Oristano 18 aprile 2026
Cari amici,
La giovane FRANCESCA
LOI, 36 anni. è ricercatrice in astrofisica all’Osservatorio astronomico di
Cagliari. Appassionata (anche oltre misura) degli astri, da anni sta cercando
di ricostruire e divulgare in maniera scientifica (anche attraverso i social,
dove Francesca si chiama “Astrollica”), la storia e l’antica cultura dei sardi sulla
conoscenza del cielo. Proprio per questo Francesca sta portando avanti un
progetto, chiamato “Chelu nostu” (il nostro cielo) che, seppure ancora
in fase iniziale, è per lei una vera e propria missione, che vuole portare
avanti per scoprire e poi raccontare come i sardi osservavano il cielo in
passato.
Per definire al meglio l’interessante
progetto Francesca ha lanciato un appello: c’è bisogno di testimoni di quel
passato (non troppo lontano, circa 100 anni), durante il quale i sardi si
orientavano osservando la volta celeste più ad occhio nudo che con certi
strumenti. Da sarda verace, però, la sua missione, è ben più ampia: lo scopo è la
divulgazione delle scoperte fatte col progetto “Chelu nostu”, che sarà fatta in lingua
sarda, con l’intento di far rivalutare proprio la nostra lingua, inserendosi con determinazione nel
grande movimento di ritorno alla lingua sarda, che fortunatamente inizia a
tornare in auge un po’ in tutta l’isola. Con la determinazione di
cui è nota, Francesca afferma, in ogni occasione possibile, «Ogni
popolazione umana ha individuato delle costellazioni e nel cielo ci ha portato
qualcosa di identitario; la modernità ci ha imposto il modello astronomico
greco-romano, ma anche i sardi avevano dato una loro interpretazione». Da
lì la scelta di ricercarla. «Sono sempre stata appassionata di mitologia
greca – racconta – ma negli ultimi anni ho voluto tornare alle origini e
capire se ci fosse un’identità sarda anche sotto questo profilo». Ecco un suo
chiaro esempio.
«Secondo il racconto
dominante, che si basa sulla mitologia greca, la famosa “VIA LATTEA” è così
chiamata perché la dea Era aveva perso il latte mentre allattava Ercole. Stando,
invece, all’interpretazione sarda, la storia risulta ben diversa! Per i sardi,
7 fratelli erano andati a rubare paglia, ma nella fretta del trasporto del
furto, ne avrebbero persa un bel po’ per strada! Ebbene, proprio questo furto ha dato
origine alla lunga striscia di polveri e stelle che compongono la nostra galassia».
Amici, come vedete, il progetto della ricercatrice 36enne, originaria di
Samugheo, intreccia identità, lingua e cultura!
E i primi risultati della
ricerca le hanno dato ragione. «Finora – dice con orgoglio Francesca – sono
riuscita a identificare tredici costellazioni, e, alcune, hanno più nomi.
Quella del Toro, per esempio, oltre alla traduzione in sardo di Toro, prende il
nome di su Pinnettu, per la sua forma». E all’interno della costellazione del
Toro, ci sono le Pleiadi. «S’udrone, “grappolo d’uva” in sardo». Ma c’è anche Is
sete frades (i sette fratelli) o su carru (il carro) per l’Orsa Maggiore o il
grande carro; is baccheddos per la cintura di Orione che viene chiamata anche
is tre marias (le 3 Marie). «In quest’ultimo caso c’è una chiara influenza
cristiana. Molti nomi di costellazioni, stelle cadenti e non, e così via,
cambiano di zona in zona».
E ancora, le comete
diventano isteddos tramudantes e mortos, mentre Venere s’isteddu chenadore, de
abbrèschere e s’istella de s’abbreschidórgiu. «Dipende molto anche dalla
dominazione che c’è stata in un certo territorio dell’isola. Questo rende molto
più difficile la ricostruzione. La terminologia è disseminata in pezzettini
nella memoria dei paesi». Per questo la ricostruzione, oltre che attraverso il
dizionario di lingua e cultura sarda e ricerche online, viene fatta anche con le
testimonianze orali. «Da poco ho parlato con un’86enne di Samugheo. Lei si
ricorda del padre che chiamava le stelle in sardo e le usava come orologio.
Parliamo di circa 100 anni fa.
L’abilità di Francesca nel
ricostruire il passato dei sardi nell’osservazione del cielo, sta dando già
copiosi frutti. Ecco il suo appello. «La mia idea non è solo quella di
divulgare, ma di smuovere la memoria attraverso la discussione, così da trovare
altre costellazioni e stelle e continuare a costruire Chelu nostu, un
progetto che appartiene a tutti». Un progetto che, dunque, intreccia
identità, cultura e lingua. Per questo, Chelu nostu viene raccontato in
sardo. «Sono sempre stata circondata dal sardo – racconta Francesca, originaria
di Samugheo – ma è negli ultimi anni che, superata la paura di sbagliare
pronuncia, ho iniziato a parlarlo, inserendomi in quel movimento di
riappropriazione della lingua che ora sta coinvolgendo sempre più giovani e
meno giovani».
Cari amici, sono felice
di aver conosciuto la storia di Francesca Loi, perché sono certo che lei ama
fortemente la Sardegna, i sardi e la loro antica, straordinaria cultura! Il suo
desiderio di restituire alla LINGUA SARDA la dignità che merita, dopo i tentativi fatti
in passato di sopprimerla in favore dell’italiano, non è solo apprezzabile ma
encomiabile! Grazie Francesca di quello che fai!
A domani.
Mario

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