raggiunti.
Anche le varie Organizzazioni No-profit e Non governative possono contribuire concretamente al raggiungimenti di questi obiettivi.
Ne cito una per tutte, in quanto credo di conoscerla abbastanza bene: il Rotary International.Da anni il Rotary si batte per eliminare dalla faccia della terra la Poliomielite. Oggi, dopo anni di duro lavoro, si può affermare che dal mondo la Polio è praticamente scomparsa, che il traguardo è stato raggiunto! Una delle più terribili malattie che hanno afflitto per secoli il genere umano, sarà solo un triste ricordo.
Altri traguardi, però, attendono il Rotary, questa straordinaria Associazione a cui da tempo appartengo. I prossimi obiettivi che la nostra Associazione intende raggiungere nei prossimi anni sono proprio in perfetta sintonia con quelli di cui parlavamo prima: quelli sottoscritti nel 2.000 dagli Stati, ovvero con gli “Obiettivi di Sviluppo del Millennio”.
Il Rotary sta già operando in quattro campi principali:

- Sanità
- Fame
- Istruzione
- Acqua


Se in tanti dovessimo concretamente operare positivamente, concentrare i nostri sforzi, entro il 2015 potremo davvero avere risultati sorprendenti.
Dovremmo partire, per aggredire veramente il problema, proprio dall’elemento principale che è alla base della vita: l’acqua.
Proprio su quest’ultimo campo il Rotary sarà particolarmente attivo. La gran parte della salute del mondo è legata alla qualità dell’acqua. L’acqua è un diritto irrinunciabile, è vita, e con essa, con la disponibilità di acqua sana e pulita, il mondo potrà, davvero, avviare a soluzione anche i tanti altri problemi ad essa legati.
Ecco, per comprendere meglio la sua importanza, voglio riepilogare con Voi le più importanti iniziative che sono state prese nel mondo negli ultimi cinquant’anni, per garantire a tutti Popoli questo inalienabile diritto: avere libera e tutelata la più importante fonte di vita, quale è l’acqua.

Cronologia degli impegni internazionali sull'acqua.
1968: il Consiglio d'Europa a Strasburgo elabora una Carta dell'Acqua, che afferma il valore di questa risorsa e dà indicazioni sulla sua tutela in 11 principi semplici e sintetici, tra cui, essenziali: · Non c'è vita senz'acqua.
. L'acqua è patrimonio comune il cui valore deve essere riconosciuto da tutti: ciascuno ha il dovere di economizzarla e utilizzarla con cura.
· L'acqua non ha frontiere, è una risorsa comune che necessita di cooperazione internazionale.
1977: a Mar del Plata si tiene la Conferenza delle Nazioni Unite sull’Acqua, allo scopo di fornire un resoconto globale sullo stato delle risorse idriche e le loro modalità di sfruttamento. Viene pubblicato un documento contenente un piano di azioni (Mar del Plata Action Plan).

1980: l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclama il periodo dal 1981 al 1990 Decennio Internazionale dell’Acqua Potabile e dei Servizi Igienici, con l’obiettivo ambizioso di raggiungere alla fine del decennio l’accesso universale ad acqua pulita e a servizi igienici nei Paesi in via di sviluppo. Viene definito “accesso” la disponibilità di almeno 20 litri di acqua pulita al giorno per persona ad una distanza minore di un miglio (1,6km) nel caso dell’acqua, e lo smaltimento sano di rifiuti solidi e escrementi nel caso dei servizi igienici.

1990: a Nuova Delhi si svolge la Consultazione Globale su Acqua Pulita e Servizi Sanitari. Nel congresso si enfatizza il concetto che acqua pulita e mezzi sicuri di scarico dei rifiuti devono essere centrali nella gestione integrata delle risorse idriche.


1992: a Dublino si tiene la Conferenza Internazionale su Acqua e Ambiente. Temi della conferenza sono il valore economico dell’acqua, il ruolo delle donne, la povertà, i disastri naturali, l’importanza della formazione. Vengono pubblicati i Principi sull’Acqua e sullo Sviluppo Sostenibile, in cui si enunciano concetti cardine sulla gestione delle risorse idriche.
1992: a Rio De Janeiro si svolge la Conferenza delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo (United Nations Conference on Environment and Development, Unced). Il Summit della Terra, come fu chiamato, si conclude con la pubblicazione della Dichiarazione di Rio su Ambiente e Sviluppo e di Agenda 21, un piano di azione globale sullo sviluppo, centrato sull’uomo, da intraprendere a livello globale, nazionale e locale e adottato all’epoca da 178 governi. Come ulteriore risultato del Summit della Terra viene istituita la Giornata Mondiale dell’Acqua. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite designa con risoluzione speciale il 22 Marzo di ogni anno Giornata Mondiale dell’Acqua.1992: nasce la Commissione per lo Sviluppo Sostenibile, per assicurare un seguito ai piani di azione di Agenda 21. Si stabilisce per il 1997 una revisione dei progressi del quinquennio successivo al Summit della Terra.

1994: con il fine di assegnare la giusta priorità ai programmi di accesso alle strutture sanitarie di base per i poveri, si tiene a Noordwijk la Conferenza Ministeriale su Approvvigionamento Idrico e Servizi Sanitari.

1995: si tiene a Copenaghen il Summit Mondiale per lo Sviluppo Sociale, in cui si dà enfasi allo stato di più di un miliardo di persone che versano in condizione di assoluta povertà, vivendo nell’ impossibilità di soddisfare i più elementari bisogni umani, compresi quelli dell’accesso all’acqua potabile e a strutture sanitarie.

1996: Roma ospita Il Summit Alimentare Mondiale (World Food Summit). Si discute di ambiente e delle minacce alla sicurezza del cibo, dell’acqua e delle risorse naturali, e i rischi di uno sfruttamento ambientale non sostenibile. La Dichiarazione di Roma sulla Sicurezza Alimentare costituisce il documento di sintesi del summit.

1997: è l’anno del Primo Forum Mondiale sull’Acqua (1st World Water Forum), tenutosi a Marrakech. Vengono affrontati i temi di acqua e fognature, gestione delle risorse idriche condivise, della conservazione dell’ecosistema e dell’uso efficiente dell’acqua. Il rapporto finale è contenuto nella Dichiarazione di Marrakech.
2000: tre anni dopo Marrakech, viene organizzato il Secondo Forum Mondiale sull’Acqua, concentrato sul rapporto tra acqua e natura, acqua e popoli, acqua e sovranità. Il rapporto finale sostiene come missione la distribuzione democratica della risorsa acqua (Making Water Everybody’s Business).

2000: a settembre, gli stati membri delle Nazioni Unite adottano all’unanimità la Dichiarazione del Millennio. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite riconosce gli Obiettivi del Millennio per lo Sviluppo (Millennium Development Goals, Mdg) come parte essenziale della roadmap per l’implementazione della Dichiarazione del Millennio e come punto chiave per il progresso sociale ed economico in tutti i paesi. Gli Mdg riconoscono al problema dell’acqua un ruolo di rilievo essenziale per il raggiungimento del più generale obiettivo dello sviluppo umano. Nel quadro degli Mdg, l’Obiettivo 10 prevede di dimezzare entro il 2015 la proporzione di persone prive di accesso sostenibile ad acqua potabile pulita e a servizi sanitari di base.

2001: a Bonn si svolge la Conferenza Internazionale sull’Acqua. Temi principali: sviluppo sostenibile, governance, risorse finanziarie, condivisione delle conoscenza e delle buone pratiche.

2002: in settembre, a Johannesburg, Sudafrica, si tiene il Summit Mondiale sulloSviluppo Sostenibile, in cui si riafferma la necessità di una piena realizzazione dei programmi di Agenda 21 e dei principi della Conferenza di Rio. Nel Piano di Implementazione del Summit si adottano ulteriori obiettivi specifici per l’approvvigionamento idrico e i servizi igienici:· entro il 2015: dimezzare la proporzione di persone senza accesso a strutture e servizi igienici· entro il 2015: dimezzare la proporzione di persone senza accesso sostenibile a una quantità adeguata di acqua pulita. Entro il 2005: fornire acqua, servizi sanitari e igiene a tutti.

2003: Anno Internazionale dell’Acqua. A Tokyo viene lanciata la prima edizione del Rapporto Mondiale sullo Sviluppo Idrico, “Acqua per le Persone, Acqua per la Vita”. Il rapporto è parte di un progetto di valutazione in itinere che si occupa di misurare i progressi verso il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile formulati a Rio nel 1992, e di quelli definiti dalla Dichiarazione del Millennio del 2000. 2003: Kyoto ospita il Terzo Forum Mondiale sull’Acqua, i cui risultati sono pubblicati nella Dichiarazione Ministeriale. Temi principali, le nuove politiche, la gestione integrata delle risorse, la capacity building, l’efficienza nell’utilizzo dell’acqua. Negli stessi giorni in cui si tiene il Terzo Forum sull’Acqua, a Firenze viene organizzato dal Comitato internazionale per il Contratto Mondiale dell'Acqua un Forum Alternativo a quello di Kyoto. Per contrastare le tendenze che spingono per l'inserimento dell'acqua tra i servizi sottoposti al Gats (Accordo Generale sul commercio dei servizi), consegnando di fatto la regolamentazione delle politicheidriche al Wto (Organizzazione Mondiale del Commercio), viene proposta la creazione di una Rete di parlamentari europei che porti avanti le posizioni del Manifesto dell'acqua: riforma della politica agricola comune europea, tutela del bene comune acqua, organizzazione di un sistema di fiscalità europea a finalità redistributiva, gestito da un Servizio Pubblico Europeo che finanzi l'allocazione di risorse idriche per garantirne l'accesso a tutti.

2004: a gennaio l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite raccomanda l’istituzione di un nuovo Decennio Internazionale dedicato alle Azioni sull’ “Acqua per la Vita”: il decennio 2005-2015, con inizio nella Giornata Mondiale dell’Acqua, il 22 Marzo 2005. Gli obiettivi sanciti dalla Dichiarazione del Millennio, dal piano di Johannesburg e da Agenda 21 rimarranno il riferimento istituzionale cardine per le azioni nel settore. Il tutto inquadrato nel Decennio Internazionale per l’Educazione e lo Sviluppo Sostenibile, programmato per lo stesso periodo.
2005: 22 marzo, Giornata Mondiale dell'acqua. Sempre a marzo si tiene il 2° Forum Alternativo Mondiale a Ginevra (Fame 2005) che ribadisce la propria posizione contro la mercificazione dell'acqua. “L'accesso all'acqua in quantità (40 litri al giorno) e in qualità sufficienti alla vita deve essere riconosciuto come diritto costituzionale umano e sociale, universale, indivisibile e imprescrittibile”.

2006: 24-29 gennaio, Forum Sociale Alternativo Mondiale sull'acqua a Caracas. Per la prima volta si raggiunge un accordo comune, condiviso da tutti i movimenti, contro la privatizzazione compendiato in tre i punti chiave:
· esclusione dell'acqua dalle leggi del mercato imposte dal Wto.
· istituzione di un osservatorio per monitorare le attività delle multinazionali sull'acqua.· fondi di solidarietà per il finanziamento di progetti. Negli stessi giorni, a Bamako, in Mali, si firma l'Appello per l'acqua, in preparazione del World Social Forum.
2006: 10-12 marzo 1° Forum dei movimenti italiani per l'acqua pubblica a Roma: varie associazioni e Ong italiane discutono tra loro, raccolgono firme e guadagnano consensi anche tra alcuni movimenti politici.2006: dal 16 al 22 marzo, IV Forum Mondiale sull'Acqua a Città del Messico. Mentre il Consiglio mondiale e i politici si riuniscono, i movimenti anti-privatisti organizzano un Forum Parallelo Alternativo, in cui si riprende lo spirito di Caracas e si tenta di creare dal mosaico di movimenti nazionali un'unica Associazione Mondiale. Il Forum si chiude con un nulla di fatto: nessun impegno preso, nessuna soluzione concreta che segni un'inversione di tendenza.

2007: dal 18 al 20 marzo, al Parlamento Europeo di Bruxelles, l'Assemblea mondiale degli eletti e dei cittadini per l'Acqua (Amece), dichiara che l'acqua è vita, e come la vita è sacra. A novembre, il Cipsi lancia con altre Ong italiane la Campagna Libera l'Acqua.

2008: a gennaio, il Gruppo di Lisbona lancia il Manifesto per l'acqua, annunciato sin dal 2003 dal Comitato per il Contratto Mondiale sull’Acqua.

Siamo nel 2010 e, purtroppo, l’acqua potabile è per tanti popoli nel mondo solo un sogno, un miraggio. Per questi l’inferno dantesco è ancora vivo e vegeto su questa terra, e, nonostante alcuni sprazzi di buona volontà, esso è destinato a durare ancora a lungo. Chissà per quanto tempo ancora!
Siamo tutti chiamati a partecipare perché tutti noi siamo parte integrante di questo mondo e nessuno si può escludere a priori, chiamarsi fuori. Non distruggiamo quel poco che ci resta del Paradiso: le Stelle i fiori ed i bambini, il nostro futuro. Facciamo in modo che la Terra possa sempre godere dello splendore delle stelle, del profumo dei fiori e del sorriso dei bambini. Sono questi l'unico nostro futuro!

Mario
















martedì, settembre 28, 2010

ITINERARI SARDI MERAVIGLIOSI: LA VALLE DI LANAITTU E LA GROTTA DI TISCALI.



Oristano 28 Settembre 2010

Cari amici,
l'itinerario turistico che indico in questo articolo è stato da me realizzato per essere pubblicato su "VOCE DEL ROTARY", il periodico mensile del Distretto 2080, dove è stato pubblicato pochi giorni fa nel numero 75 di Settembre.

Esso analizza le bellezze della valle di Lanaittu, alle pendici del Monte Corrasi in territorio di Oliena, con all'interno la ormai "superfamosa " grotta di Tiscali ed il villaggio nuragico.
Eccolo.

Il Villaggio nuragico di Tiscali .

Alle spalle del Monte Corrasi, nel territorio di Oliena (NU), c’è forse uno dei più misteriosi esempi di insediamento umano del passato.
Visitare Tiscali è un’avventura che percorre i millenni della civiltà nuragica. Un viaggio che non offre risposte, ma che aumenta gli enigmi sulla civiltà che ha tempestato tutto il territorio della Sardegna di migliaia di segni inspiegabili e fantastici. Tiscali, per di più, ha lasciato segni completamente diversi da quelli, già misteriosi, lasciati dal popolo nuragico. Se i Nuraghi erano costruzioni ben visibili e raramente nascoste, Tiscali è infatti un fortino segreto, invisibile anche allo sguardo più attento ed individuabile solo una volta arrivati davanti al suo ingresso. In fondo all’incantevole e selvaggia vallata di Lanaittu si erge un monte, quello di Tiscali. Nella sommità della montagna, alta 518 metri, si nasconde una immensa grotta circolare a cielo aperto. Al suo interno ecco lo stupendo spettacolo: un villaggio bellissimo, fatto di capanne in muratura che si addossano l’un l’altra. L’agglomerato nuragico era talmente grande che si possono distinguere due veri e propri quartieri ben distinti.

Per raggiungerlo si attraversa la valle di Lanaittu inoltrandosi in un mondo di calcare, di ginepri e di lecci, in cui è nata la secolare e silenziosa civiltà dei pastori-guerrieri.
In questi luoghi la vita scorre nascosta: l'acqua abbondantissima nei fiumi sotterranei, gli animali (le aquile reali e i mufloni) e gli uomini nei canyon, immersi in foreste secolari e nelle spelonche o in luoghi come l'incredibile rupe che si apre nel monte Tiscali, con le rovine del villaggio nuragico più spettacolare della Sardegna. Al villaggio si arriva, tenendo sempre la sinistra, ai piedi del monte Tiscali, che si erge come una gigantesca e minacciosa bastionata, interrotta a nord dalla voragine di Tiscali, chiamata "Curtigia de Tiscali", originata sicuramente da uno sconvolgimento tettonico che ha poi dato luogo all'omonima dolina, dividendo la montagna in due monconi. L'arrampicata fino al villaggio di Tiscali è uno dei percorsi preferiti dai turisti, anche perché è un occasione fantastica per fare una "full immersion" di natura incontaminata e paesaggi spettacolari.

Si percorrono i vecchi sentieri dei carbonai, ci s'inerpica per pendenze al limite del percorribile, poco prima di arrivare al villaggio si passa attraverso una fenditura nella roccia alta e profonda diversi metri ma larga poco più di uno, rendendo il passaggio angusto anche ad una sola persona. Nell’ enorme dolina che ha sprofondato la sommità arrotondata di un monte di calcare luccicante, che ricorda molto realisticamente un cratere vulcanico. All'interno di questo cratere ancora un'altro cedimento della roccia, stavolta sulla parete rivolta ad ovest, ha creato una spettacolare ed impressionante balconata che guarda la vallata sottostante.

Il villaggio si trova all'interno di una dolina di crollo, formatasi in seguito allo sprofondamento del soffitto di una grotta carsica. Un enorme frammento della volta si è conficcato verticalmente nel terreno assumendo l'aspetto di un Menhir. Qui gli antichi e gli indomiti abitatori, perseguitati dagli invasori, pensarono di costruire un nucleo di abitazioni, riparate da giganteschi soffitti di roccia per proteggersi anche dalle intemperie dei rigidi inverni del Supramonte. Per alcuni versi il villaggio di Tiscali ricorda gli insediamenti rupestri dell'America Latina o certi "pueblos" indiani, edificati entro i canyons. Infatti agglomerati costruiti sotto immense pareti di roccia possono ritrovarsi nel Colorado o nell'Arizona.
Così la dolina divenne un vasto riparo, sicuro e molto comodo, che consentiva di controllare l'esterno: circa 3000 anni fa lo abitarono antiche popolazioni sarde che vi edificarono un villaggio nuragico. Circa cinquanta capanne costruite pressappoco a semicerchio intorno a questo, in maggioranza circolari, ma anche rettangolari, sono divise in due quartieri e sono addossate alle pareti della dolina, esse sono in parte crollate, ma si possono notare ancora le fondamenta. Tutte le strutture attualmente visibili (del IX-VIII sec. a.C.) sono realizzate con pietre murate a secco; le capanne sono sia di forma circolare che rettangolare ed oggi sono fortemente degradate per i crolli e le azioni vandaliche. Gli architravi di tutte le costruzioni sono in legno di terebinto o ginepro e non in pietra, come accade invece normalmente nelle capanne nuragiche. Le due capanne circolari conservate meglio, all’epoca del Taramelli (famoso studioso ed archeologo), avevano un’altezza tra i 3 e i 4 metri, pareti spesse circa un metro e diametro interno di circa 3 metri. Originariamente la copertura dei vani doveva essere realizzata con travi lignee e/o frasche come nelle attuali pinnettas. Ancora in discreto stato una capanna (con diametro esterno di circa 5 metri) che conserva una nicchia, alcuni stipetti e l’originale architrave in legno di terebinto. Si presuppone che il villaggio sia nato sul finire della civiltà nuragica o durante il dominio dell’impero romano, data la posizione strategica che lo rendeva invisibile e imprendibile. Accessibile esclusivamente attraverso una sola via d’accesso: la diaclasi, una strettissima spaccatura nella roccia, unico collegamento esterno con il villaggio. Ci piace ancora oggi immaginare, con un sottile brivido, un gruppo di indomiti guerrieri sardi che difendevano strenuamente la loro indipendenza vietando quel passaggio agli invasori.
Queste sono le tracce più affascinanti lasciate dall'uomo nel Supramonte, legate a quell’epoca.

Il villaggio di Tiscali non rimase però segreto alle popolazioni che seguirono quelle nuragiche. Una conferma, questa, di come per millenni sia stato considerato un luogo ottimale nel quale vivere.
Il sito fu abitato fino all’epoca romana ed alto medioevale, anche se fu “riscoperto” casualmente solo verso la fine del XIX secolo.




Ecco una serie di foto dei luoghi.
Visitateli!
Mario Virdis






L'OLIO DI LENTISCHIO, UNO STRAORDINARIO ED ANTICO PRODOTTO ANCORA OGGI DI GRANDE ATTUALITA'.



ORISTANO 28 Settembre 2010
Cari amici,
ecco un'altro dei miei ricordi giovanili. Spero sia di Vostro gradimento.

L’olio di lentischio

Quand'ero ragazzo, erano i primi anni del dopoguerra, il riscaldamento come lo intendiamo oggi ( termosifoni, pompe di calore, etc. ), non c’era. L’unica fonte di calore era un grande camino che assolveva, sia al compito da dare un modesto tepore alla casa, che a quello di preparare una buona parte dei pasti. Salvo, infatti, alcuni piatti che richiedevano una cucina con un fuoco più lento e controllabile, come i sughi e le fritture, e che venivano cucinati nei fornelli in ghisa alimentati a carbone, ubicati per comodità nelle vicinanze del grande camino, tutto il resto veniva cucinato utilizzando la brace del grande fuoco della cucina, alimentato dalla legna che veniva raccolta in campagna durante il periodo asciutto.
Il problema maggiore, però, non era quello di cucinare i cibi, ma quello di trovare i cibi da cucinare!
Negli anni del dopoguerra la lenta ripresa economica faceva sì che i pochi prodotti circolanti costassero molto di più di quello che si poteva spendere per comprarli. Uno per tutti l’olio d’oliva. I pochi uliveti erano in mano alle famiglie benestanti e acquistare l’olio necessario era un sacrificio notevole. Le campagne circostanti erano ricoperte, invece, nella parte collinare, di abbondante macchia mediterranea dove il lentischio abbondava. Pianta modesta, umile, il lentischio ma dalle tante qualità nascoste, capace di dare alla povera economia di allora un grande contributo. Rivediamo, insieme, le caratteristiche di questa pianta.

Il lentischio, “Pistacia lentiscus”, è un arbusto sempreverde dall'intenso profumo resinoso e aromatico, tipico della macchia mediterranea, molto diffuso in Sardegna dalla pianura alle zone montuose Il lentischio è considerato una pianta miglioratrice del terreno in quanto lo rifornisce di sostanze organiche e ioni minerali che favoriscono la nascita di altre piante. Per questi motivi. la specie è importante dal punto di vista ecologico per il recupero e l'evoluzione di aree degradate. Il terriccio presente sotto i suoi cespugli è considerato un buon substrato per il giardinaggio Questa utilissima pianta ha foglie coriacee di un colore verde intenso, con fiori unisessuati e poco appariscenti , il frutto è una piccola drupa,che assume varie colorazioni durante la crescita, passando dal verdastro al rosso granato brillante, fino a diventare, a completa maturazione, rosso scuro. Da questi frutti si estrae un olio molto aromatico che un tempo, specialmente dalle classi più povere, veniva utilizzato a scopo alimentare.
Oggi c’è una spontanea rinascita dell’olio di lentischio ricco di Acidi Grassi Essenziali (acido oleico, linoleico e linolenico) anche se la produzione, però, è minima, tanto da farla definire di nicchia: vi assicuro che un'insalata di pomodori condita con delle gocce di olio è un'esperienza sensoriale notevole.
Le bacche del lentischio si raccolgono in autunno, lo stesso periodo della raccolta delle olive. Oggi, a differenza di ieri, si fanno bollire in acqua per mezz’ora, si scolano si mettono in un sacco di tela, si pressano per filtrare l’olio che poi viene brevemente sobbollito con qualche fico secco, per addolcirne il gusto pungente dei tannini. Una goccia, ma nel vero senso della parola, sui formaggi erborinati o a lunga stagionatura ne esalta il sapore dandogli una nota balsamica. Il suo uso non si limita a questi “sfizi” alimentari: le sue proprietà cosmetiche e medicamentose sono eccellenti: dalla cura del viso (ottimo per far seccare velocemente i brufoli e rinfrescare la pelle) ad eccellente prodotto antiodore ( in passato veniva largamente utilizzato, con il decotto di foglie, per rinfrescare le scarpe dall’intenso e forte odore di piedi), oltre che battericida e fungicida. Non solo l’olio e le foglie rivestivano e rivestono un’importanza notevole. Un’altra delle sue grandi proprietà è contenuta nel lattice che si ottiene incidendo la sua corteccia. Questo “latte”, questa resina lattescente e profumata, che lentamente fuoriesce dalla ferita, ha un grande potere cicatrizzante; si raccoglie in estate, si fa essiccare e si conserva dentro piccole scatole di legno, sempre di lentischio, che in passato si riponevano all’interno degli armadi, dove oltre che profumarli proteggevano anche la biancheria dalle tarme.
Nella mia famiglia questa utile pianta era considerata una panacea. Invariabilmente, sia che si trattasse di un livido, di un foruncolo, di un herpes, di un dolore reumatico, di pelle screpolata, di tosse e bronchite, la risposta era sempre quella: Ollu ‘e stincu! Questo è uno dei diversi nomi del lentischio nel dialetto sardo. Tutte le parti della pianta possono essere utilizzate: per il mal di gola e le gengiviti sciacqui con Filu ‘e ferru (acquavite), dopo avervi messo a macerare freschi e giovani rametti, per il sudore e contrastare l’odore forte dei piedi, rametti freschi dentro le calzature, per curare le piccole fissurazioni che compaiono sui pollici, olio di lentischio lavorato con il “lattice della corteccia”, applicato sui tagli (se lo applichi la notte al risveglio non senti più il dolore e il taglio è praticamente chiuso), oltre che per infinite applicazioni medicamentose di piccola gravità.
Torniamo all’introduzione di questa storia ed agli anni del dopoguerra che ho vissuto in prima persona. Erano anni difficili e la carenza sia di materie prime che dei mezzi per procurarsele, aguzzavano l’ingegno. La carenza di buon olio d’oliva ed il suo prezzo proibitivo avevano fatto scoprire ( o riscoprire ) l’uso alimentare dell’olio di lentischio. Il risultato fu che in tanti, per sopperire alle difficoltà economiche, iniziarono a raccogliere i preziosi semi della pianta che maturavano proprio nello stesso periodo di raccolta delle olive.
Il lavoro di raccolta era svolto principalmente dalle donne. Muovendosi a piedi, sin dalla mattina presto, gruppi di donne chiacchierando e facendosi compagnia a vicenda si portavano nelle campagne circostanti, munite di uno setaccio ( su sedazzu[i] ), e di un sacco per riporre il prodotto. Data la distanza dal paese la giornata lavorativa non prevedeva il ritorno a casa per il pranzo: una parvenza di frugale colazione, spesso costituita da un pezzo di pane, accompagnato da erbe selvatiche, era consumata nel breve momento del riposo, sedute sotto un albero. Il lavoro era impegnativo e si effettuava in due: una sfregava velocemente ma delicatamente le infruttescenze ( in dialetto andare a raccogliere questi frutti aveva un termine preciso: “andai a frigai”[ii]), l’altra, invece, muoveva, sapientemente e velocemente, sotto le mani della comare che faceva cadere le drupe, “ su sedazzu”, il recipiente prima menzionato, per raccogliere, senza farle cadere per terra, le piccole drupe che si staccavano dalla pianta.
La fatica maggiore consisteva nello stare inchinati o inginocchiati per terra per ore, data la modesta altezza degli arbusti di lentischio. Due donne esperte, però, erano in grado di raccogliere e portare a casa anche un quintale di prodotto in una giornata di lavoro!
Il prodotto raccolto veniva, con la collaborazione dei figli, ripulito dalle foglie e dai rametti caduti dalla pianta insieme alle drupe, usando i grandi recipienti di vimini, “is carrigus”, e gelosamente conservato per alcuni giorni, fino a completare la quantità necessaria, per essere avviate, per la spremitura, al frantoio. Tra le donne (le comari) era un grande orgoglio poter raccontare la quantità raccolta in una giornata particolarmente proficua! Una famiglia, se c’erano molti figli che collaboravano tutti alla raccolta, era in grado di raccogliere una quantità di prodotto sufficiente ai bisogni di olio per tutto l’anno.
La qualità dell’olio prodotto dipendeva dall’annata più o meno piovosa. Una buona annata regalava un prodotto a bassa acidità, di un bel colore giallo oro e con un profumo intenso. Le prime prove, “i test di qualità”, venivano effettuati dopo aver fatto riposare, per alcuni giorni, l’olio nuovo in damigiana. Sostanziale la differenza, il raffronto, con l’olio d’oliva: l’olio di lentischio conservava il forte aroma della pianta ed aveva una maggiore acidità; il sapore di quest’olio era più “forte”, asprigno, e non poche erano le ricette per “correggere”, diminuire, questa forte asperità. Una delle più comuni consisteva nel riscaldare l’olio nel tegame e friggerci, prima dell’utilizzo in cucina, una larga fetta di pane spalmata di aglio, che rendeva l’olio meno forte. La fetta di pane dorata, che aveva assorbito l’olio, avrebbe dovuto essere destinata agli animali da cortile, alle galline o miscelata al pastone del maiale. Difficilmente questo succedeva: nei dintorni della cucina c’erano sempre i ragazzi che catturavano all’istante la fetta di pane e la mangiavano in pochi secondi. Io non facevo certo eccezione: non appena mi accorgevo delle manovre per preparare il pranzo o la cena stazionavo nelle vicinanze, all’erta, fino all’uscita della fetta di pane dall’olio. Caldissima è fumante la soffiavo per raffreddarla e a lunghi morsi, nonostante il sottofondo asprigno, la mangiavo con avidità. Antipasto d’altri tempi! Altro che le merendine o gli snack odierni!
I tempi cambiano e tutto passa. Da questi bisogni al successivo benessere i tempi non sono stati lunghi. Oggi viviamo l’epoca dello spreco delle risorse, delle tonnellate di alimenti che finiscono nei cassonetti, mentre in tante altre parti del mondo si muore ancora terribilmente di fame. Purtroppo l’egoismo domina e l’altruismo è spesso un termine dimenticato.
Un’ultima considerazione. E’ la conoscenza, la ricerca, quella che il mondo dovrebbe maggiormente incentivare e portare avanti. Questo, purtroppo non avviene: in Italia la ricerca è cosi trascurata da essere relegata a Cenerentola, con percentuali irrisorie di investimenti.
Perché sostengo la necessità assoluta della ricerca? Perchè è proprio con essa che potranno nascere in futuro i presupposti per far lavorare i nostri giovani!
Tornando al fatto che ho raccontato, se allora si fosse saputo che l’olio di semi di lentischio era un raro e prezioso elemento, molto ricercato e richiesto dall’industria, in quanto olio di base per la preparazione di numerosi farmaci e prodotti di bellezza, certamente avrebbe avuto ben altra destinazione. Venduto ad alto prezzo avrebbe consentito di acquistare vari altri prodotti alimentari, regalando un tenore di vita certamente più elevato.
Ecco cosa vuol dire il sapere, la conoscenza!! Una cosa, però, è certa: spesso gli umili hanno parecchie doti, non poche qualità nascoste.
Vi porto un esempio che riguarda la nostra “Grande” Grazia Deledda.
Fortemente delusa anche dagli amici a Lei vicini, ma soprattutto addolorata dalle critiche, dopo la pubblicazione delle sue prime opere, che non apprezzavano le sue iniziali fatiche letterarie, cosi scrisse:
“…Sarò anch'io come il lentischio, che solo per gli umili che ne conoscono il segreto nasconde nelle sue radici la potenza del fuoco, e nel frutto selvatico l'olio per la lampada e per gli unguenti…".

Aveva pienamente ragione dimostrando al mondo intero con l’acquisizione del Premio Nobel che, come il lentischio, possedeva, dietro il suo "carattere umile", tante qualità nascoste.
Meditate, gente, meditate.

Mario

................................................(note)

[i] Su sedazzu, o su chibiru ( o chiliru) era lo strumento che in casa serviva per setacciare la farina e gli altri cereali. Lo strumento era di diverse tramature a seconda delle varie necessità. Per la raccolta dei semi di lentischio veniva usato il setaccio “grosso”, con le trame più larghe.
[ii] “Andai a frigai”, significava letteralmente andare “a sfregare” (con le mani), e quindi indicava l’azione di sfregamento, con successivo distacco delle drupe oleose dall’arbusto, che venivano raccolte e poi macinate.