sabato, ottobre 25, 2025

I RISCHI NELLE RELAZIONI SOCIALI NELL'ATTUALE MONDO IPER-TECNOLOGICO. SU INTERNET SPOPOLANO IL GHOSTING E IL BREADCRUMBING.


Oristano 25 ottobre 2025

Cari amici,

Sulle relazioni sociali presenti nel periodo ipertecnologico che stiamo vivendo, ho già scritto diverse volte su questo blog; purtroppo, in poco meno di un secolo, sono tramontate le relazioni basate sulla fisicità, per approdare, senza se e senza ma, a quelle virtuali, vissute quotidianamente sui social. Se è pur vero che “I SOCIAL” possono agevolare la relazione sociale, facilitando la conoscenza reciproca, questa risulta alquanto diversa da quella fisica, e in qualsiasi momento può trasformarsi, inaridirsi e sparire velocemente, favorendo fenomeni come il GHOSTING e il BREADCRUMBING, con ricadute e rischi psicologici di non poco conto.

Le relazioni virtuali, mancando la presenza fisica, nascono fragili, e la loro durata risulta difficile da stabilire, per cui, spesso, possono interrompersi velocemente, dando vita a quel fenomeno noto come GHOSTING, che indica un’interruzione senza spiegazioni, oppure al BREADCRUMBING, termine che indica la prosecuzione arida della relazione, che, anziché decollare, si inceppa, dando vita ad una continuazione apparente, senza dialogo, fatta esclusivamente da una caterva di like, di sms, di chiamate formali e nulla di più.

Le relazioni virtuali su Internet inizialmente appaiono interessanti, si inizia cercando la conoscenza reciproca, fatta di dialoghi e foto, di norma senza riuscire a vedersi. Nelle prime fasi si pensa di aver incontrato la persona giusta, ci si sente capiti, amati, accettati, seppure manchi la presenza fisica. Col passare del tempo, mancando la conoscenza fisica, il tempo passa senza fare passi avanti; non essendoci alcuna frequentazione dal vivo, seppure capiti di incontrarsi casualmente per strada, se non ci si accorda per vedersi da soli, ognuno continuerà ad andare per la propria strada.

Amici, la relazione virtuale, a differenza di quella reale, nella nostra mente fa galoppare l’immaginazione, e spesso si tende a rappresentare l’altro per ciò che si vorrebbe che fosse, dimenticandosi che, in assenza  della presenza fisica, mancano troppi dettagli importanti che, se presenti, avrebbero potuto, osservati per bene, cambiare completamente il quadro. Col passare del tempo, da una parte e dall’altra, inizia a serpeggiare una certa stanchezza, e seppure continuando a sentirsi per un po’, scambiarsi qualche messaggio o telefonata, alla fine la relazione si spegne.

È a questo punto che entrano in campo il Ghosting oppure l'Orbiting. È così che queste relazioni, inizialmente nate con le migliori intenzioni, possono arrivare al termine lasciando l’amaro in bocca, sia quando ciò avviene bruscamente che, quando avviene gradualmente. Sia il Ghosting che il Breadcrumbing, lasciano sempre una scia di grande tristezza, in quanto precludono, da una parte e dall’altra, importanti opportunità sentimentali (Le Febvre et. Al, 2019).

Amici lettori, nell’era delle relazioni digitali, il ghosting è diventato un fenomeno sempre più comune. Fattori culturali e sociali giocano un ruolo significativo, nella rottura della relazione. In un mondo sempre più connesso digitalmente, ma spesso distante emotivamente, il ghosting può sembrare una soluzione “facile” per chi non vuole affrontare le complessità di una relazione. Il Ghosting, ormai, è un fenomeno non solo diffuso ma in crescendo, tanto che secondo un sondaggio condotto da YouGov per Galaxus , una donna su due in Europa ha già fatto ricorso a questo "metodo".

Secondo questo sondaggio, quasi il 65% degli utenti europei riferisce di aver già subito un'improvvisa perdita di contatto, e il 40% ammette di essersi auto-ghostato. Le donne sono le più propense a ricorrervi: in Francia, il 60% di loro rispetto al 40% degli uomini. E l'onestà? Quando si tratta di profili più o meno elaborati, le disparità sono evidenti. Gli svizzeri sono in testa in termini di sincerità, con 7 profili su 10 considerati molto trasparenti. In Italia, invece, quasi un terzo degli utenti ammette di abbellire il proprio background o di inventare qualche dettaglio.

Cari amici, nella nostra società iper tecnologica la perdita della relazione fisica ha creato un mondo arido, nel quale la relazione virtuale appare fragile e bugiarda. Ecco perché, all’interno di queste relazioni instabili, nascono e si sviluppano fenomeni come il Ghosting e il Breadcrumbing, che riflettono bene le contraddizioni della nostra società: cerchiamo sincerità, ma abbelliamo fittiziamente il nostro profilo, sogniamo la stabilità, ma siamo i primi a vacillare, trasportati dall’insicurezza, vogliamo aumentare le nostre possibilità di trovare qualcuno, ma nascondiamo la realtà. Insomma, viviamo le relazioni che ci meritiamo!

A domani.

Mario

venerdì, ottobre 24, 2025

CASTRATI PER CANTARE! NEL 1600/1700 (PERIODO BAROCCO) I BAMBINI DOTATI DI UN’OTTIMA VOCE MUSICALE, VENIVANO CASTRATI PER MANTENERE LA VOCE DA ADOLESCENTI.


Oristano 24 ottobre 2025

Cari amici,

La CASTRAZIONE (o EVIRAZIONE) umana ha una lunga, triste storia. In passato, oltre che come forma di punizione corporale, in alcune culture la castrazione umana veniva praticata nei maschi in età puberale al fine di originare gli EUNUCHI, giovani utilizzati anche negli Harem. Successivamente questa triste manipolazione fu effettuata anche sugli adolescenti per fini musicali. Nell'Impero Bizantino l'uso dei cantanti castrati, ovvero eunuchi, risale al V secolo e perdurò fino al 1204, quando i crociati saccheggiarono Costantinopoli, portando alla scomparsa del loro impiego in ambito bizantino. Questi cantori erano impiegati principalmente nei cori per la loro "voce celestiale" e la pratica si estinse dopo la caduta della città. Successivamente, la pratica riapparve in Italia nel XV secolo, diventando una moda nel XVII secolo, per preservare la voce infantile nelle opere musicali.

In particolare in Italia, la castrazione per fini musicali, si diffuse nel panorama operistico del XVII secolo (1600) e XVIII secolo (1700) con il diffondersi dei cori polifonici, in quanto si aveva bisogno di voci bianche, non reperibili tra le donne in quanto una bolla pontificia (1588) vietava a queste ultime di cantare nei cori, e quindi si preferiva castrare i fanciulli di circa otto - dieci anni per impedire la muta vocale e fare in modo che mantenessero per sempre la capacità di cantare con voce infantile.

L’asportazione chirurgica dei testicoli, infatti, inibisce la produzione di testosterone, e in questo modo la voce manteneva quel timbro infantile anche da adulti. Ogni anno circa 4.000 ragazzi europei venivano castrati, soprattutto in Italia. Il medico fiorentino Antonio Santarelli, specialista in castrazioni, era tra i chirurghi meglio pagati dell'epoca. Una volta che le doti canore del bambino venivano rilevate, questo veniva sottoposto al barbaro intervento, che bloccava il tipico cambio di voce che di norma ha luogo durante la pubertà. Il risultato? La voce che scaturiva era cristallina e acuta come quella di una donna, ma anche abbastanza potente da poter raggiungere le note più basse.

Amici, questa triste pratica chirurgica si consolidò, come accennato prima, nel panorama operistico del XVII e XVIII secolo. Era molto diffusa nello Stato Pontificio, in quanto le donne non potevano esibirsi in pubblico per il divieto, imposto da Papa Sisto V nel 1588, con la speciale Bolla Pontificia; questa pratica restò in vigore fino al 1878, quando Papa Leone XIII proibì che la Chiesa continuasse a scritturare questi castrati. Era l’eliminazione di questa grande, crudele usanza, una mutilazione fatta su dei bambini che spesso provenivano da orfanotrofi, dove impresari senza scrupoli sceglievano i candidati; altre volte provenivano dai ceti più bassi della popolazione: le loro famiglie li vendevano a un maestro di canto o a una istituzione ecclesiastica sperando di riceverne, in cambio, ricchezze.

I ragazzini che subivano questa tortura andavano incontro a uno sviluppo molto particolare, e la voce restava acuta; inoltre, tutte le caratteristiche sessuali secondarie, che in genere in condizioni normali prendevano forma, come il crescere dei peli sul corpo e sul viso, nei castrati non si sviluppavano. Certo, alcuni di questi bambini castrati diventavano famosi, viaggiando in tutta l’Europa: dalla Spagna alla Russia, dalla Germania all’Inghilterra, oltre che naturalmente in Italia, dove, una volta diventati famosi, guadagnavano cifre davvero importanti.

Si, il grande sacrificio a cui erano sottoposti, economicamente spesso pagava: molti di loro divennero vere e proprie celebrità internazionali, ne è un esempio Farinelli (vero nome Carlo Maria Broschi, 1705-1782), uno dei più famosi dell’epoca, che divenne il cantore personale del re di Spagna Filippo V. Tra i più noti del Settecento citiamo anche Salimbeni e Porporino. A partire dal 1730-1740, però, il fenomeno incominciò a decadere. L’ultimo cantante castrato fu Alessandro Moreschi (1858-1922), conosciuto come “l’Angelo di Roma”, impiegato nel coro della Cappella Sistina fino al 1913.

Cari amici, se è pur vero che nella millenaria vita dell’uomo le aberrazioni non sono mai mancate, alla fine, poi, arrivano al termine. E così anche questo triste fenomeno dei Castrati, ovvero evirati, privati del naturale sviluppo maschile, ebbe finalmente termine in modo alquanto simile alla sua nascita: fu, infatti, Papa Pio X nel 1903 a vietare definitivamente l’utilizzo dei castrati nei cori, consentendo solo l’utilizzo di “Voci Bianche”.

A domani, amici lettori.

Mario

 

giovedì, ottobre 23, 2025

LE LEZIONI DEGLI ANTICHI FILOSOFI? VALIDE OGGI COME IERI. ECCO LA RECENTE RIFLESSIONE DI ANGELICA TAGLIA, RAFFINATA STUDIOSA DI FILOSOFIA ANTICA.


Oristano 23 ottobre 2025

Cari amici,

Che il millennio che stiamo percorrendo presenti delle grandi difficoltà esistenziali, non sono certo io il primo a dirlo! Sono in tanti a sostenerlo, infatti, e alcuni pensatori illuminati hanno ipotizzato che rispolverare le ricette dei filosofi dell’antichità può aiutarci a farci riflettere, e magari a trovare le soluzioni che stiamo cercando. Rileggere con attenzione il passato, ripassare idee e spunti degli antichi pensatori, potrebbe essere di grande utilità anche oggi. Ed ecco che ripassare i testi dell’antica filosofia greca, in particolare il pensiero di Socrate, può essere, al giorno d'oggi, addirittura gratificante.

Focalizzando l’attenzione sul grande SOCRATE, ripassando il suo pensiero, credo che possiamo affermare che le domande che Egli si poneva, che i quesiti che che lo angustiavano, sono anche quelli dei nostri giorni. Si, anche noi abbiamo il “bisogno di sapere”, quello di conoscere come vivere saggiamente, a chi dare credito, e anche in cosa credere! Se questi quesiti erano difficili ieri, immaginiamoci quanto lo sono oggi, essendo arduo scegliere la giusta strada da percorrere per essere felici. Le riflessioni di Socrate ci portano a interrogarci sui temi basilari, fondamentali per vivere la nostra esistenza: il valore delle nostre opinioni, l’educazione, la convivenza con gli altri e con noi stessi, la morte. Dalle sue riflessioni possiamo ricavare, anche oggi, suggerimenti e prospettive interessanti.

Il recente libro di Angelica Taglia, raffinata studiosa di filosofia antica, riporta l’analisi minuziosa del pensiero di Socrate. Lei, ripercorrendo gli elementi cruciali del suo illuminato pensiero, dimostra che oggi è valido come ieri. Seppure siano passati oltre duemila anni, Socrate ci appare ancora così vicino! Questo perchè la sua filosofia si adatta perfettamente al nostro pensiero di oggi. Ma non è solo questo: le sue idee e la sua vita sono ancora uno stimolo potente a interrogarci sul mondo e su noi stessi, senza fermarci alla superficie delle cose ma analizzandole fino in fondo.

Amici, Angelica Taglia, grande studiosa di filosofia antica, nel libro “Sette brevi lezioni su Socrate”, edito da Einaudi, ripercorre, con capacità e impegno, in modo asciutto ed efficace, gli elementi cruciali del pensiero del grande Socrate, valido oggi quanto e più di ieri. Socrate affermò senza remore che la felicità non può arrivare dall’esterno, ma soltanto da dentro di noi, poiché è già lì, è già presente, sta a noi farla emergere e realizzare appieno attraverso le giuste scelte, gli adeguati comportamenti, la giusta condotta di vita. Scrive Taglia nel libro: “Le domande di Socrate, le domande di una filosofia che era letteralmente desiderio di sapere, sono le nostre domande. Abbiamo anche noi bisogno di sapere, sapere come vivere, che strada scegliere per essere felici. Per Socrate, una domanda veniva prima di tutte le altre: dove si trova la felicità, intesa non come un sentimento passeggero, ma come una condizione stabile, fatta di serenità e sostanziale appagamento? Come dobbiamo fare per raggiungerla? La risposta data da Socrate è che “per essere felici dobbiamo cercare di essere giusti, buoni, di essere persone di valore e di sviluppare la parte migliore di noi, ovvero dobbiamo sviluppare la virtù (o eccellenza), la greca Arete”.

Ecco come la studiosa Angelica Taglia chiarisce il pensiero socratico. “Per Socrate, investire prima di tutto nei beni esteriori rischia di essere una strada verso l’inquietudine, anziché verso la felicità. In un dialogo di Platone, il Gorgia, compare una bella metafora che illustra questo pensiero. Socrate racconta un mito antico, che paragona l’anima degli uomini sregolati, in balìa dei propri desideri, a una botte forata, incapace di trattenere alcunché, e la loro vita a un vano tentativo di riempire quella botte portandovi acqua con un setaccio anch’esso bucato. Agire così non è una buona scelta perché, secondo un altro racconto simile, all’interno delle nostre botti ci sarebbero latte, vino, miele e altri liquidi preziosi, rari e difficili da procurare, ma scorrono via dai fori dell’anima”.

Cari amici, il grande filosofo Socrate è stato uno dei primi a insistere sull’importanza dell’anima come centro della nostra identità e punto di partenza per ogni discorso morale. Per Socrate ciò che conta nella vita dell’uomo è l’equilibrio interiore, la capacità di mettere ordine dentro di se (dentro la sua anima), resistendo alle passioni e alla tentazione di credere a falsi beni (come la ricchezza o il potere o la celebrità). È tempo che l’uomo, una volta per tutte, smetta di sciupare quanto di buono c’è nella sua vita. L’interessante analisi della Taglia, invita alla riflessione, e a interrogarci, come faceva Socrate: anche domandando, anche tacendo, come Socrate; anche sapendo di non sapere, come Socrate.

A domani.

Mario

mercoledì, ottobre 22, 2025

SARDEGNA: A BELVÌ DUE IMPRENDITORI AMANTI DELLA NATURA COLTIVANO FUNGHI A 900 METRI S.L.M.. UNA GRANDE SCOMMESSA CONTRO LO SPOPOLAMENTO.


Oristano 22 ottobre 2025

Cari amici,

Che la Sardegna sia una delle Regioni che ha meglio conservato il suo patrimonio naturale, in particolare quello boschivo, è una grande realtà, oltre che un grande orgoglio per tutti noi sardi. Ebbene, ciò nonostante, in particolare nelle zone interne, proprio quelle che hanno mantenuto maggiormente quel patrimonio, lo spopolamento sta annientando la presenza umana, con Paesi che sono ridotti al lumicino e che in tempi brevi potrebbero essere destinati a morire, desertificando l’indispensabile presenza dell’uomo.

Per bloccare lo spopolamento bisognerebbe attivare iniziative e risorse locali, creando posti di lavoro, strutture ricettive e attività commerciali, perché restare in un paese dove manca la scuola, l’ufficio postale o bancario, i negozi di alimentari i bar, le pizzerie, etc., non è certo ne invitante ne vivibile, anche per chi fosse propenso a restare! In quest’ottica, qualcosa sembra davvero iniziare a muoversi. A Belvì, per esempio, Dante Carboni, unitamente al suo socio Luciano Onano, già da tempo, ha dato vita ad un’attività agricola di coltivazione di funghi, che giorno dopo giorno è cresciuta, e che oggi ha raggiunto dimensioni commerciali notevoli.

La “Società agricola funghi belviesi”, da loro creata, vanta il primato di essere quella più alta della Sardegna, posta a ben 900 metri sul livello del mare!  Carboni, consapevole che il marketing gioca anche su alcune parole chiave, cerca di reclamizzare la posizione della sua azienda, visto che anche l’altimetria gioca a favore dei prelibati funghi che a quell’altezza vengono prodotti. Considerato, infatti, che la gran parte delle aziende che producono funghi sono in pianura, quelli prodotto a 900 metri dal livello del mare, sono certamente di maggiore qualità e bontà. Fare produzione di questo prodotto in altura è certo più impegnativo, anche se i competitor non mancano”, dice con convinzione Carboni, che nello svolgere la sua attività si muove esibendo un sorriso accogliente e con i modi decisi e rapidi della gente di montagna, da sempre abituata a darsi da fare e a superare le notevoli difficoltà imposte in primis dalla geografia e orografia dei luoghi. Proveniente da una famiglia di commercianti, Carboni ha per i funghi una passione tutta personale e una competenza acquisita negli anni.

Vissuto fin da piccolo frequentando il territorio boschivo di Belvì, che sa regalare grandi soddisfazioni, è diventato in giovanissima età un esperto cercatore di funghi. «Tutti noi abbiamo sempre vissuto nel bosco e i funghi li andavamo a cercare fin da bambini. Si creava una sorta di competizione. Io ero gelosissimo dei miei e quelli che prendevo li dovevo assaggiare io per primo», racconta l’imprenditore che, con il socio, i funghi li coltiva oggi  in nove serre adagiate in mezzo al bosco. Una località che si raggiunge percorrendo una strada che si arrampica tra i fusti di corbezzolo e la macchia mediterranea.

L’azienda è alquanto in salute, considerato che la produzione annua solitamente supera i 540 quintali. La stagione dei funghi nella zona montana di Belvì  inizia già ad agosto, e – come dice Carboni - “Noi  li forniamo ai gruppi principali della grande distribuzione, a cui diamo un prodotto fresco che piace e di conseguenza sono apprezzati e si vendono bene! Per fortuna... si vende!”. Le tipologie sono diverse: si producono principalmente i pleurotus ostreatus, bianco ostrica, molto apprezzato per la sua consistenza carnosa e il sapore gradevole; poi il cardoncello, pioppino e il pleurotus cornucopia. «Facciamo anche qualcosa per le aziende che lo commercializzano sott’olio -continua Carboni - insomma, cerchiamo di darci da fare».

Intervistato da “La Nuova Sardegna”, Carboni si confida anche sul futuro, non solo personale ma anche del territorio. “Forse sarei già dovuto andare in pensione – dice con sincerità - ma sono ancora qua. Mi piacerebbe che mio figlio, che al momento sta studiando, prenda in mano l’attività e gli dia continuità. È il sogno di ogni belviese avere dei figli che possano rimanere in questi territori. Il passaggio generazionale è importante, così come poter condividere le varie tappe dell’esistenza, vicini e non a migliaia di chilometri di distanza. Purtroppo da parte della Regione sono mancati anche i finanziamenti e i supporti per piccoli e grandi investimenti. Qui ogni piccolo contributo aiuta non poco ogni impresa, perché viviamo in una delle zone dove gli spostamenti sono difficoltosi e i costi anche per i soli spostamenti delle merci lievitano. Basta immaginarsi che noi quando siamo in produzione mediamente produciamo al giorno 5-6 quintali di funghi. Il prodotto che non si può conservare più di tanto deve essere un prodotto giornaliero per non perdere le sue qualità”.

Cari amici, lo sfogo più che giustificato di Dante Carboni, deve trovare accoglienza nelle leve del potere politico, se si vuole fermare lo spopolamento che sta mettendo in ginocchio la nostra Sardegna!  Imprese come l’Azienda agricola funghi belviesi, sono un toccasana per il paese e il territorio; sono già un piccolo freno allo spopolamento e all’emigrazione dei giovani che abbandonano l’isola. Incentivare la nascita di aziende che utilizzino in modo naturale il territorio significa evitare l’emigrazione dei giovani, creare reddito e salvare nello stesso tempo le nostre Comunità è il territorio. Non abbandoniamo i piccoli centri, importante presidio del territorio!

A domani.

Mario

 

martedì, ottobre 21, 2025

LA SARDEGNA, UNO SCRIGNO DI BIODIVERSITÀ! SCOPERTA DI RECENTE UNA NUOVA SPECIE DI APE SOLITARIA. DI COLORE NERO, È STATA CHIAMATA “ANDRENA CULUCCIAE”, DAL LUOGO DEL RITROVAMENTO.


Oristano 21 ottobre 2025

Cari amici,

Che la SARDEGNA sia uno scrigno di Biodiversità, è una dato reale, concreto e straordinario! Numerose le specie endemiche presenti, che nel millenni si sono sviluppate in forte isolamento, e che poi sono arrivate fino a noi regalando, a noi e al mondo, esemplari unici che in tanti ci invidiano! La nostra terra è davvero meravigliosa in tutti i sensi. Ho fatto questa premessa per raccontarvi di una recente scoperta che ci inorgoglisce: nella nostra terra è stata scoperta una particolarissima ape solitaria, di colore nero, rinvenuta in un particolare areale, quello dell'isola di Culuccia, posta nel Nord-Est della Sardegna. Quest'ape è stata chiamata “ANDRENA CULUCCIAE”, in omaggio al luogo del ritrovamento.

Quest’isoletta, per molto tempo disabitata e trascurata (oggi è diventata una “penisola”, in quanto una striscia di terra la collega alla terraferma), è di proprietà privata, essendo stata acquistata tempo fa dall'imprenditore Marco Boglione e da sua moglie Stella. Questi signori, con l’animo ecologista, hanno subito cercato di darle una veste degna di un luogo così meraviglioso, tanto che in poco tempo, grazie a loro, è diventata un’oasi per il turismo naturalistico, l’educazione ambientale, la ricerca scientifica e la conservazione della biodiversità.

Oggi quest’isola è ricoperta da una bella vegetazione dunale, che è  diventata il regno di diversi insetti, tra cui l’accennata “L'APE NERA”, recentemente scoperta. Si, amici, Tra le dune sabbiose, sui fiori di armenia pungens, vola una piccola ape nera solitaria, lunga un centimetro e mezzo, che, tra maggio e giugno, si sposta sulla vegetazione costiera dell'isola, che Marco Boglione, patron di Basic-Net e marchi come Superga, K–Way, Robe di Kappa e Sebago, ha trasformato in una meravigliosa oasi naturalistica, vero patrimonio di biodiversità. Ma come è avvenuta la scoperta di questa piccola ape solitaria?

I protagonisti della scoperta sono Matteo Annessi e Andrea Di Giulio, coautori del successivo studio che la descrive per la prima volta, insieme ad Alessandra Riccieri, direttrice dell'Osservatorio Naturalistico dell'Isola di Culuccia. Quest’ape selvatica, mai vista prima, è un insetto rimasto fino a oggi sconosciuto alla scienza; è stato chiamato Andrena culucciae, in omaggio all’isoletta, oggi diventata penisola. A individuarla per primo è stato Matteo Annessi, un giovane entomologo, durante le sue ricerche, effettuate in collaborazione con l'Università Roma Tre. Lo studio prima accennato, che la descrive dettagliatamente, è stato pubblicato sul Journal of Hymenoptera Research.

La scoperta, amici, è stata resa possibile grazie alla convenzione tra l'Università e l'Osservatorio Naturalistico dell'Isola di Culuccia, e rappresenta molto più di un semplice contributo alla conoscenza della fauna sarda. È un esempio quasi unico in Italia di come un patrimonio naturale rimasto dimenticato per decenni possa trasformarsi in un'oasi per il turismo naturalistico, l'educazione ambientale, la ricerca scientifica e la conservazione della biodiversità.

Quella scoperta tra le dune dell’isola di Culuccia è "Un'ape diversa da tutte le altre". "Tutto è cominciato durante le ricerche sugli insetti impollinatori di Culuccia", racconta a Fanpage.it Matteo Annessi, oggi dottorando e primo autore dello studio che descrive questa nuova specie. "Studiando gli esemplari raccolti tramite retino entomologico e trappole per insetti volatori, uno ci ha colpiti subito: aveva caratteristiche morfologiche insolite. Le analisi al microscopio ottico ed elettronico, e poi quelle genetiche, hanno confermato che si trattava di una specie nuova per la scienza".

Quell’ape, lunga un centimetro e mezzo, è stato appurato che appartiene al genere Andrena, che comprende centinaia di specie di imenotteri solitari, che risultano fondamentali per l'impollinazione. Ma l’ANDRENA CULUCCIAE si distingue per alcuni dettagli unici. "Le femmine hanno una combinazione di setole bianche e marroni nelle zampe posteriori mai osservata prima", spiega il professor Andrea Di Giulio. "Anche la struttura degli organi genitali maschili e i margini traslucidi dei segmenti addominali la rendono inconfondibile. Il DNA barcoding ha poi confermato che è geneticamente distinta dalle specie affini".

Cari amici, la Sardegna è una grande oasi di biodiversità e le dune di Culuccia sono un raro esempio di ambiente costiero rimasto intatto, lontano dal turismo di massa e dalla cementificazione, che altrove, invece, stanno mettendo in crisi la biodiversità delle zone costiere. Evitiamo, dunque, di continuare a devastare un’isola che merita grande rispetto, blocchiamo la cementificazione selvaggia, le pale eoliche, i campi di pannelli solari e la mancata conservazione dei monumenti che evidenziano la nostra grande storia! Evitiamo di violentare la nostra terra millenaria, unica e irripetibile!

A domani.

Mario

 

lunedì, ottobre 20, 2025

SARÀ, FORSE, CADUTO L'ETERNO DILEMMA: “È NATO PRIMA L'UOVO O LA GALLINA”? ECCO IL RISULTATO DEI RECENTI STUDI DEGLI SCIENZIATI.


Oristano 20 ottobre 2025

Cari amici,

Quante volte abbiamo sentito o fatto la domanda "È NATO PRIMA L'UOVO O LA GALLINA"? Indubbiamente una domanda che da secoli divide filosofi e scienziati, e continua ad emergere nei più diversi dibattiti, a metà tra curiosità e voglia di risolvere uno dei misteri più discussi della storia. Se ve lo state ancora chiedendo sappiate che la scienza sta cercando, finalmente, di dare una risposta alla vostra domanda. Vediamo cosa dicono gli ultimi studi su questo spinosissimo argomento!

A cercare di fare chiarezza sulla questione è stata di recente l'Università di Ginevra, dopo aver svolto analisi sul Chromosphaera perkinsii (che è stato ritrovato nelle Hawaii), un organismo unicellulare preistorico comparso sulla Terra in tempi remotissimi, anche prima di qualsiasi specie animale. Secondo questi studiosi questo essere primordiale aveva all'interno del proprio codice genetico le istruzioni necessarie per formare un organismo pluricellulare molto simile ai primi stadi dell'embrione. E quindi, in natura, le “istruzioni” per la formazione di un uovo, seppur arcaico, esistono da miliardi di anni, la gallina, invece, è un essere senza dubbio molto più recente.

Insomma, i ricercatori dell’Università di Ginevra dopo aver studiato a fondo questo antico organismo sono arrivati ad affermare che sia stato prima l'uovo a nascere, poiché secondo la teoria dell'evoluzione, gli uccelli derivano dai rettili, i quali deponevano già le uova. Inoltre, sempre stando alle teorie evoluzionistiche, un essere vivente non può mutare nell'arco della propria vita, ma deve esserci sempre un passaggio nella progenie, quindi in teoria, la gallina sarebbe dovuta nascere già differenziata sempre e comunque da un uovo (anche se di rettile).

Questa recente ricerca, pubblicata su NATURE, va però più a fondo, e ci conferma la nascita primaria dell'uovo, non solo rispetto alla gallina, ma sembra anche rispetto a tutti gli animali del pianeta. Questo organismo forma colonie multicellulari con un meccanismo molto simile a quello delle prime fasi di sviluppo embrionale e può arrivare a spiegare come la multi-cellularità animale può derivare da meccanismi evolutivi. Ma, a quanto pare, altre ricerche sull’argomento intendono affermare il contrario, ovvero che prima a nascere sia stata la gallina. Vediamo le motivazioni.

Un altro studio recente afferma che sia nata prima la gallina, e lo fa partendo dallo studio di una proteina chiamata OC-17, presente nel guscio delle uova. L’OC-17 è una proteina essenziale per la formazione di gusci robusti e gli scienziati hanno scoperto che viene prodotta esclusivamente dalle galline. Senza questa proteina, i gusci non possono formarsi correttamente, il che significa che le prime uova contenenti OC-17 potevano provenire solo da una gallina. Questa scoperta, affermano, fornisce una prova che le galline esistessero prima delle uova che mangiamo oggi. I ricercatori hanno analizzato i gusci d’uovo utilizzando tecniche biochimiche avanzate, confrontando le proteine di diverse specie di uccelli. L’OC-17 è stata trovata soltanto nelle uova di gallina, e non in quelle di altri volatili, dimostrando il suo ruolo unico nella formazione del guscio. Questa piccola ma fondamentale proteina aiuta a cristallizzare il carbonato di calcio, rendendo il guscio abbastanza resistente da proteggere l’embrione in sviluppo.

Amici, secondo gli studiosi, questa scoperta non solo risolve un antico enigma biologico, ma offre anche spunti affascinanti su come certe proteine si evolvano e si specializzino in natura, mostrando come persino molecole minuscole come l’OC-17 possano avere un ruolo cruciale nel determinare i risultati evolutivi. Per gli amanti delle uova e gli appassionati di scienza, questa scoperta intende fornire una risposta chiara alla domanda che resiste da migliaia di anni. Chissà!

Cari amici, personalmente dopo aver letto e confrontato le due tesi, resto ancora alquanto perplesso! A me il dubbio ancora resta! Vuoi vedere che il quesito se è nato prima l’uovo o la gallina, resterà ancora irrisolto per molto tempo ancora?

A domani.

Mario

 

domenica, ottobre 19, 2025

IL CARISMA: LA SPIEGAZIONE DATA DALLA SCIENZA. NON È, COME RITENUTO NEL PASSATO, UN “DONO DIVINO”, MA UNA CAPACITÀ ACQUISITA CON L’APPRENDIMENTO.


Oristano 19 ottobre 2025

Cari amici,

In passato le persone “CARISMATICHE” erano considerate speciali, in quanto si riteneva che avessero ricevuto, alla nascita, un particolare “DONO DIVINO”. Il termine “CARISMA”, infatti, deriva dal greco kharisma, che indicava proprio un dono divino. Il carisma, dunque, è ritenuto “un dono”, non qualcosa di acquisito attraverso l’esercizio, lo studio, l’apprendimento e la formazione. Oggi, però, è la scienza a dimostrare che carismatici non si nasce, bensì si diventa. Il sociologo Max Weber lo ha ridefinito “come una forma di autorità personale basata sulla percezione soggettiva del leader”.

Uno degli studi più accreditati su questo tema è quello di Antonakis, Fenley e Liechti (University of Lausanne, 2012), che individua tre dimensioni fondamentali del carisma: la Presenza, il Potere comunicativo e l’Empatia. Quanto alla Presenza, questa è la Capacità di essere mentalmente e fisicamente presenti durante le interazioni; studi di eye-tracking dimostrano che lo sguardo diretto e coerente aumenta la percezione di autorevolezza e fiducia. Il Potere comunicativo  dei veri leader è costituito da un linguaggio evocativo, metafore, aneddoti e ripetizioni strategiche, che rendono il messaggio più accettato e comprensibile. Infine l’Empatia. Il carisma non si basa solo su dominanza, ma anche su capacità empatiche. Le persone percepite come “calde” attivano una risposta cerebrale positiva nella corteccia prefrontale mediale, responsabile dell’elaborazione sociale.

Amici, la realtà è che il Carisma non è una dote innata, ma una SOFT SKILL che si può sviluppare attraverso l'impegno e la pratica, migliorando le proprie capacità di comunicazione, ascolto, intelligenza emotiva e linguaggio del corpo. Si acquisisce mostrando fiducia in se stessi e negli altri, coltivando l'empatia, praticando l'ascolto attivo, curando la postura, utilizzando un contatto visivo efficace e sviluppando l'autostima e l'intelligenza emotiva. Secondo Olivia Cabane, autrice del saggio The Charisma Myth (2012), il carisma nasce da un equilibrio tra forza personale (competenza, assertività) e calore percepito (umanità, ascolto). Quando una delle due componenti è assente, il carisma risulta sbilanciato: si può apparire freddi o, al contrario, deboli.

Anche le neuroscienze si sono occupate di studiare a fondo il Carisma. Le risonanze magnetiche funzionali (FMRI) hanno dimostrato che le persone percepite come carismatiche attivano fortemente i circuiti di ricompensa nel cervello di chi le ascolta. Questo suggerisce che l’interazione con un individuo carismatico viene vissuta come piacevole e gratificante a livello neurobiologico. Non solo la voce, però, anche la postura e il tono di voce sono determinanti nel generare impatto carismatico. Le cosiddette “POWER POSES” aumentano i livelli di testosterone e abbassano il cortisolo, modulando la percezione di sicurezza interna e esterna. Anche la gestualità sincronizzata con le parole è associata a una maggiore chiarezza e attrattività comunicativa.

Certo, diventare una persona “fortemente carismatica” richiede impegno e costanza. In primis, ci si concentra sull’uso consapevole della voce (intonazione, ritmo, pause), con una vera padronanza della comunicazione non verbale, l’ascolto attivo e il feedback emotivo; infine, è importante la capacità di elaborare racconti ispiratori e messaggi di visione. Il segreto della persona carismatica? Sorridere con gli occhi, segnale autentico di coinvolgimento emotivo. Questo tipo di sorriso stimola una risposta positiva nell’osservatore grazie al rilascio di ossitocina, l’ormone della fiducia.

Cari amici lettori, diventare persone carismatiche richiede davvero grande capacità e anche una grande preparazione. Il Carisma non si inventa, ha bisogno di un  allenamento continuo, di sicurezza nel comportamento e di autostima; essere empatici, significa far sentire gli altri al centro dell'attenzione, usando anche una comunicazione non verbale coerente e un tono di voce espressivo, ma soprattutto essere “autentici”, con un concreto, genuino interesse per le persone.

A domani.

Mario