domenica, febbraio 28, 2010

ESSERE O NON ESSERE......QUESTO E' IL PROBLEMA!


















Oristano 28 Febbraio 2010
Cari amici,

Spesso, a parole, siamo tutti buoni e altruisti. Ci riempiamo la bocca di ricette miracolose, capaci di togliere la fame ai tanti ( soprattutto bambini ), che nel mondo necessitano di tutto.
Noi, però, singolarmente, cosa facciamo ogni giorno per aggiungere il nostro aiuto, la nostra piccola goccia, capace insieme a tante altre di riempire quel grande serbatoio delle “ Buone azioni” , in grado di aiutare chi ha bisogno? Forse poco, forse niente: aspettiamo che lo facciano gli altri!

Questa piccola storiella potrebbe farci riflettere un po’.
Un sant'uomo ebbe un giorno da conversare con Dio e gli chiese: Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l' Inferno.
Dio condusse il sant'uomo verso due porte. Ne aprì una e gli permise di guardare all'interno.
C'era una grandissima tavola rotonda. Al centro della tavola si trovava un grandissimo recipiente contenente cibo dal profumo delizioso.
Il sant' uomo sentì l'acquolina in bocca. Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall'aspetto livido emalato. Avevano tutti l'aria affamata. Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia.Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po'; ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio non potevano accostare il cibo alla bocca.
Il sant'uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze. Dio disse: "Hai appena visto l'Inferno".
Dio e l'uomo si diressero verso la seconda porta. Dio l'aprì. La scena che l'uomo vide era identica alla precedente. C'era la grande tavola rotonda ed il recipiente che gli fece venirel'acquolina.
Le persone intorno alla tavola avevano anch'esse i cucchiai dai lunghimanici. Questa volta, però, erano ben nutrite, felici e conversavano tra di loro sorridendo.
Il sant'uomo disse a Dio: "Non capisco!" E' semplice, rispose Dio, essi hanno imparato a nutrirsi gli uni con gli altri! I primi, invece, non pensano che a loro stessi... Inferno e Paradiso sono uguali nella struttura...La differenza la portiamo dentro di noi!!!
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Questo racconto, attribuito al Mahatma Gandhi , rappresenta una realtà purtroppo terribile.
Sulla terra c'è abbastanza cibo per soddisfare i bisogni di tutti e non per soddisfare l'ingordigia di pochi. Sono le azioni che contano non le parole che spesso sprechiamo senza concretizzarne il contenuto. " I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni. Non guardare se gli altri fanno: fai tu per primo.
Sii tu ilcambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo ".
Sia il nostro un altruismo vero e non di facciata!

Grazie Mahatma Gandhi dei tuoi insegnamenti.
Mario

domenica, febbraio 21, 2010

SPLENDIDI LUOGHI D'INCONTRO: LA BASILICA DI S. PIETRO DI SORRES A BORUTTA.







ORISTANO 21 FEBBRAIO 2010
Cari amici,

Un IDIR davvero “storico” quello di ieri, organizzato dal Rotary Club di Thiesi, Bonorva, Pozzomaggiore a BORUTTA, nella Basilica di S.Pietro di Sorres.
Storico dal punto di vista dei luoghi ma anche per la incredibile riuscita: una partecipazione al di sopra di ogni più rosea previsione. Erano presenti quasi tutti i club della Sardegna (solo 2 assenti per giustificati motivi), compreso il “nuovo club, quello del “ Centro-Nord Sardegna”, ormai quasi arrivato al termine dell’iter procedurale. In totale oltre 150 i rotariani presenti, che affollavano una meravigliosa sala riunioni risalente all’XI secolo che regalava ai partecipanti un’atmosfera profonda e coinvolgente. Ad ornare le nude pareti, in alternanza bi-croma di calcare e basalto, 15 litografie di Aligi Sassu, rappresentanti una ” Via Crucis “ di particolare intensità.
Veramente azzeccata e la scelta del luogo da parte di Club organizzatore: è proprio vero, come ha sostenuto il Governatore Luciano Di Martino, che spesso i club numericamente piccoli annoverano al loro interno capacità e professionalità di alto spessore, alla pari di club ben più blasonati.
La basilica di cui parliamo ha una storia antica e di grande prestigio che vorrei, per chi poco la conosce, riepilogare almeno in sintesi.

La stupenda chiesa romanica di San Pietro di Sorres, situata nel comune di Borutta (Sassari), in capo ai monaci Benedittini Sublacensi, è stata edificata, nei secoli XI-XII, come cattedrale della scomparsa diocesi di Sorres. Questa, come altre diocesi e cattedrali della Sardegna, sorse come conseguenza della riforma della Chiesa, voluta dal papa benedettino Gregorio VII. Il legame con la sede romana del papato spiega il perché la chiesa sia stata dedicata a san Pietro.
Il colle (m. 570) su cui si erge l’edificio sacro, fu scelto, molto probabilmente, perché già nei secoli precedenti gli era stata riconosciuta una notevole importanza strategica. Non è un caso che dietro la chiesa, sia rimasta la base di un nuraghe trilobato, attorno al quale sono stati trovati reperti che fanno arguire la presenza militare dei vari conquistatori dell’Isola: Punici, Romani, Bizantini. La stessa ampiezza delle rovine dell’antico episcopio fanno supporre che di San Pietro di Sorres si sia voluto fare una Cattedrale fortificata.
Il territorio dell’antica diocesi corrispondeva alla zona geografica della Sardegna denominata Meilogu e comprendeva, tra le altre località, anche Monte Santo di Siligo dove, nel 1065, ci fu il primo insediamento dei Benedettini in Sardegna inviati da Monte Cassino.
I Vescovi più insigni della diocesi di Sorres furono monaci cistercensi. Tra essi va ricordato il Beato Goffredo da Meleduno che resse la diocesi dal 1171 al 1178. Egli, come gli altri monaci – vescovi, proveniva da Chiaravalle (Clairvaux), il celebre monastero di san Bernardo, dove si era fatto monaco ed aveva finito i suoi anni il Giudice Gonario di Torres.
La storia della diocesi di Sorres si legò a quella della Sardegna che dai Giudicati autonomi passò, dopo alterne vicende legate all’influenza ora di Genova ora di Pisa, sotto la dominazione aragonese. Fu dunque, anche la sua, una storia di progressivo declino.
Quando, nel 1503, il papa Giulio II unì definitivamente la diocesi di Sorres a quella di Sassari, già da tempo la villa di Sorres si era spopolata e il Vescovo aveva lasciato la sua residenza per stabilirsi a Borutta.
Nei secoli successivi, abbandonata a se stessa, la cattedrale divenne fienile e ricovero di animali; l’episcopio fu completamente distrutto e le sue pietre andarono ad abbellire le case dei paesi vicini.
Nel 1950 il complesso monumentale di Sorres fu affidato ai monaci Benedettini dell’Abbazia di San Giovanni Evangelista di Parma, che, restaurata la Chiesa, costruito l’attuale monastero su disegno del monaco ingegnere P.Agostino Lanzani, la sera del 7 settembre 1955 a San Pietro di Sorres, ripresero a praticare l’antica vita monastica benedettina.
Proprio in questo antico luogo i rotariani sardi hanno tenuto il loro incontro di formazione rotariana che ha affrontato i più importanti problemi attuali: alfabetizzazione, sanità e fame, risorse idriche. I lavori sono stati aperti dal Governatore Luciano Di Martino che nel saluto di benvenuto ha ringraziato la Presidente del Club, Rosanna Schirru, per la grande capacità organizzativa dimostrata. A seguire gli interventi del PDG Angelo Cherchi che ha illustrato la sempre maggiore necessità del Piano Direttivo di Club, di Vannina Mulas, che ha affrontato il problema dell’Alfabetizzazione, di Emanuele Angelucci che ha parlato di Sanità e fame e di Angelo Aru che, invece, ha parlato della drammatica carenza in tanti Paesi di risorse idriche adeguate. Infine l’altro argomento di basilare importanza per il futuro del Rotary: la crescita dell’effettivo. Salvatore Fozzi, Coordinatore della Commissione Distrettuale per l’Effettivo ha ribadito che, pur nella necessità di crescita e rinnovamento, tutto questo non possa avvenire che attraverso l’oculata scelta dei “nuovi rotariani”.
Qualità, soprattutto, prima della quantità. Solo così potremo evitare errori che potrebbero diventare, in futuro, fonte di problematiche difficili da gestire.
La vivace interazione con la sala, alla fine del dibattito, ha evidenziato quanto fossero interessanti gli argomenti trattati. Sono intervenuti, con la loro esperienza anche gli altri PDG presenti all’incontro: Franco Cabras, Lucio Artizzu e Giorgio Di Raimondo, oltre che Assistenti, Presidenti e soci dei vari club.
Dopo le considerazioni conclusive del Governatore, che ha esternato tutto il suo gradimento per l’intensa partecipazione, un piacevolissimo convivio ha ulteriormente rafforzato l’amicizia rotariana.
E’ cosi che il Rotary, che il prossimo 23 Febbraio si appresta a festeggiare i suoi primi 105 anni, potrà davvero affrontare con capacità, competenza e determinazione il suo futuro percorso.

Ecco alcune foto della bella manifestazione.

Mario Virdis

















ANTICHE E PREZIOSE TERME: IL COMPLESSO TERMALE DI FORDONGIANUS



















ORISTANO 21 FEBBRAIO 2010
Cari amici,
una recente conferenza al Rotary Club di Oristano, tenuta dall'amico Ing. Luigi Sanna, ha messo a fuoco la grande importanza che gli stabilimenti termali hanno avuto e continuano ad avere in Sardegna fin da epoca remota.

Credo che se sapessimo utilizzare meglio tali beni naturali di cui la mostra isola è dotata, forse, potremo anche trovare soluzioni ai nostri mali: disoccupazione e, sopratutto, evitare a tanti giovani preparati e capaci una triste emigrazione in cerca di lavoro.

Ecco, partendo dalla bella Conferenza dell'amico Gigi Sanna riscopriamo insieme la storia del meraviglioso complesso termale di Fordongianus.
La Storia.
Fu il geografo Tolomeo nel I secolo a.c. a citare per la prima volta il luogo ove sorgono le terme di Fordongianus con il nome di Acque Ypsitanae e dunque testimoniando la presenza delle sorgenti che hanno consentito alla località di acquisire una vasta popolarità già in epoca antica. Il nome mutò in Forum Traiani sotto il dominio dell’Imperatore Traiano che durò dal 98 al 117 d.c.; nel I secolo d.c., quindi, fu edificato un primo complesso termale, a forma di “N”, dominata da una grande piscina (natatio) attorno alla quale erano posizionate altre vasche secondarie. Alle spalle, nel III secolo d.c. fu edificato un secondo complesso, stavolta a forma di “S” adibito all’igiene e al benessere personale, con i classici frigidarium, tepidarium e calidarium e una scalinata che collegava i due complessi; i resti di entrambe le terme sono ancora evidenti e visitabili nell’area archeologica di Fordongianus e tra questi vi sono anche quelli del sistema di pozzi e cisterne adibite all’immagazzinamento delle acque così come la rete di piccoli canali che portavano l’acqua alle strutture. Le antiche terme, il cui utilizzo venne gradualmente abbandonato dopo il III secolo, furono scoperte dallo storico Giuseppe Manno nel 1825; tra il 1899 e il 1902 furono quindi effettuati i primi scavi, poi ripresi sistematicamente solo nel 1969 per iniziativa della Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Province di Cagliari e Oristano. Solo più recentemente, quindi, la tradizione termale della località è stata recuperata con la costruzione di un moderno stabilimento, parte del Centro Termale Sardegna.

Proprio su questo splendido angolo di Sardegna e sulle sue Terme ci ha piacevolmente intrattenuto, con una splendida conferenza, l’Ing. Luigi Sanna, che nel 1984 ebbe dalla Regione Autonoma della Sardegna l’incarico della progettazione esecutiva della ristrutturazione dell’esistente stabilimento termale, nell’ambito di un progetto di sviluppo del Territorio.
Con l’ausilio di splendide immagini l’ing. Sanna ha ripercorso un po’ la storia dei luoghi e del loro utilizzo. “…Le sorgenti termali di Fordongianus furono conosciute e sfruttate a scopi terapeutici fin dall’antichità, se è vero che in esse si devono riconoscere le “Υδατα Υψιτανα ” citate da Tolomeo nel secondo secolo avanti Cristo. In epoca romana venne costruito nelle sorgenti un grande stabilimento termale, fra le cui maestose rovine sgorgano oggi le acque calde…” Con queste parole è iniziata la parte storica della conferenza che è proseguita poi riepilogando le fonti e gli autori che hanno tramandato a noi gli antichi utilizzi. “…Diversi autori hanno lasciato descrizioni dei ruderi dello stabilimento , ma la più ampia e completa, basata sui risultati di una campagna di scavi appositamente condotta, è quella data nel 1903 dal Taramelli. ..”, continua l’ing. Sanna.

Il conferenziere è poi passato all’illustrazione degli odierni utilizzi delle fonti e della splendida struttura, moderna ed efficiente, che continua in chiave attuale ad utilizzare proficuamente le antiche acque.
L’attuale stabilimento, entrato in funzione nel 2005, coniuga, con criteri moderni razionalità e funzionalità, non disgiunte da un aspetto gradevole e ben inserito nel contesto ed in una realtà “particolare”, date le profonde radici storiche prima ricordate.
Tutti noi abbiamo potuto ammirare nelle immagini proiettate non solo gli splendidi resti del passato, che testimoniano ancora oggi la grande passione dei romani per le Terme, ma anche la funzionalità e la bellezza “moderna” delle nuove strutture.
Saloni colorati, ampi spazi aperti, pareti con tonalità morbide alternate ad altre accese, soffitti ondulati in doghe di legno, camerini per i fanghi e laboratori dotati della più moderna tecnologia, davano quella sensazione di moderno e funzionale insieme che accomuna le strutture e gli spazi del terzo millennio.

Credo che alla fine della Conferenza a non pochi di noi sia venuta voglia… di trascorrere qualche giorno nella splendida struttura con il moderno albergo annesso alle Terme, immergersi per qualche ora nelle calde acque termali, accompagnati, magari, da un rilassante idromassaggio.
La Sardegna ha tante belle risorse che, ben sfruttate, potrebbero sicuramente alleviare le non poche problematiche, economiche e di lavoro, che tolgono, ai giovani soprattutto, la serenità del futuro.



















domenica, febbraio 07, 2010

LO SPLENDIDO CARNEVALE ORISTANESE: LA SARTIGLIA.

















Oristano 7 Febbraio 2010

Febbraio per Oristano è soprattutto SARTIGLIA.



Anche quest’anno siamo giunti, ormai, ai fatidici giorni: Domenica 14 e Martedì 16 Febbraio: l’ultima Domenica del Carnevale ed il Martedì grasso, sono quelli da lungo tempo dedicati al grande torneo, a quella giostra, che ha il suo culmine con la grande corsa alla stella, corsa da secoli davanti alla Cattedrale di S. Maria.
Credo che pochi non sappiano cosa, in realtà, sia questa manifestazione che affonda le sue radici nei secoli. Quella di quest’anno è la 545^ edizione dell’antica Giostra.
Per gli amici che leggono il mio blog e che ancora non conoscono questo spettacolare ed antico rito, riepilogo, attingendo alle fonti dei miei tanti amici, le sue origini e la sua storia.

LA SARTIGLIA: STORIA e TRADIZIONE
(A cura di Stefano Castello e Maurizio Casu)

Ai giochi di addestramento militare a cavallo, che nell’Europa medievale avevano il fine ultimo nelle crociate, seguirono nel corso del XV e del XVI secolo i tornei equestri cavallereschi, grandi spettacoli equestri eseguiti in occasione di eventi importanti, offerti al popolo come intrattenimento. Sovrani, viceré, feudatari e corporazioni di mestiere offrivano al pubblico tali spettacoli in occasione di prese di possesso di cariche di re o vescovi, di nascite di eredi al trono o di particolari festività del calendario liturgico, coinvolgendo direttamente il ceto nobiliare e relegando il popolo al rango di spettatore.
Anche la Sartiglia di Oristano, che rientra nell’ambito più generale delle corse all’anello, così come è giunta sino ai nostri giorni, è da considerarsi come un pubblico spettacolo, organizzato allo scopo di intrattenere e divertire gli spettatori.
Ancora oggi in tutta Italia si contano numerose gare di abilità di cavalieri che tentano la sorte cercando di cogliere un anello con una lancia. I cortei storici, aperti dall’immancabile presenza di tamburini e trombettieri, precedono le prove di maestria di cavalieri che gareggiano in rappresentanza dei quartieri storici delle città. La più antica testimonianza della giostra all’anello è del 1371, a Narni, in provincia di Trani, dove ancora oggi si corre in occasione della festa di San Giovenale. La giostra all’anello è tramandata attualmente in tante città d’Italia e d’Europa. L’anello in genere è sospeso ad una funicella, talvolta è mantenuto da una sagoma di cavaliere o di animale. La prova ha come obiettivo quello di cogliere o colpire l’anello. In altre tipologie di giostre il bersaglio è rappresentato da una sagoma o buratto, che riproduce il cavaliere avversario contro il quale anticamente ci si scontrava in duello. La famosa corsa di Foligno prende il nome di Quintana dalla sagoma che regge l’anello. A Catanzaro, come a Sartiano, in provincia di Siena, la corsa prende il nome di giostra del Saracino, giacché la sagoma che regge l’anello da cogliere rappresenta un musulmano. L’anello assume la forma di una stella così come nella corsa oristanese, anche nelle manifestazioni che si corrono a Suriano sul Cimino, in provincia di Viterbo, e a Bagno a Ripoli in provincia di Firenze.
Sicuramente la Spagna è da sempre terra di elezione delle Sortijas. Il giorno dell’Epifania del 1461 a Jaen, in Andalusia, si corse una Sortija del tutto simile alla corsa oristanese. Cavalieri mascherati corsero con lo stocco all’anello al suono di trombe e tamburi. A Ciuttadella, nell’isola di Minorca, ancora oggi per i festeggiamenti della natività di San Giovanni Battista, si corre l’Ensortilla. Da alcuni anni la città di Oristano e quella minorchina, sono unite in gemellaggio per questa comune antica tradizione.
Dalla penisola iberica al Regno di Sardegna in età spagnola il passo è breve.
Nel 1556 a Sassari si corre all’anello per festeggiare l’ascesa al trono del re Filippo II di Spagna. A Iglesias la giostra nei primi anni del Seicento commemora il passaggio delle spoglie di Sant’Antioco e nel 1716 è la volta dei gremi che a Cagliari organizzano mascherate e giostre equestri per festeggiare la nascita del Principe delle Asturie.
L’attuale organizzazione della Sartiglia ad Oristano per opera dei gremi rimanda al XVI secolo, periodo in cui tali istituzioni operarono nella Oristano Città Regia, ma i frequenti rapporti dei regnanti arborensi con i signorotti dell’Italia dei comuni del XIII e del XIV secolo, non che i lunghi soggiorni dei nostri giudici nelle grandi città della Spagna in piena età medievale, inducono a supporre che i sovrani del giudicato d’Arborea conoscessero bene i giochi di esercitazione militare, e che nella capitale arborense, così come nelle grandi città dell’Europa del tempo, nobili e cavalieri si cimentassero con la spada e la lancia nelle prove di abilità e addestramento a cavallo.

Perché il torneo potesse essere partecipato da tutto il popolo era necessario comunicarlo nella maniera più diffusa possibile. Lo strumento comunicativo più importante dell’epoca era il Bando.

Il Bando.

Per lunghi secoli l’attività dei banditori aveva rappresentato una delle principali fonti di informazione di un’intera comunità. Tale formula di comunicazione e di avviso pubblico non mancava di segnalare eventi e cerimonie importanti quali potevano essere spettacoli ed avvenimenti celebrativi. È verosimile che sin dalle più antiche edizioni, anche la corsa della Sartiglia venisse annunciata da un araldo nelle principali piazze della città. Attualmente non si hanno documenti storici relativi a questa fase della giostra ma riteniamo altamente probabile questa forma di comunicazione e diffusione. Con questa certezza, ormai da alcuni decenni, ad opera della Pro Loco cittadina, risulta istituzionalizzata e quindi parte integrante della manifestazione, far precedere “ La Sartiglia” dal “Bando”. Ecco quindi la figura dell’araldo a cavallo che, con voce altisonante, annuncia al Popolo il torneo dando lettura del bando attraversando le più importanti strade cittadine. E’ questo uno dei primi atti che apre le giornate della Sartiglia.
L’avviso della corsa viene dato nella mattina della domenica di quinquagesima, e del martedì successivo, partendo dalla piazza Eleonora, la piazza prospiciente il Palazzo di Città. Il banditore, scortato da alfieri recanti le insegne della città e accompagnato da tamburini e trombettieri, percorre le strade del centro storico cittadino, raggiunge i borghi più vicini, e, soffermandosi nei principali crocevia, da lettura dell’annuncio dell’imminente corsa. Per provvedere all’utile e nobile divertimento dell’intera comunità, l’autorità cittadina invita cavalieri e pubblico, per correre ed assistere alla corsa, a recarsi presso “sa seu de Santa Maria” ovvero nel piazzale antistante la cattedrale della arcidiocesi arborense.
L’araldo rende note le volontà dell’autorità civica, l’orario d’inizio della gara e i premi riservati ai cavalieri vincitori che, secondo l’antica costumanza, dovranno cimentarsi nelle prove di abilità con la spada e la lancia, si comunica inoltre la disposizione affinché tutti i cavalieri partecipanti siano sottoposti al comando e all’ordine de “Su Mastru Componidori”, ovvero del capocorsa già nominato.

Ecco il testo del Bando letto dall’Araldo.

Su Bandu.
E si ettada unu bandu

Amadu Populu de Aristanis,

siat a tottus notoriu chi nos

Pro Gracia de Deo Angela Nonnis Sindigu de Aristanis,

Conti de Goceano, Bisconti di Basso,

volendo provvediri ass'utili e nobili

divertimentu de tottus sos fidelis

subdytos nostros e de totas

sasCuradorias de Sardynia

habemos deliberadu de faghere,

segundu s'antiga costumanza,

e pro tanto ordinamus

Si fazzat una laudabile giostra,

ovvero Sartillia,

tra donnos, donnicellos,

lieros e mannos homines.

Sa prova de ispada e de lanza, ovvero

de vara aragonesa s'hat a tenner oe

dominiga (martis) de carrasegare a denante

sa seu de Santa Maria nostra protettora,

et hat a esser prinzipiada a s'ora terza de

Nostro Signore, a cumandu e ordini de su

Mastru Componidore, dae nos destinadu

Ordinamus

chi su binchidore siat alloradu et S'appat

su premiu de manu de Nos Sindigu.

Sia custu a tottus notoriu.


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Il programma di quest'anno.

La 545° edizione della Sartiglia di Oristano 2010 avrà inizio domenica 14 Febbraio, con il seguente calendario:

Domenica 14 febbraio Gremio dei Contadini di San Giovanni

Ore 10,00 - Bando

Ore 12,00 - Vestizione

Ore 13,00 - Sfilata del Corteo

Ore 13,30 - Corsa alla stella

Ore 17,00 - Pariglie

Ore 19,00 - Svestizione


Lunedi 15 febbraio - Sa Sartigliedda ( riservata ai ragazzi che montano i cavallini della Giara )


Martedi 16 febbraioGremio dei Falegnami di San Giuseppe

Ore 10,00 – Bando

Ore 12,00 – Vestizione

Ore 13,00 - Sfilata del Corteo

Ore 13,30 - Corsa alla stella

Ore 17,00 – Pariglie

Ore 19,00 – Svestizione

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EVENTO STORICO QUEST’ANNO NELLA SARTIGLIA ORISTANESE.



PER LA PRIMA VOLTA PER IL GREMIO DEI FALEGNAMI, E PER LA SECONDA VOLTA NELLA STORIA DEL TORNEO CAVALLERESCO, IL CAPOCORSA SARA' UNA DONNA - IL MAJORALE MAURO LICHERI HA DESIGNATO ELISABETTA SECHI A COMPONIDORI DELLA SARTIGLIA DEI FALEGNAMI, CHE SI CORRERA' IL 16 FEBBRAIO.
CAPOCORSA DEL GREMIO DEI CONTADINI, DESIGNATO DAL MAJORALE SARA’ INVECE MAURO SECCI CHE GUIDERA’ LA CORSA DOMENICA 14 FEBBRAIO.


VEDIAMO ORA UN RIEPILOGO DELLO SVOLGIMENTO DELLO STORICO TORNEO.


LA CORSA ALLA STELLA
(A cura di Stefano Castello e Maurizio Casu)

Al termine della cerimonia della vestizione del Cumponidori, il corteo dei cavalieri guidato dal Cumponidori e preceduto dai trombettieri, dai tamburini e dal “gremio” che organizza la giostra della giornata, si dirige alla volta della via della Cattedrale di Santa Maria Assunta.
Nella storica strada, sede di numerosi edifici religiosi e trasformata dalla tribune e dalla sabbia sul percorso, la folla è in tripudio al passaggio del solenne corteo. È uno dei momenti più emozionanti della manifestazione. L’abbraccio della città e dei numerosi turisti provenienti da tutte le parti del mondo è forte. I curiosi che per la prima volta assistono ad un simile spettacolo sono rapiti, dall’imponenza dei cavalli, dall’eleganza dei cavalieri rivestiti degli antichi costumi della tradizione sarda e spagnola, dall’esplosione dei colori delle bardature, dal tripudio delle trombe e dall’incedere dei tamburi. Ma su tutto colpisce l’eleganza imponente e ieratica del Cumponidori, il re della corsa e della città che per un giorno attira su di sé le attenzioni e le aspirazioni di tutta una comunità.
Un triplice incrocio di spade tra il Cumponidori e il suo secondo dà inizio alla corsa. Il ritmo segnato dai tamburi rende solenne questa fase iniziale della giostra che si svolge proprio sotto il nastro verde che sostiene la luminosa stella di latta.
A partire da quel momento inizia la sfida. Il Cumponidori per primo tenterà la sorte cercando di cogliere al gran galoppo il bersaglio, poi sarà la volta dei suoi due aiutanti di campo. Successivamente potranno cimentarsi nell’impresa tutti i cavalieri cui il capo-corsa darà l’onore della spada. Infatti lui e solo lui potrà scegliere chi, tra tutti i cavalieri, potrà affrontare il percorso della Cattedrale, tentare di cogliere la stella e quindi con ardimento, affrontare la pericolosa curva di San Francesco. La felice impresa dell’uomo a cavallo che coglie il bersaglio è motivo di grande gioia per il cavaliere, per il “gremio” e per tutto il pubblico che accoglie con un boato la stella centrata. Il cavallerizzo abile e fortunato potrà rientrare sul percorso, godersi il tributo dei tamburini, dei trombettieri e il caloroso applauso della folla festante. A lui rimarrà in ricordo una piccola stella d’argento consegnatagli in premio.
I cavalieri che per sorte e straordinaria abilità riusciranno nell’impresa di cogliere un’altra stella nella seconda giornata di Sartiglia riceveranno in premio una piccola stella d’oro.
Quando il Cumponidori decide di avviarsi verso la conclusione della corsa, rientra sul percorso riportando le spade utilizzate e consegnate alla massima autorità del “gremio” riceve su stoccu, la lancia di legno. Solo a lui e ai suoi compagni di pariglia sarà concesso l’onore di affrontare nuovamente il percorso in cattedrale e tentare di cogliere l’agognata stella con lo stocco.
Ultimate tutte le discese alla stella, il Cumponidori si reca nuovamente sul sagrato della cattedrale, riconsegna la lancia di legno e riceve il suo scettro di mammole. È questo uno dei momenti più emozionanti e toccanti della corsa. I tamburini con un ritmo straordinario accompagnano il capo-corsa che, benedicendo continuamente la folla facendo dei segni di croce con lo scettro di fiori, si dirige verso la Piazza Manno, punto di partenza delle discese alla stella. Lo squillo di trombe e il rullo dei tamburi annuncia sa remada, il coraggioso atto compiuto dal Cumponidori che chiude ufficialmente la corsa alla stella riverso sul cavallo, affrontando a gran galoppo il percorso salutando e benedicendo il “gremio” e tutti i presenti. La galoppata termina nel piazzale dove sostano tutti i cavalieri che con grida di giubilo e applausi salutano l’estremo atto compiuto dal capo della corsa. Da quel momento si ricompone il corteo dei cavalieri che ripercorrendo la via duomo e passando dal corso e dalla piazza Roma, si dirige verso la via Mazzini, teatro dove si svolgeranno le evoluzioni a pariglia.

Ormai la giornata si avvia alla conclusione. Le prime ombre della sera calano su una Città vociante e allegra. In relazione al numero delle stelle colte, segno se numerose di buona annata, si fanno pronostici e progetti di speranza.
Le spettacolari esibizioni dei cavalieri nella Via Mazzini chiudono la giornata e danno al popolo quella gioia che solo un carnevale antico e fiero come questo è capace di dare.

Ecco alcune foto simbolo della bella ed storica Sartiglia di Oristano.

- A presto! e…grazie dell’attenzione.

Mario



















sabato, gennaio 23, 2010

LA CIONFRA, UN MODO TUTTO SASSARESE DI DIVERTIRSI CON IRONIA.







ORISTANO 23 GENNAIO 2010
Sassari è terra di personaggi illustri. Lo è sempre stata. Anche il modo di osservare il mondo, per i sassaresi, è molto diverso da quello degli abitanti delle altre parti dell'Isola, sopratutto da quelli del Campidano di Cagliari.

Questo modo comportamentale, detto comunemente " Sassareseria" è costituito da diversi ingredienti ma certamente il più importante è quello dell'ironia. Ironia particolare, ironia pungente e graffiante, capace di togliere il fiato e colpire personaggi di ogni classe sociale dal Primo Cittadino al Carrettiere.

Questo modo divertente di prendersi in giro ha, in sassarese, un termine preciso e particolare, difficilmente traducibile, se non con grande dispendio di parole: " LA CIONFRA ".

Ieri sera nel Rotary Club di Oristano, un nostro socio, Past President e " sassarese Doc, il Dr. Uccio Pagliazzo, ci ha tenuto una bella conferenza che è servita a far conoscere e comprendere questo modo ironico e graffiante di vedere il mondo da parte dei sassaresi, a chi sassarese non è.

Ci siamo divertiti molto, tutti, anche quando " La Cionfra", toccava argomenti non facilmente aggredibili e tangibili, come la religione. La Cionfra, in effetti non ha argomenti tabù!

Per chi poco conosce i sassaresi e la loro indole giocosa e satirica cercherò di spiegare, alla buona, cosa si nasconde, veramente, dietro il termine “ Cionfra ”.

Il termine in dialetto sassarese “ Cionfra”, indica un modo di essere, un modo di fare satira e di guardare il mondo con occhi irridenti, irriverenti e pungenti: presa in giro, quindi, di genuina sassareseria, espressa nella maniera più congeniale, quella della satira irriverente verso tutto e verso tutti.
Nel dopoguerra, negli anni dal 1958 al 1964, per circa sette anni, si diffuse a Sassari un ricercato giornale dal titolo “ La Cionfra “; la rivista, ideata e fondata da Mario Grindi, ebbe un successo straordinario.L’anno scorso, a distanza di 50 anni da quando uscì il primo numero de “La Cionfra”, con il sostegno dell’Amministrazione comunale di Sassari, è stato edito un libro che, con lo stesso titolo del giornale satirico del passato, rievoca e consente di rivivere quelli che furono sette ricchissimi anni di satira genuina e dissacrante.

Scrive Tino Grindi, curatore della pubblicazione e figlio di quel Mario Grindi autore di quel pungente giornale, che “… Niente ha rappresentato meglio lo spirito “cionfraiolo” dei sassaresi quanto questo giornale che ha caratterizzato profondamente un’epoca della nostra città. La rivista, oggi prezioso libro di ricordi, ci riporta a quei momenti in cui Sassari si ritrovava a leggere e parlare di sé e dei suoi “personaggi” più o meno veri e realistici. Erano certamente quegli anni del dopoguerra molto diversi da quelli di oggi, ma lo spirito cionfraiolo di ieri è rimasto intatto. Oggi come ieri si commentava e si commenta, per parecchio tempo, sui protagonisti di turno presi di mira da vignette e articoli caratterizzati da una satira pungente e innovativa. Questo giornale era uno specchio della città, un modo per non prendersi troppo sul serio e sentirsi partecipi di tutto quanto accadeva a Sassari: dalle “stanze del potere” alle vie della città, dai politici presi di mira ai sassaresi colti nel loro quotidiano. Fa un certo effetto, oggi, risfogliare le pagine di 50 anni fa, leggere le pubblicità degli esercizi commerciali (alcuni dei quali ancora in attività), cogliere le sfumature e i dettagli di una Sassari passata ma non così tanto diversa da oggi: è come avere la possibilità, almeno per un attimo, di riaffacciarci sul passato e respirare quell’aria frizzante di umorismo che ha caratterizzato Sassari in quegli anni…”.

Ebbene ieri, il nostro socio Uccio Pagliazzo è riuscito a far sorridere anche chi sassarese non è, e, soprattutto, poco conosce la loro sottile e marcata ironia. Ironia cionfraiola che ha contagiato a continua a contagiare tutti i sassaresi, a partire dal nostro Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga.
La brillante chiacchierata di Uccio ha riepilogato alcuni fatti della Sassari del passato, visti proprio in chiave satirica, tutta sassarese. L’uditorio ha ascoltato con attenzione ed interesse, anche le ironiche “pizzicate” tra Uccio ed il nostro Presidente Luciano, accomunati dalla stessa identica sassareseria. Grazie Uccio: credo che dopo questa Tua chiacchierata anche noi, che sassaresi non siamo, siamo riusciti a cogliere meglio e conoscere più da vicino la Vostra ironia.

Ecco alcune foto della bella serata!

Mario

venerdì, dicembre 18, 2009

BUON ANNO 2010 !!












FELICE ANNO 2010 ! !

MARIO, GIOVANNA E SANTINO VIRDIS

porgono a tutti gli amici i migliori auguri di

BUONE FESTE ! ! !

lunedì, dicembre 07, 2009

La prima donna Presidente del Rotary Club di Oristano: Maura Falchi guiderà il Club nell’anno Rotariano 2011.12.



Cari amici,
l'altra sera si sono svolte le votazioni nel mio Club ( il Rotary Club di Oristano ) per eleggere il nuovo Consiglio Direttivo per il prossimo anno e designare il successivo Presidente che guiderà il Club nell'anno 2011.2012.
Non Vi nascondo che avevo un grande desiderio: far eleggere, come Presidente, una donna. E' da un pezzo che non pochi Club hanno sperimentato felicemente questo cambiamento e volevo che anche il nostro arrivasse a questo risultato. Oggi anche noi ci siamo riusciti, evviva!

Il mio pensiero dopo l'elezione è ritornato indietro, a qualche anno fa , quando dopo aver superato le ultime resistenze di quei rotariani che continuavano a vedere il Rotary come Associazione solo al maschile, anche il nostro Club riuscì a cooptare come socie le prime esponenti del gentil sesso. Era il coronamento di un lungo percorso ed il Governatore di quell'’anno, Giorgio di Raimondo, volle essere presente all’evento.
Scrissi allora, era il 2006, sulla rivista del nostro Distretto un articolo dal titolo “ Le prime rotariane del Giudicato d’Arborea”, ripercorrendo i sentieri storici del nostro Territorio, che in passato ebbe fulgidi esempi di donne alla guida della Comunità, a partire da Eleonora d’Arborea.
Ebbene oggi con grande gioia posso affermare che il nostro Club, continuando il suo percorso al passo coi tempi, ha non solo superato le remore del passato, accettando una necessaria ed indifferibile parità, ma ha deciso con grande unità d’intenti di affidare la guida del Club ad una socia: Maura Falchi. L'elezione di Maura è stata quasi plebiscitaria: non una semplice votazione a maggioranza, come spesso avviene nelle votazioni ordinarie, ma praticamente all’unanimità, avendo ottenuto la quasi totalità dei voti.
Maura se li merita tutti questi consensi. Non solo per la sua capacità professionale ma, soprattutto, perché ha sempre conosciuto ed amato il Rotary fin da piccola, avendo avuto il padre socio fondatore del nostro Club, dove ha rivestito non pochi incarichi tra cui quello di Presidente.
Sono convinto che guiderà il nostro Club con mano forte e capace, in un anno, tra l’altro particolare per il nostro Distretto che per la prima volta avrà come Governatore una donna: Daniela Tranquilli.
Sarà un sodalizio certamente fruttuoso per il Club ed il Distretto, dove sia Maura che Daniela daranno prova delle Loro grandi capacità, maturate in anni di impegno e dedizione alla nostra Associazione. Anche Daniela ha conosciuto il Rotary in famiglia fin da piccola: Suo padre Antonio, molti rotariani lo ricorderanno, è stato un indimenticato Governatore del nostro Distretto.
Auguri a Maura e Daniela! Il Rotary avrà tanto bisogno del Vostro impegno.



domenica, dicembre 06, 2009

L'ADDIO AD UN GRANDE AMICO: GIOVANNI PUSCEDDU.


GIOVANNI PUSCEDDU: UOMO DI CULTURA, POLITICO ILLUMINATO, SAGGIO AMMINISTRATORE, IN SINTESI UN VERO ROTARIANO.

E’ andato via in silenzio, come era sua abitudine. Non era amante dei riflettori, delle luci della ribalta, ma amava immensamente la sua terra, la Sardegna, ed in particolare il suo Territorio, la Marmilla, terra povera e trascurata. L’essere mite non gli ha impedito di combattere una lunga battaglia per il riscatto di una delle zone più povere dell’Isola. Sindaco di Villanovaforru per oltre trent’anni ha trasformato un territorio dimenticato in un’oasi culturale, turistica e ricettiva mai prima sognata. Inventore del Consorzio “ Sa Corona Arrubia” ne è stato alla sua guida per circa 25 anni, vincendo una scommessa che a molti sembrava impossibile. Ora, a 81 anni, ha perduto l’ultima battaglia, quella con la morte, che lo ha portato via in un grigio pomeriggio di Dicembre. Si è spento nella sua casa di Sanluri tra le braccia dell’adorata moglie Angela, lasciando in tutti noi un gran vuoto.
Io l’ho conosciuto personalmente nel 2000 quando ero presidente del Rotary Club di Oristano. In quell’anno era obiettivo del nostro Club costituirne uno nuovo nel Medio Campidano, che garantisse continuità tra i Club del Cagliaritano e quelli del Centro Sardegna, a partire da quello di Oristano. Giovanni conosceva già il Rotary in quanto era già socio onorario del Club di Cagliari. Proprio per la sua conoscenza dell’Associazione andai a trovarlo con l’amico Vincenzo Falqui-Cao, rotariano del mio club, che aveva l’incarico di Rappresentante speciale del Governatore del Distretto, Antonio Lico, per l’avvio e la costituzione del nuovo Club. Pur oberato da non pochi impegni non ci fu difficile convincerlo ad accettare l’ipotesi della Presidenza del nascente Rotary Club di Sanluri Medio Campidano. Il club nacque sotto i migliori auspici ed oggi è sicuramente uno dei nuovi club più attivi e vivaci del nostro Distretto. Anche di questo fatto andava molto orgoglioso: il suo territorio, che aveva conosciuto negletto e dimenticato, stava recuperando terreno, allineandosi ai territori ben più sviluppati e curati, e la costituzione di un Rotary Club ne era ulteriore conferma.
Diventammo amici. Amicizia non formale, apparente, ma solida, concreta, reale. Il suo sorriso, anche di fronte alle difficoltà, era di una semplicità disarmante: sapeva, col magnetismo dei suoi occhi, dominare, convincere, invogliare; sapeva trovare sempre la soluzione appropriata. La notizia della sua morte lascia in me, ma credo in tutti quelli che lo hanno conosciuto ed amato, un vuoto incolmabile. Il suo ricordo resterà, però, sempre vivo in me ed il suo sorriso continuerà ad illuminare i miei momenti bui, quei momenti quando sembra che tutto sia perduto, che non vi sia soluzione al problema.
Grazie caro Giovanni della Tua splendida amicizia. Ad Angela che oggi piange la Tua assenza dico solo una cosa: sii serena, sei stata molto fortunata ad essere la compagna di un uomo che nessuno dimenticherà mai. La luce del suo sorriso riscalderà sempre il Tuo ed i nostri cuori; le sue opere, tutto quello che ci ha insegnato, continueranno a vivere per sempre.

Mario
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L’Unione Sarda riporta oggi (6 Dicembre 2009) nella pagina della Cultura un bell’articolo di Antonio Pintori che riepiloga la bella ed avvincente avventura di Giovanni Pusceddu.
Ecco il testo completo.

Il Patriarca della Marmilla
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Giovanni Pusceddu: addio a un pioniere del turismo culturale.

Ieri pomeriggio la Marmilla ha perso il suo padre della cultura, Giovanni Pusceddu. Sindaco di Villanovaforru per trent’anni e per ventitré presidente del Consorzio turistico Sa Corona Arrubia, è stato il pioniere del turismo culturale nelle zone interne. Si è spento alle 18, nella casa di Sanluri dove viveva con la moglie Angela. Aveva 81 anni.
Nell’ultimo periodo i problemi respiratori che si trascinava da tempo si erano fatti più seri. Alla fine lo hanno portato via dalla sua Marmilla, terra per la quale aveva investito una vita. Negli ultimi mesi non lo si vedeva più in giro. Ma le tracce della sua opera sono sotto gli occhi di tutti nel territorio dei nuraghi e delle Giare. Il museo di Sa Corona Arrubia, quello dei record con i dinosauri, egizi e adesso con i mammut. Ma anche un sistema viario che unisce siti archeologici e una rete di altri musei. Per ultimo, l’attenzione di imprenditori irlandesi sulle brulle colline per un progetto di 580 milioni di euro legato al golf che non trascurerà la valorizzazione dei beni culturali.
Tutto questo e molto di più è stato Giovanni Pusceddu. Per anni insegnante elementare e corrispondente de L’Unione Sarda, ha poi messo la sua esperienza e professionalità a servizio del suo paese e del Territorio. Nel 1975 è diventato sindaco di Villanovaforru per la prima volta. E ha voluto rendere fruibile il villaggio nuragico di Genna Maria. Da quegli scavi è partito il risveglio culturale della Marmilla. Poi il museo con lo stesso nome del sito, inaugurato nel 1982, il primo in un piccolo paese dell’interno. Quello stesso anno è nato il Consorzio, primo esempio nell’Isola di associazionismo fra Comuni. Allora erano quattro: Villanovaforru, Collinas, Lunamatrona e Siddi. Oggi sono diventati venti.
E nei suoi 25 anni alla guida de Sa Corona Arrubia, Pusceddu di scommesse ne ha vinte altre, sempre con il fine di sviluppare il turismo culturale. La prima mostra nel museo del Territorio nel 2001 con i Dinosauri e 150 mila biglietti staccati ha fatto subito il botto. Poi sono arrivati i pittori spagnoli, Leonardo, gli Egizi, i Precolombiani, gli Etruschi e i Mammut. Il papà il suo Consorzio lo ha lasciato nel 2005, cosi come il suo Comune.
Un amministratore capace di affrontare momenti difficili con la stessa determinazione e voglia con le quali con gli altri Sindaci metteva in campo tanti progetti. Uno per tutti l’ippoterapia per disabili che ha regalato il sorriso sui cavalli a tanti ragazzi. Ha saputo alzare la voce quando Sa Corona Arrubia veniva trascurata dalla Regione ma anche quando il Territorio veniva penalizzato nel servizi.
“ Faceva tutto con lo stesso entusiasmo di un bambino”, ha detto Giovanni Battista Orrù, ex Sindaco di Lunamatrona, al fianco di Giovanni dal 1982, “ il territorio ha perso il suo Patriarca, un esploratore d’altri tempi”. “Ancora ricordo quando ci convinse ad andare a Genova per vedere la mostra dei dinosauri promettendoci una cabina di prima classe sulla Tirrenia”, ha aggiunto l’attuale presidente de Sa Corona Arrubia Alessandro Merici. “ Un grande, sono onorata di aver partecipato al suo progetto”, ha concluso Teresa Guerriero, segretaria del Consorzio. Oggi la Marmilla piange Giovanni Pusceddu, ma soprattutto lo ringrazia.

Antonio Pintori.












giovedì, dicembre 03, 2009

I MIEI PRIMI GIORNI DI SCUOLA ( Il mio primo Maestro )


















Oristano 3 Dicembre 2009

Cari amici,
quella che riporto è una storia vera.

E' la storia della mia prima esperienza scolastica, quella delle elementari che ho frequentato al mio paese natio: Bauladu.

Fa parte delle "mie memorie", una sequenza di flash, relativi agli anni giovanili, che sto portando avanti da qualche tempo. Spero di completare questo mio lavoro facendone un piccolo libro.

Ecco in anteprima questo primo racconto.

Buona lettura.

Su Maistu Pisu
( Il Maestro Pisu,il mio primo maestro)

Nell’anno scolastico 1950/51 andai per la prima volta a scuola.
Non vi erano allora scuole materne, asili nido o strutture di tal genere per le famiglie. La scuola iniziava con le elementari e, ovviamente, c’era il maestro unico. Oggi si parla tanto e si critica il ritorno a questa forma didattica, ma io credo, invece, che nei primi anni il bambino all’inizio del percorso formativo debba avere un punto di riferimento fisso, un unico gestore del suo “computer” che si appresta a ricevere i primi programmi, le prime tecniche per acquisire il sapere.
Il passaggio dal mondo infantile, quello dei giochi e della mancanza di impegno, a quello delle prime responsabilità dei primi impegni programmati, credo debba avvenire attraverso una figura unica, forte, carismatica. Penso che la presenza di più figure di riferimento non faccia altro che aumentare le difficoltà del passaggio dall’età infantile all’età scolare. Questa, però, è solo la mia opinione. Torniamo, dunque, alla mia prima esperienza scolastica.
L’edificio che ospitava la scuola era, come del resto tutti gli edifici pubblici dell’epoca, formato da larghi corridoi, aule grandi con i soffitti alti ( le classi erano numerose con oltre 30 alunni), grandi finestre, muri imbiancati a calce e pavimenti in marmette di graniglia. In ogni aula una grande cattedra, su un piedistallo ben rialzato, troneggiava di fronte alle due file dei banchi (una fila per i maschi e l’altra per le femmine), con a destra una grande carta geografica ed a sinistra una lavagna incorniciata in legno, un po’ staccata dal muro e collocata su un supporto in parte girevole. Una piccola mensola raccoglieva i gessetti bianchi ed il cancellino di feltro.
Le famiglie preparavano con impegno i bambini per il primo giorno di scuola. D’obbligo il grembiule nero con il colletto bianco, l’abbecedario e la penna con i pennini. Il calamaio in vetro contenente l’inchiostro era già predisposto, incassato nel banco di legno.
Il primo giorno di scuola era una festa. Tutti ripuliti, pettinati, trasformati dal grembiule nero e colletto bianco in tanti piccoli pinguini vocianti. Nel corridoio il bidello, con aria severa, sorvegliava che tutti si avviassero in silenzio ed in fila alle rispettive aule. Le due lunghe file di banchi in legno, a due posti ciascuno, attendevano l’arrivo dei nuovi occupanti. Il vociare ininterrotto e le prime schermaglie sull’occupazione dei posti si interrompevano all’improvviso all’arrivo del maestro: tutti in piedi, allineati nei banchi, per l’obbligatorio saluto in coro “buongiorno signor maestro”.
Ci si metteva a sedere, allora, solo dopo aver ricevuto l’invito dell’insegnante. Le classiche due bancate, come dicevo prima, avevano uno scopo ben preciso: dividere, come in Chiesa, i bambini in due gruppi: a destra le femmine ed a sinistra i maschi.
Io iniziai la mia carriera scolastica con il maestro Ilario Pisu. Costui era già un uomo di una certa età. Sposato con un’ insegnante, signora Stefanina, aveva tre o quattro figli tutti un po’ più grandi di me. Era un uomo apparentemente burbero, poco incline alla risata, che pretendeva da tutti obbedienza e rispetto. A scuola lo sapevamo bene che ridere e scherzare sarebbe stato alquanto temerario! Per me, poi, vi era un’ulteriore penalizzazione: la casa del maestro Pisu e quella della mia famiglia avevano i cortili confinanti. La sera, spesso, mio padre e lui dialogavano mentre si occupavano entrambi dell’orto. Sarebbe stato impossibile per me comportarmi male a scuola senza che i miei genitori lo sapessero immediatamente!
Non nego di aver avuto sempre un carattere esuberante. Per me rimanere fermo per lungo tempo sul banco è sempre stata una grande tortura. Questa mia iper-attività era mal digerita dal maestro. Egli cercò in tutti i modi di smorzare, annullare, questo mio comportamento per lui anomalo. Provò a cambiarmi di posto portandomi ai primi banchi. Avendo ottenuto scarsi risultati mi costrinse a sedermi al primo banco, proprio di fronte a Lui, convinto di riuscire nell’impresa. La riuscita, però, fu solo parziale e temporanea: i richiami erano una costante ed il risultato sempre scarso. Fece allora un ultimo tentativo: mise a fianco a me, sempre al primo banco, una bambina. Questo fatto, allora del tutto inusuale, fu da lui concepito nella convinzione che questo artifizio potesse riuscire a moderare la mia elettricità. Fu tutto inutile. Restai al primo banco e lui si rassegnò ad accettarmi com’ero.
Un altro mio difetto infastidiva non poco il maestro Pisu: il fatto che io fossi mancino. Non bastava il fatto che ero esuberante! In quei tempi, contrariamente alla logica di oggi, il mancino era un “diverso”, uno che doveva essere corretto e portato alla “normalità” degli altri. Ero l’unico mancino della classe e lui provò in tutti i modi a porvi rimedio. Anche i programmi scolastici erano ben diversi da quelli di oggi. Nei primi due anni si imparava a scrivere facendo una sequenza infinita di segni uguali ( le aste di varia lunghezza e inclinazione ) per passare, poi, negli anni successivi alle materie come storia geografia, aritmetica e cosi via. La teoria degli insiemi era ancora da venire! Lunghe file di aste allineate nelle pagine di lugubri quaderni con la copertina nera ed il bordo rosso erano un po’ l’incubo degli scolari di allora.
Nei giorni dedicati al dettato quando il maestro chiedeva di prendere la penna, allora un lungo bastoncino di legno con il supporto per infilarvi uno dei pennini in dotazione, e iniziare a ricopiare le “aste” da lui disegnate alla lavagna, iniziava per me un vero e proprio tormento. La mano pronta a scattare per prendere la penna, infilare il pennino ed intingerla nell’inchiostro, non era per me la destra, quella che tutti gli altri usavano, ma la mano sinistra.
Durante questi preparativi che precedevano lo svolgimento degli esercizi il maestro passeggiava lentamente tra le due bancate, osservando minuziosamente ciascuno di noi. Lasciando la cattedra portava sempre con se una lunga bacchetta. Lo strumento, ausilio del maestro per spiegare, evidenziare i diversi punti nella carta geografica o indicare quanto scritto alla lavagna era un semplice ramo di olivo o lentischio, ripulito e levigato, abbastanza robusto ma flessibile; oltre che per gli scopi prima ricordati era atto anche ( allora si poteva…) a richiamare, in maniera forte, gli allievi poco attenti alle lezioni. Questa bacchetta io la conoscevo bene: era diventata la mia ossessione.
Come ho detto prima, essendo seduto al primo banco, molto vicino quindi alla portata della sua “arma letale”, gli era facile ricordarmi, con questo strumento, come dovevo comportarmi. Torniamo al dettato.
Al suo comando di prendere il quaderno e la penna, la mia mano sinistra, prima a muoversi per cercare la penna, incontrava inesorabilmente la sua bacchetta che, con colpo secco, piombava sul dorso della mano o sulle dita, costringendomi a fare velocemente marcia indietro. Con grande fatica mentale costringevo, allora, la mano destra a prendere la penna, intingerla con difficoltà nel calamaio ed iniziare, poi, la lunga e difficile serie di aste sul quaderno. Le frequenti macchie d’inchiostro tra un’asta e l’altra dimostravano, se mai ce ne fosse stato bisogno, le difficoltà che trovavo a cambiare abitudini. Sul mio essere mancino e sulla necessità di essere corretto, non mollò mai; sulla mia esuberanza, a malincuore, si rassegnò a sopportarmi, considerato anche che seguivo con grande facilità ed apprendevo molto velocemente.
Imparai faticosamente e malvolentieri a scrivere con la mano destra. Credo che la mia pessima grafia, che non sono mai riuscito a migliorare, sia frutto di questa costrizione, del mio perenne rifiuto mentale a scrivere con “l’altra mano”. Ancora oggi, a parte l’uso della penna con la mano destra, per tutte le altre necessità, continuo ad usare la mano sinistra, compreso l’utilizzo “mancino” delle posate a tavola.
Pur non condividendo i metodi didattici applicati ho avuto nei confronti del mio primo maestro, un concetto molto positivo. Non esagero se dico francamente che per me fu un grande maestro di vita. Fu lui, per primo, a capire che, nonostante la mia esuberanza, ero portato per gli studi. Apprezzando le mie capacità si era fatto la convinzione che io dovessi continuare gli studi e non fermarmi alla licenza elementare. Sarei dovuto andare, secondo lui, prima alla Scuola Media e poi alle Superiori e diplomarmi, nonostante le dichiarate difficoltà economiche della mia famiglia. Le sue quotidiane chiacchierate con mio padre, la sera, mentre ciascuno seguiva il suo orto ( i nostri cortili, come dicevo prima erano confinanti ), ottennero il risultato di convincer i miei a fare qualsiasi sforzo, qualsiasi sacrificio perché sia io che mio fratello continuassimo gli studi. E fu cosi. Arrivammo entrambi, al diploma, con un’ottima votazione.
Conservo gelosamente il libro ( allora i libri erano davvero preziosi) che volle regalarmi alla chiusura del quinto anno, al termine delle scuole elementari. Il libro ha una sua dedica che, oltre alla lode per il mio impegno, contiene un forte invito a continuare con impegno nello studio, a non rassegnarmi a vivere nell’ignoranza, che costringe poi nella vita a fare i lavori più umili; era un invito a stringere i denti e lottare per raggiungere posizioni e traguardi più alti ed appaganti.

Non dimenticherò mai il suo sguardo burbero e severo, ma fondamentalmente buono, che mi ha accompagnato per tutti i cinque anni delle Elementari. Ho ancora impressa nella mente la sua imprecazione urlata con la quale in aula, con voce alterata, ci ordinava il silenzio e ci calmava: “ Basta, Porca boia”! Era cosi efficace che riusciva a zittirci tutti in un solo istante.
Chissà poi perché il boia, nel suo sfogo urlato, era femmina e non maschio!

Mario Virdis












sabato, novembre 21, 2009

GLI STRANI GENI MODERNI DELLE LAMPADE ( QUELLA DI ALADINO E' SOLO UN RICORDO...)!





Oristano 21 Novembre 2009

Percorrere i sentieri della rete è sempre stato per me un modo per rilassarmi ed allo stesso tempo soddisfare la mia inestinguibile curiosità.

Oggi mi sono imbattuto in una bellissima riflessione di Michela Murgia, sarda, appassionata, innamorata da sempre della Sua terra, la Sardegna.

La riflessione di Michela è riferita ad un luogo antico e sempre bellissimo: San Salvatore del Sinis. Un luogo che conosco bene, che adoro e che mi consente di fermarmi a pensare, riflettere.

Non aggiungo nulla alle Sue riflessioni. Grazie Michela!
Il Suo sito è sempre molto interessante ( http://www.michelamurgia.com/ ) e lo consiglio a tutti gli amici.
Ecco il "pezzo" di Michela.


Geni della lampada (ho visto la luce a San Salvatore)

di Michela Murgia.

(Attenzione: contiene specifiche riflessioni sulla luce, ombelicalismi sullo spirito dei luoghi dove sono nata e rabbia per l'incapacità dichiarata di troppi sardi di passare sulla loro terra leggeri).
C'è un posto vicino a casa mia che si chiama San Salvatore. E' un classico paese novenariale campestre, cioè un agglomerato di case molto piccole (cumbessias) sorte per essere abitate dai cabraresi solo per 9 giorni all'anno, in corrispondenza della festa del santo a cui è dedicata la chiesetta che fa da baricentro alla località. E' un luogo di natura spirituale, dove il sacro ha radici visibili che si piantano nei millenni.

Per gli increduli ci sono anche le prove: sotto il pavimento della chiesetta attuale c'è infatti un ipogeo di presunta matrice pre-nuragica, a cui si è poi sovrapposto il culto nuragico delle acque, quello punico di Sid, probabilmente quello romano di Asclepio e infine la devozione al Cristo Salvatore che oggi dà il nome al paesino. Tutte le culture che ci sono entrate hanno riconosciuto la sacralità del luogo e l'hanno a loro modo rispettata, ricalcandola.

La magia del novenario di San Salvatore ha i tempi ritmati dalla preghiera: la messa, la via crucis e la novena al pomeriggio sono gli unici impegni comuni del giorno, il resto del tempo è riposo e amicizia, in una convivialità fatta di lente chiaccherate, di giochi di bambini sulla terra battuta, di penombre serali e di piccole case in piccolissime vie. Non ci sono negozi, non ci sono altre piazze che quella che fa da perno alle case, in cerchio come per un ballo. E' un paese sacro anche per questo, San Salvatore, perché è separato, distinto dal tempo e dai luoghi del lavoro e della vita più impegnata della quotidianità di Cabras; è un posto per permettersi anche il non far niente, il relax del silenzio e della socialità spontanea, non rituale, favorita dall'intimità forzata delle casette tenute in piedi l'una dall'altra. Chiamarle casette è relativo, in fondo metà degli appartamenti di Milano - compreso il mio - ha cubatura uguale o inferiore alle cumbessias di San Salvatore, ma è significativo che in questo microcosmo la dimensione angusta delle case sia la scusa per stare sempre sulla soglia, anzichè rintanati dentro come in un alveare. San Salvatore ha poi una sua luce, e questa luce è parte integrante della sua atmosfera. E' sempre stata fioca, discreta, affidata alle porte aperte e all'illuminazione interna delle case, costantemente accesa al servizio di un via vai continuo che da una soglia all'altra porta le persone a riprendersi il tempo per scambiare due parole, bere un bicchiere di vernaccia, condividere un dolcetto o un cucchiaio di gelato.

Il fatto che negli anni il carattere spirituale della permanenza nel paese si fosse via via sbilanciato in favore di una ben più laica voglia di festa aveva cambiato molte cose, ma non ancora quella: San Salvatore restava un paese in penombra, smorzato e pacifico, tutelato architettonicamente dalla Soprintendenza e vigilato nel resto delle cose dai suoi stessi fruitori tradizionali, gli orgogliosi padroni delle cumbessias. Poi domenica scorsa ci faccio una passeggiata, e trovo l'assurdo: dal terreno adesso spuntano decine di pali della luce a raggio intenso, alti più delle case, con tubi imponenti come tronchi e lampade a forma di cappello di gnomo che fanno una luce da stadio. E' il nuovo intervento di illuminazione del paese, mi dicono al bar centrale di Cabras con aria perplessa. Forse un po' fuori misura, azzarda qualcuno, per un paese abitato solo per una settimana. Quella luce è troppa, non serviva, aggiunge qualcun altro. Certo, belli di certo non sono, conclude uno che si sta pagando distrattamente il caffè. Pare che il sindaco Cristiano Carrus, interpellato in merito da un comitato spontaneo di cittadini sbalorditi, abbia risposto che l'intervento è la realizzazione di un progetto della giunta precedente - centrodestra l'una e l'altra - per di più approvato dalla Soprintendenza. Ora, io non so a chi dare la colpa di questo scempio spacciato per azione di servizio, ma mi sembra esemplare di un certo modo di stare al mondo, superficiale nel cogliere i significati delle cose e invasivo nel manipolare le forme in cui questi significati si esprimono, fino a soffocarli e renderli un sussurro distorto e deformato. Buon senso imporrebbe di levare subito quei cosi e porli a rimedio della penosa illuminazione cittadina di Cabras, lasciata scarsa probabilmente per celare la condizione ancora disastrosa del manto stradale urbano di tutte le vie principali. Per San Salvatore il rispetto del genius loci imporrebbe il ripristino delle tradizionali lampade col piatto di ferrosmalto, o ci resteranno da dire solo le parole de is coggius: Dulche Jesu Salvadore, sas offesas perdonade.

Michela Murgia
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